Posts Tagged ‘nascita’

Zoon politikon – 4. Sfuggente libertà

martedì 23 gennaio 2018

Libertas
1 libertà, condizione civile di uomo libero
2 affrancamento, emancipazione dalla schiavitù
3 autonomia, libertà politica
4 assenza di obblighi o costrizioni
5 permesso, licenza
6 franchezza, schiettezza, sincerità, libertà di parola
7 licenziosità, dissolutezza, libertà di costumi
8 indipendenza di carattere, amore per la libertà, spirito di libertà
9 immunità, esenzione da imposte
10 Libertas, la Libertà personificata e venerata a Roma come dèa

Vi sono già nella radice latina del termine le connotazioni variamente articolate, talvolta contraddittorie, con cui noi intendiamo questo concetto. Sono senz’altro presenti le due caratteristiche essenziali: la libertà (negativa) DA costrizioni e la libertà (positiva) DI agire (quello che viene comunemente denominato libero arbitrio). Ma vi è anche l’allusione al piacere (libido, che secondo alcuni condivide con libertas la medesima radice linguistica). Così come il riferimento alla sfera economica o giuridica (immunità, esenzione).
In sostanza possiamo dire che da questo ceppo comune derivano teorie molto diverse, talvolta incompatibili: le figure sociali di libertario, liberista, libertino, libero pensatore, liberale… – sono già tutte lì dentro.

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Trogloditi etici

giovedì 4 febbraio 2016

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Mentre intervengono pure i parrucconi-professoroni pediatri a dire cose infondate oppure banalità, appare sempre più evidente come la strategia reazionaria dei trogloditi etici della “famiglia naturale” sia non solo povera di argomenti, ma anche di spirito: ché essi riducono appunto lo spirito ad animalità, e l’amorosa educazione dei bambini ad una faccenda biologica – e i genitori alla nudità di un ovulo e dello sperma che lo feconda.
Ora, non è nel mio stile essere troppo assertivo, ma viste le idiozie provenienti dal campo dell’infamilyday è bene chiarire alcuni punti fermi:
a) non esiste alcuna “famiglia naturale” – esistono solo forme storiche e sociali di famiglia, e dunque famiglie diverse e in perenne trasformazione
b) non esiste nemmeno una forma unica, naturale ed assoluta di nascita e procreazione: la tecnoscienza ha mutato e muterà sempre di più la biologia, che non è, come qualcuno ha detto, un destino
c) è infondato pensare che un bambino necessiti di un papà e di una mamma, altrimenti sarebbe infelice: un bambino necessita di cure in senso lato, e le figure che lo accudiscono sono ruoli del tutto convenzionali
d) mi par legittimo che in una società in cui tutti i cittadini abbiano pari diritti, ciascun* possa decidere liberamente ed autonomamente quale forma di unione e/o forma familiare scegliere – matrimonio compreso
e) l’adozione e/o la procreazione di bambini da parte di persone glbt ha pari dignità e pari possibilità di successo delle forme di adozione/procreazione tradizionali
f) infine: esiste un “diritto d’amore” (rivendicato ad esempio da Stefano Rodotà) che può e deve far convergere regole e sfera affettiva. È l’amore ad avere un alto significato sociale, non “i valori”.
Fine degli umani non è forse la felicità, nonostante la valle di lacrime? Perché moltiplicarle laddove non ce n’è alcun bisogno?

Primo lunedì: apocatastasi!

mercoledì 23 ottobre 2013

Macro shot fuzzy mold growing on raspberries

La nostra ricognizione sui “chiaroscuri” dell’esistenza esordisce con l’opposizione inizio/fine – forse la più tipica coppia dialettica (insieme a nascita/morte, che anzi, per certi aspetti, la fonda): probabilmente se noi umani fossimo immortali non ci faremmo alcuna domanda sul senso della vita (e della morte), e dunque anche la questione del sorgere e del dissolversi delle cose e dei viventi non ci angoscerebbe granché.
Ho introdotto l’argomento giustapponendo tre pensatori molto distanti tra loro, sia in termini temporali che teorici, ma che proverò a far interagire: Anassimandro, Leibniz, Arendt.

I filosofi delle origini, che ricercavano l’arché, si posero il problema dell’inizio in un modo radicale e totalizzante, se è vero che arché è da intendere più correttamente con la ricerca dell’elemento che sostiene, sorregge, impera (l’esempio della parola archeologia, composto da archaios=antico è fuorviante, meglio archi-tettura, archi-trave o arcangelo, retti da archèin=comandare: ciò che è primo, quindi il primo costruttore, la prima trave, il primo angelo) – insomma la ricerca dell’arché si caratterizza come la ricerca della (prima) legge che regge le sorti del mondo e di tutti gli esseri: architrave e sorgente del tutto-natura, ovvero della physis.
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Disseccantesi emozionalità

venerdì 31 Mag 2013

germoglio

«Così nasce la filosofia, creatura troppo composita e mediata per racchiudere in sé nuove possibilità di vita ascendente. Le spegne la scrittura, essenziale a questa nascita. E l’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico.
Abbiamo inteso in senso stretto di dare un quadro della nascita della filosofia. Nel momento stesso in cui la filosofia nasce, noi qui l’abbandoniamo. Ma quello che ci premeva di suggerire è che quanto precede la filosofia, il tronco per cui la tradizione usa il nome di «sapienza» e da cui esce questo virgulto presto intristito, è per noi, remotissimi discendenti – secondo una paradossale inversione dei tempi – più vitale della filosofia stessa».

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Forme di vita

venerdì 21 dicembre 2012

Pintoricchio.BanbinGesu

Non è un bel vedere. Sbava ed è tutto accartocciato sulla sua carrozzina. La donna che lo sta assistendo mi dice che ha 14 anni, ma di età mentale non più di 9 mesi. Oltre ad avere questa malformazione genetica, ha avuto grossi problemi gastrointestinali ed è per di più diabetico. Insomma, è vivo per miracolo. Lei gli accarezza i capelli e lui si strofina sul suo braccio. Poi il ragazzo fa una cosa inaspettata: si rivolge a me e mi tocca la mano, in segno di affetto – dice lei. Io non so cosa pensare.
Qualche minuto dopo, mentre faccio la mia passeggiata quotidiana, vengo assalito da una tempesta di pensieri e di emozioni. Pensieri che bruciano e lacrime che sono sul punto di cadere – anche perché…

…c’è stata una fase della mia vita – qualche decennio fa – nella quale ho avuto profondi convincimenti eugenetici. Il monte Taigeto (ammesso sia vera quella crudele usanza spartana) – naturalmente in forma sterile e medicalizzata – mi sembrava una buona e radicale soluzione al problema dell’handicap, delle malformazioni, e a tutto quel complesso drammatico che talune nascite si portano dietro.
Oggi mi vergogno profondamente di quei miei pensieri. Intendiamoci: la donna (o i genitori) che dovessero decidere di non far nascere un futuro bambino con gravi malformazioni, hanno e avranno sempre la mia piena solidarietà – oltre alla condivisione razionale. E non potrò mai perdonare tutti quei porporati e sepolcri imbiancati che da anni strillano contro l’aborto, come se non fosse un dramma per una donna sopprimere una vita che ha in grembo. Ma che ne sanno loro? (e del resto nemmeno io so, posso solo immaginare, com-patire).
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Settemiliardi

lunedì 31 ottobre 2011

Oggi, secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite, dovrebbe nascere l’umano numero 7 miliardi.
Il settemiliardesimo. Il numero 7000000000. In qualsiasi modo si dica o si scriva suona strano.
La demografia è sempre stata un’espressione di potenza nella storia umana. O anche di dannazione. Bocche da sfamare, braccia per l’agricoltura, carne da cannone. Bambini dickensiani reclusi nelle fabbriche (non solo ottocentesche).
I sudditi degli imperi, i cittadini dei moderni stati, i fedeli adepti delle chiese, mobilitazioni totali – numeri, masse, popoli, fiumane di gente: ciò che indica, di nuovo, potenza. Il Reich hitleriano portò tutto ciò al parossisimo: Lebensraum indica una precisa transizione della terminologia riguardante la dinamica demografica dal campo biologico a quello geopolitico. Insomma, darwinismo sociale nudo e crudo.
Il capitale ha un rapporto molto stretto con la demografia: corpi e menti da spremere fino all’ultimo joule o neurone, immensi e nuovi mercati da colonizzare – produzione e riproduzione a ciclo continuo. Produci, consuma, crepa. Ma prima devi nascere.
Naturalmente i cicli della demografia sono sempre i cicli dell’economia: migrazioni, urbanizzazione, spopolamento, ripopolamento, denatalità, nuove migrazioni, sovrappopolazione, fame (che è quasi sempre un infame affamamento), povertà (che è sempre un impoverimento).
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L’inizio

martedì 14 dicembre 2010

(Sono stato quasi partorito dalla morte – ed è forse per questo che amo ancor più la vita.
Tre fratelli morti – due gemelli di pochi giorni, una sorella a due anni – ti fanno sentire una specie di sopravvissuto ad una strage…)

Il 14 dicembre di mezzo secolo fa, per una casuale combinazione di fattori, nasceva mia sorella, Giuseppina Lucia detta Pinuccia. Sarebbe morta, tragicamente e altrettanto casualmente, meno di due anni dopo, annegando in una vasca del bucato colma d’acqua. Le nostre vite si sono casualmente sovrapposte per soli due mesi – io non ne serbo alcun ricordo diretto, mentre la sua esperienza percettiva di me (se così posso definirla) è andata per sempre distrutta – o per lo meno non si sa dove sia finita, se non nel pallido riflesso dei rimandi psichici dei sopravvissuti.
Certo, l’influsso che su di me quella morte ha avuto non è stato casuale – credo anzi che sarei affatto diverso senza quella morte e senza la narrazione oleografica e il culto della memoria (specie da parte di mia madre) che ne sono seguiti – tutte cose cucitemi addosso fin dalla culla; ma ancor più grande quell’influenza sarebbe stata se lei mi avesse accompagnato da viva in tutti questi anni. Sarei potuto essere – relativamente a lei – tre persone diverse: io con la sua morte (che è quel che sono), io con la sua vita (che è quel che avrei preferito essere), io senza né la sua vita né la sua morte. Sono invece vissuto, nel bene e nel male, entro il cono d’ombra della sua assenza.
Il gioco del come sarebbe stato se invece lei fosse vissuta (e convissuta con me) copre uno spettro di possibilità così ampio ed evanescente da rasentare di volta in volta il mistero, la curiosità, l’angoscia, il caso (di nuovo), la follia – ma soprattutto l’inanità e l’assurdità. Mi sottraggo a quel gioco (e giogo), così come al libero flusso dell’emotività (che preferisco tenere soltanto per me), e mi limito a celebrare la vita anziché la morte, pubblicando un piccolo racconto sul tema della nascita banalmente intitolato L’inizio.
Con questo mi piace pensare che lo spettro delle possibilità di Giuseppina Lucia detta Pinuccia – che oggi compirebbe 50 anni -, è ancora lì, sospeso e congelato da qualche parte. E vorrei che fosse l’unico spettro ad aleggiare su di me.

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Empedocle guerrafondaio ecologista

martedì 2 giugno 2009

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Avevo già scritto a proposito delle cosmologie della guerra dei filosofi presocratici, in particolare in Anassimandro ed Eraclito. Ne avevo parlato qui e qui. Empedocle non fa eccezione.
Il filosofo-mago vissuto in Sicilia nel corso del V secolo a.C., viene di solito inquadrato nei manuali di storia della filosofia come “pluralista” e, secondo diversi interpreti, come colui che avrebbe fornito una sintesi risolutiva del grande conflitto ontologico apertosi tra e con Eraclito e Parmenide (naturalmente non è affatto così, Empedocle non ha risolto un bel niente, e magari non era sua intenzione nemmeno farlo).  Il suo sistema a due livelli sembrerebbe in effetti accogliere sia l’esigenza dei fisiologi e di Eraclito di garantire la diveniente molteplicità della physis, della natura e del mondo sensibile, sia quella parmenidea di un livello intangibile e incontrovertibile volto a garantire stabilità al mondo. I quattro elementi da una parte, il contrasto cosmologico di odio/amore dall’altro, sarebbero cioè in grado di spiegare la nascita, la morte e il divenire, non essendo essi a loro volta divenienti, né enti nati o destinati alla morte.  Partiamo dalle due forze cosmiche, motori del divenire.

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Sbocci (o sbocchi?)

martedì 21 aprile 2009

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Das Wahre ist so der bacchantische Taumel,
an dem kein Glied nicht trunken ist.

(G.W.F. Hegel)

In occasione della sua nomina a rettore dell’università di Friburgo, Martin Heidegger pronunciò un discorso intitolato L’autoaffermazione dell’università tedesca, più noto come Rektoratsrede (Discorso di rettorato), nel quale prendeva ufficialmente posizione in favore del nascente regime nazista. Era il 27 maggio 1933. Non è mia intenzione entrare qui nel merito dell’annosa querelle sul nazismo di Heidegger, su cui molti si sono spesi (in particolare Victor Farias). Dopotutto mi pare sia ormai pacifico che Heidegger era un nazista, anzi direi proprio un nazistone. Può un filosofo essere nazista? – si potrebbe chiedere qualcuno. Evidentemente sì, visto che Heidegger era entrambe le cose. Ma non è una contraddizione in termini essere filosofo e nazista? Boh, non saprei. D’altra parte la filosofia non è mica tutta da tenere: uno degli ultimi scritti di Luciano Parinetto si intitolava proprio Gettare Heidegger, alludendo ironicamente alla categoria heideggeriana dell’essere-gettati o della gettità e invitando ad abbandonare e consegnare all’oblìo il “sito” heideggeriano e il suo gergo a dir poco carnevalesco. I filosofi scelgono di (o se) schierarsi, noi possiamo sempre scegliere quali filosofie “tenere” e quali buttare. E’ vero che prima di buttarle bisogna anche sapere che cosa si butta… E di fatti, nonostante annusassi il nazismo di Heidegger lontano un miglio, mi sono sciroppato a suo tempo il tomone di Sein und Zeit, Che cos’è metafisica? insieme ai vari saggi comparsi in Segnavia, Introduzione alla metafisica, ecc. ecc. E nel tempo mi sono convinto che il nazismo di Heidegger non è una questione esteriore, biografica, ma interna al suo pensiero. Ciò non toglie che si possa anche tentare una cernita, un’opera di separazione del loglio dal grano – ma siamo sicuri che si possa davvero fare?

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Quando ero cristiano…

domenica 12 aprile 2009

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Andrebbe aggiunto al titolo: e sottolineo quell’ero, anche se periodicamente mi vengono dei dubbi proprio sul tempo imperfetto. Per una certa fase della mia vita, anche se breve, lo sono stato, certo, e anche in maniera profonda e convinta. Ho bazzicato chiese e raduni, condividendo linguaggi, fedi, convinzioni, speranze. Poi, nell’ultimo quarto di secolo, ho proceduto ad una inesorabile scristianizzazione della mia vita, quasi si trattasse di estirpare erbacce o di eliminare tossine dal mio corpo. Prima ero cristiano, cioè superstizioso, poi sono cresciuto e ho cominciato a ragionare con la mia testa.

Rimane il fatto che non si può uscire dalla propria epoca – è ancora Hegel ad illuminarci con le sue puntuali metafore – più di quanto non si possa cambiar pelle… Come dire: le strutture profonde, e spesso inconsce, della cultura, del linguaggio, del Dasein, ci inchiodano ad un modo di essere del quale non si può disporre a piacimento. Volenti o nolenti, qualcosa di quel complesso che definiamo “tradizione” si è depositato per sempre nelle nostre testoline, e, per quanto noi la rifiutiamo, espungiamo e vomitiamo fuori, un po’ di scorie e di residui restano depositati da qualche parte. E anzi questi “resti” del passato si intrecciano talvolta così inestricabilmente coi nostri vissuti, che non è più possibile reciderli o scrostarli del tutto. In definitiva: non sarei quel che sono senza quella parentesi cristiana. Non dico che sarei migliore, o peggiore; sarei solo diverso.

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