Posts Tagged ‘potere’

Migranti di tutti i paesi, unitevi!

mercoledì 30 settembre 2015

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La “questione migranti” (e/o profughi) revoca in dubbio in maniera radicale il senso stesso della comunità politica (sia essa europea, nazionale o transnazionale). Non solo: revoca ognuna delle questioni – politiche, sociali, economiche, antropologiche, etiche, simboliche.
Proverò ad allinearle per sommi capi, in un quadro sintetico e non certo esaustivo. Una sorta di promemoria, di memorandum (o meglio, di contromemorandum).
È però necessaria una premessa volta a sgombrare il campo da un equivoco linguistico (la lingua, com’è noto, non è mai neutra). Distinguere tra profughi e migranti, come se solo i primi fossero investiti da un’emergenza umanitaria, è del tutto insensato: ogni migrante è un pro-fugo, un umano, cioè, che cerca scampo, in fuga da una situazione che percepisce come pericolosa se non mortale per sé e i propri cari – siano esse guerra, scarsità di cibo, avversità climatiche, mancanza di libertà/possibilità. Gli umani sono animali costituenti la propria possibilità di vita – è questo il senso profondo del concetto aristotelico di zôon politikòn – e ogni qualvolta tale possibilità viene chiusa o negata, essi hanno necessità vitale di riappropriarsene – in qualunque altro luogo e modo.
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Rousseau è su Facebook! (e ci guarda)

lunedì 15 settembre 2014

Panopticon

Byung-Chul Han legge l’attuale società globale come pervasa dal mito della trasparenza.
Si attribuisce a questo termine, in genere, una caratteristica di positività: un potere trasparente, rapporti trasparenti tra le persone, maggiore trasparenza nell’agire pubblico dovrebbero in teoria giovare al buon funzionamento della società.
Salvo che, a ben vedere, La società della trasparenza (questo il titolo del suo recente saggio edito in Italia da nottetempo), proprio in quanto affetta da un eccesso di positività (tutto in evidenza, nulla in ombra, via ogni negativo) si trasforma in un dispositivo sociale quantomai oppressivo.
Han, com’è nel suo stile, abbozza molti argomenti senza approfondirli, esponendoceli in una serie di brevi capitoli per tesi e suggestioni. Sullo sfondo i concetti già esposti nel breve saggio La società della stanchezza (società della prestazione, iperpositività, autosfruttamento, ecc.).
Riprenderò qui alcuni riferimenti che potremmo definire “inquietanti” a proposito del concetto di trasparenza inteso come “far luce”, “illuminare”, “svelare”, significati tipici (se non archetipici) del pensiero filosofico da Platone in poi.
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Il piscio dei cinici

mercoledì 21 novembre 2012

Riprendo un interessante commento di filosofiazzero di qualche giorno fa, a proposito dell’atteggiamento dirompente dei cinici di fronte al filosofare o al discutere. Egli scrive, con la sua prosa a volte un poco involuta e anacolutica (che a me piace molto e che è forse essa stessa di stile cinico):

“Ogni qual, cosiddetto, ragionamento sensato o corretto o argomentato o accomodato eccetera, fa la figura di essere tronfio e ampolloso e pretenzioso e quant’altro. Pensate al filosofo Apel: per argomentare si dovrebbe almeno appartenere a un presunto insieme di dialoganti, per così dire, seduti attorno al tavolo del ragionamento sensato e coerente e serio.
Il cinico per esempio (ma non lui solo) manda all’aria ogni cosa, e non solo, rivendica per se stesso il diritto di non appartenere a nulla. A parte le offese, il difetto di… [il riferimento è a un ospite del blog piuttosto irriverente e incline alla rissa verbale, ma non mi interessa qui soggettivizzare la questione, bensì mantenermi su un piano oggettivo e teoretico] ... il suo difetto è quello di non essere cinico estremo, con tutti, ma solo con noi miseri bloggatori (mi si passi il termine) e non con i Platoni, ammesso che esistano, del nostro tempo. Lui parla coi fanti e lascia stare i santi”.

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Iperbole

venerdì 3 febbraio 2012

Inoculare sacri terrori nel corpo sociale – che è ormai un irriconoscibile corpaccione – è l’imperativo categorico di ogni potere. Lo è da sempre, si sa. Senonché non serve più che tale orrorifica istillazione avvenga secondo un piano preordinato e verticale. Il corpaccione di cui sopra se lo produce e se lo inocula da sé, volontariamente ed orizzontalmente, senza che alcun medico luminare glielo ordini. Dosi sempre più massicce di paure sempre più impalpabili e spesso posticce. Allo scopo anything goes: lo spread o i Maya, il gelo siberiano o la crisi finanziaria, il nucleare iraniano o una qualche influenza con una qualche misteriosa sigla, nonché gli immancabili untori e barbari, capri espiatori dalla pelle un po’ più scura, provenienti di solito da sud o da est – meglio ancora una pozione magica ottenuta mescolando tutti questi ingredienti a casaccio. Magari da iniettare subito in rete, da far circolare capillarmente e da interiorizzare per bene, ganglio dopo ganglio, creando l’illusione che tutto si sia fatto da sé. E d’altra parte è vero che si è fatto da sé. Autorealizzazione di paure autoindotte.
Si ottiene inoltre il risultato di innalzare di un altro grado la soglia immunitaria, dimenticando che vaccinarsi contro ogni cosa comporta il rischio di vaccinarsi contro la vita stessa e il suo fluire – in definitiva contro se stessi. Come succede con le malattie autoimmuni.
Se qualcuno pensa che ci possa essere una cura per l’iperbole sociale che ho provato a descrivere servendomi di un’iperbole linguistica (o, se si preferisce, di una serie di biometafore, peraltro prodotti sociali a loro volta) – la risposta è no. E ne dubito perché siamo ormai al capezzale del paziente; e significherebbe inoculare l’ennesima sostanza in un corpo esausto – un vero e proprio accanimento terapeutico con avvitamento ipertossico. Meglio forse far fuori il corpaccione e sbarazzarsi del cadavere; aspettare che marcisca e magari provare a usarlo come concime nell’attesa che cresca qualcos’altro.
Oppure uscire addirittura dalla metafora. Fuor di metafora, come si suol dire.

Potenza della filosofia

giovedì 5 gennaio 2012

(Il buon vecchio Emilio Agazzi, un professore marxista che ebbi la fortuna di seguire per qualche anno all’Università Statale di Milano,  recitò una volta, durante una lezione, la filastrocca in voga ai suoi tempi di studente, e forse anche ai tempi di Aristotele: la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale).

Bisognerebbe preliminarmente intendersi sul concetto di potenza, piuttosto stratificato e ambiguo.
È potenza la passività di un ente o di una mente, nel farsi soggiogare da ciò che le è esterno.
È potenza questo esterno, somma di forze incontrollabili e sovrastanti – potenza della natura, si suol dire.
È potenza la dis-posizione dell’ente o della mente a mutare, a cambiare forma o contenuto. A diventare quell’altro-da-sé che è già in-sé. È potenza la possibilità – dynamis, divenire ciò che è possibile divenire.
Le facoltà e le virtù sono pura potentia – conatus esistenziale che si realizza in una data forma di vita.
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99% Spinoza

giovedì 20 ottobre 2011

«Tuttavia, in quanto tale potere aristocratico non torna mai (come abbiamo ora mostrato) alla moltitudine, né la moltitudine vi è mai consultata, ma ogni volontà dello stesso consiglio è in modo assoluto diritto, esso è da considerare a tutti gli effetti come assoluto, e di conseguenza i suoi fondamenti devono poggiare unicamente sulla volontà e sul giudizio dello stesso consiglio, ma non sulla vigilanza della moltitudine, dal momento che essa è tenuta fuori, tanto dalla consultazione che dal voto. Pertanto, se questo potere in pratica non è assoluto, non può essere per nessun’altra ragione se non per il fatto che la moltitudine rimane temibile per chi ha il potere e per questo mantiene una certa libertà, che pure tacitamente rivendica e mantiene, anche in assenza di una legge esplicita».

(B. Spinoza, Trattato politico, cap. 8, par. IV; le sottolineature e i corsivi sono miei).

Profanare i dispositivi

sabato 16 luglio 2011

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
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Cazzo d’Occidente!

martedì 29 marzo 2011

Mi si perdoni il turpiloquio, ma talvolta è più efficace di certe ampollose argomentazioni. E allora veniamo subito al fatto. I migranti che provengono dal Maghreb in fiamme stanno approdando a Lampedusa. Non capisco però una cosa: Lampedusa non sta nelle isole Pelagie che stanno in Sicilia che sta in Italia che sta in Europa che sta in Occidente? Dunque: qualche migliaio di disperati (non: maghrebini, tunisini, eritrei, libici…; ma: esseri umani, fino a prova contraria), sta mettendo in crisi l’opulento-supponente Occidente?
Dal disastro di Katrina a quello di Fukushima agli sbarchi nel Mediterraneo: stessa insipienza, paralisi, impotenza del potere, che sembra usare ed abusare delle crisi. Ma com’è che quando c’è da bombardare, questo cazzo d’Occidente si mostra invece efficientissimo?

Riots!

giovedì 16 dicembre 2010

Se i polli d’allevamento stanno tutti ordinati nelle loro batterie, consumano composti nei centri commerciali (e, al più, sbevazzano e rumoreggiano nelle movide cittadine) – allora sono tubi vuoti e senza valori, nei quali insufflare l’unico valore;
se invece manifestano, alzano la voce, s’incazzano – allora diventano violenti e teppisti.
Certo, non si tratta di un aut-aut. Non funziona nemmeno la logica classificatoria che vorrebbe erigere recinti e classificazioni rigide. O di qua o di là. La bellezza dell’essere giovani e sorgivi sta anche – anzi, direi soprattutto – nel mettere in discussione le classificazioni, nell’essere in grado di spiazzare e di sorprendere il mondo, nell’imprevedibilità. La novità della nascita: qualcos’altro sorge all’orizzonte.
Da questo punto di vista, la violenza politica, la rabbia e gli scontri di piazza, fanno parte di una logica pre-scritta. Così come pre-scritte e pre-determinate sono le cornici entro cui quei fenomeni vengono ridotti, spiegati e gestiti (specie dai promotori dell’ordine).
Anche qui, vi è il rischio di un aut-aut: il potere (che per sua natura è violento, anzi è violenza assoluta – monopolio della forza, che è violenza trasfigurata o dissimulata) non può ammettere nessun contro-potere. L’ordine è per sua natura in radicale contraddizione con la sommossa.
Ma nei conflitti europei di questi ultimi mesi (da Londra ad Atene, da Parigi a Roma), c’è qualcosa di più. (more…)

Io se fossi Cattelan

sabato 16 ottobre 2010

Dante Alighieri faceva squadrare “amendue le fiche” dal ladro pistoiese e “bestia” Vanni Fucci, nientemeno che in cospetto della divinità (Inferno, XXV 1-3).
Svariati secoli dopo, Giorgio Gaber della divinità avrebbe voluto assumere addirittura il punto di vista, al fine di fustigare politicanti di destra, di sinistra e di centro.
Oggi – segno dei tempi – c’è il dito di Maurizio Cattelan, quel dito medio che in realtà è il residuo di una mano cui hanno mozzato le altre quattro dita, che oltre che drizzato contro finanzieri e borsaioli, nonché spacciatori globali di crisi – com’è ora in piazza Affari a Milano – mi piacerebbe vedere altrettanto eretto di fronte a… beh la lista è davvero lunga, potenzialmente infinita… si potrebbe cominciare da qualche ministro…

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