Posts Tagged ‘hegel’

Le parole del contagio

lunedì 30 marzo 2020

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
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Cose a caso sparse

mercoledì 7 agosto 2019

“Da cose a caso sparse, la struttura bellissima del cosmo”, diceva Eraclito. Ciò però non legittima chiunque a dire cose a caso sparse, prive di lògos. Occorre aver prima ragionato – indagato, cercato e ascoltato la ragione in sé e nelle cose, per poter dire qualcosa.
Il dire è sempre una responsabilità, e non può essere affidato al caso.
Era ciò che un filosofo definiva “la fatica del concetto”.

Sestetto moderno

mercoledì 6 marzo 2019

Volendo ridurre all’osso la filosofia moderna, ne viene fuori un (breve) catalogo di risposte all’unica domanda sensata che il pensiero, ormai ridotto a se stesso, soggettivo e non oggettivabile, continua a porsi: che cosa sono – io – nell’economia dell’essere?
Naturalmente dipende anche da che cosa si risponde a proposito dell’essere, ma il problema sta proprio in questo garbuglio insieme ontologico e gnoseologico, dato che l’essere non è mai disconnesso dal soggetto che lo pensa e che si pensa in esso.
Nella ruota di possibili risposte che il soggetto pensante è in grado di fornire, c’è chi riduce l’essere ad un meccanismo chiuso in se stesso e privo di fine, dunque insensato anche se perfetto così com’è: la mente è solo il dente di una ruota del meccanismo, nulla di più, e deve accontentarsi di sapersi parte del meccanismo.
C’è poi chi riduce l’essere alla sua mera pensabilità – flatus vocis.
C’è chi ne fa un farsi del pensiero che, una volta emerso da una sostanza cieca e senza finestre, diventa l’occhio di quella sostanza – ciò che ne rivela il senso. Ciumbia! avrebbe detto un mio caro amico che fu.
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Il succulento contenuto della mia valigia randagia

sabato 24 novembre 2018

(nella raccolta La lanterna del filosofo di Guido Ceronetti, edita da Adelphi, ci sono alcune pagine illuminanti dedicate a Spinoza e Schopenhauer: quel che segue ne è una sintesi, seppure frammentaria, seguita da alcune mie considerazioni sull’ottimismo)

1. Errore, dolore, stortura, peccato, mostruosità, caricatura, assurdità, imperfezione, deformità, stranezza, demenza, miseria: Spinoza espunge tutto ciò – ovvero, la carne e il sangue dell’umanità (“il succulento contenuto della mia valigia randagia”, dice Ceronetti) – dal suo sistema perfetto. Come può un umano errante definirsi spinozista?
L’Etica abolisce il tragico, sloggia il culto di Thanatos dall’Occidente (operazione perfettamente riuscita) fino all’incretinimento.
I bambini, le donne, i malati dell’anima, i pazzi, i suicidi (e gli animali) – sono gli assoluti incompresi da Spinoza. I buchi nel suo sistema. E il buco più grande di tutti – l’immaginazione, impurità cadaverica.
Non si può credere alla perfezione metafisica del mondo – ma alla perfezione della vita di Spinoza sì: era un cristallo puro tra scoli sudici e bisbigli d’odio; un lino intatto su un tavolo dove qualcuno conta sordidamente denaro con mani unte.
Fu felice Spinoza – nonostante credesse fermamente al verso di Campanella Ma ride al tutto la parte che geme?
Rideva al tutto l’agonia di Spinoza quel 21 febbraio 1677?

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Antropocene 2 – Prima l’Africa!

mercoledì 14 novembre 2018

Il titolo di questo incontro, se da una parte vuol fare il verso a quell’infelice slogan che va ora per la maggiore (“prima gli italiani” – ma anche “first America”, prima noi, padroni a casa nostra – che è poi sotto sotto prima io e la mia tribù), dall’altra allude a una realtà storico-antropologica ormai incontestabile: è dall’Africa che veniamo tutte e tutti. L’Africa sta alle origini della storia della specie e di tutte le sue infinite migrazioni planetarie. Ed è all’Africa che tutti i nodi dell’ingiustizia globale ritornano…

1. Una specie scissa
La paleoantropologia e la biologia ci fanno sapere che homo sapiens è un’unica specie (e l’unica specie umana rimasta sul pianeta, dopo che i nostri vari cugini diversamente umani si sono estinti per cause ancora da chiarire).
Ciò non vuol dire che al suo interno non vi siano “varietà” e diversificazioni, sia sul piano biologico (genetico) che sul piano culturale – ma è ormai assodato che le prime sono minime ed inessenziali, del tutto marginali, mentre sono le costruzioni culturali ad essere ben più consistenti.

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Quinta passeggiata filosofica

lunedì 18 giugno 2018

Elogio della verditudine
[La passeggiata si è tenuta domenica 27 maggio 2018, presso il parco Castello di Legnano, in collaborazione con la compagnia teatrale Radicetimbrica Teatro]

Consideriamo oggi una parte della natura che costituisce elemento essenziale del camminare, ovvero la vegetazione. Credo sia incalcolabile l’influsso che i colori, le forme, i profumi del mondo vegetale hanno sulla nostra vita (che ovviamente non sarebbe possibile senza le piante) – non solo in termini materiali, ma anche in termini emotivi ed estetici.
Ci occuperemo oggi di quel modo di manifestarsi del mondo vegetale che definisco “verditudine” – la moltitudine di forme che il viandante sperimenta nel suo rapporto col paesaggio.
Lo faremo in 3 brevi mosse, servendoci di Hegel, di Goethe e dell’invenzione contingente (e forse casuale) delle angiosperme.

Partiamo proprio da quest’ultima. È molto probabile che 130-150 milioni di anni fa il mondo fosse grigio e monotono, prima dell’avvento di quella forma vegetale più evoluta (nel senso di complessa, non di superiore) che è rappresentata dalla forma oggi più diffusa, ovvero le Angiosperme: semi vestiti e protetti da un frutto (a differenza, ad esempio, delle Gimnosperme, a seme nudo, o delle piante che si diffondono tramite spore), sistema raffinatissimo dell’impollinazione zoofila – con fiori sempre più grandi, profumati, colorati e attraenti.
Si sarebbe cioè insinuato nel grigiore e nella monotonia precedenti un paesaggio sempre più multicromatico, profumato e ricolmo di frutti e godimento: un vero e proprio giardino (il giardino dell’Eden?).
Tutto grazie al caso e alla contingenza – a voler prendere sul serio le tesi evoluzionistiche.

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Destra sinistra sovranismo liberismo

giovedì 31 maggio 2018

Pur nella sua sconsiderata brutalità, la frase attribuita al commissario europeo Oettinger “I mercati insegneranno agli italiani a votare”, rivela il nodo attorno a cui ruota ormai quella che appare sempre di più la futura polarizzazione elettorale (in Italia e non solo): sovranisti contro europeisti, (ma sarebbe meglio dire liberisti), destinata ancor più del recente passato ad oscurare quella di destra e sinistra, sempre più svuotata dei tradizionali significati che per un paio di secoli l’hanno caratterizzata.
La Lega sovranista, una sorta di neo-NSDAP, al momento egemone nel dibattito, sfrutta lo slogan “padroni a casa nostra”. Niente di più falso e fuorviante di quello slogan: siamo sempre ospiti di passaggio, entro sfere crescenti di necessità, dei luoghi fisici e sociali nei quali ci troviamo a vivere. Che non vuol dire che non si possano modificare, ma che occorre avere coscienza profonda e rigorosa delle condizioni date per poterlo fare, per non parlare degli obiettivi che ci si propone.
(Oltre al fatto che nessuno è padrone – se non entro la relazione hegeliana di servo e padrone, condizione quantomai dialettica e storicamente determinata, dunque destinata ad essere superata – Aufhebung – tramite il conflitto sociale).
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#200Marx – La filosofia

martedì 8 maggio 2018

1. Il punto di vista del vecchio materialismo è la società borghese, il punto di vista del materialismo nuovo è la società umana o l’umanità sociale.
I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo.
(Tesi su Feuerbach)

2. Questo ideale sollevarsi al di sopra del mondo è l’espressione ideologica dell’impotenza dei filosofi di fronte al mondo.
La filosofia e lo studio del mondo reale sono tra loro in rapporto come l’onanismo e l’amore sessuale.
(L’ideologia tedesca)

***

Marx è a tutti gli effetti un filosofo, ha studiato Hegel – che pure, come dice nella Lettera al padre, non gli era piaciuto per quella sua “grottesca melodia rocciosa” – partecipa, dall’interno, al dibattito degli hegeliani di sinistra, si laurea con una tesi sulle differenze tra Democrito ed Epicuro, dimostrando così un precoce interesse per la tradizione del pensiero materialista, ecc.
Eppure tutto questo gli sta stretto. Lo trova autoreferenziale, un gesto narcisistico e onanistico, privo di scopo, una critica-critica fine a se stessa, che non incide nel “corso del mondo”. Che è poi precisamente la tesi hegeliana – la filosofia giunge sempre tardi, spicca il volo a sera, come la nottola di Minerva, quando ormai tutto ha avuto luogo.
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Gastrocucinismo

giovedì 11 gennaio 2018

grandeabbuffata5

La Coca-Cola costituisce una minaccia
assai più letale di al-Qaida.
(Y.N. Harari)

Nelle sue Lezioni di storia della filosofia, Hegel irride coloro che, come Cicerone o Diogene Laerzio, ritengono Socrate un grande filosofo solo perché «avrebbe fatto scendere la filosofia dal cielo in terra, nelle case, nella vita quotidiana degli uomini» o nel mercato – che equivarrebbe a considerarla un utensile domestico, sì da trasformarla in una insulsa e un po’ cialtronesca filosofia popolare, se non addirittura in una “filosofia da cucina”.
Mi ha sempre divertito questa espressione – filosofia da cucina – che pare tra l’altro attagliarsi perfettamente all’epoca attuale. Sicuramente Hegel l’avvicinerebbe alla modaiola pop-filosofia, ma a me è venuta in mente a  proposito di quello strabordante fenomeno cui quotidianamente assistiamo in tv (per chi ha ancora il fegato di guardarla), nei social, nella pubblicità, nell’editoria: ovvero il proliferare di chef e di masterchef, ricettari e gente in grembiule che passa l’intera giornata dietro ai fornelli (e, si presume, a tavola) e l’imporsi di un immaginario  – e di un discorso – che ruota ossessivamente attorno al cibo, alla cucina, ai sapori di una volta,  alla tavola, al gusto, all’enogastronomia, al turismo gastronomico – ad ogni gastrocosa – dimenticando che, dopotutto, stiamo parlando di un tubo aperto su due lati – e di processi di assimilazione, digestione, espulsione. Tutto ciò ci parla insomma di un’ideologia diffusa che definirei del “cucinismo”.
Che è poi perfettamente in linea – faccia nascosta della medaglia – con i dati squilibrati di un pianeta che non soffre più di fame (o ne soffre molto meno di un tempo), quanto piuttosto di bulimia e sovralimentazione crescenti.
I dati globali ci dicono infatti che se ancora 850 milioni di umani sono malnutriti, lo sono anche, per ragioni opposte, i 2 miliardi in sovrappeso, dato destinato a crescere fino ad interessare il 50% della popolazione mondiale in pochi anni. Nel 2012 i morti di diabete erano 1,5 milioni, 12 volte di più di quelli dovuti alle guerre.
Hegel troverebbe tuttavia molto pericolosa questa prospettiva, se è vero che le pagine della storia si scrivono con il sangue, e non con i ricettari – medici o culinari che siano.

Monadi digitali

venerdì 29 settembre 2017

[note a margine della lettura di questo recente testo del sociofilosofo Byung-Chul Han sul neoliberalismo e le nuove tecniche del potere]

1. La libertà come autoproduzione e autosfruttamento illimitati: la dialettica servo/padrone di hegeliana memoria è ora interna, del tutto interiorizzata: ciascuno è insieme servo e padrone di se stesso [ma cos’è “se stesso”?].
Dall’assenza conseguente di un noi politico Han ricava l’impossibilità di una rivoluzione sociale secondo lo schema marxiano.

2. Il capitale è il nuovo dio e orizzonte trascendente [questo era chiaro da tempo)]. La società digitale e i suoi dispositivi sono i luoghi di una neoreligiosità: facebook è la chiesa, il like l’amen, lo smartphone il nuovo rosario.

3. Il capitalismo emotivo: oggi non consumiamo cose, oggetti, merci, ma emozioni, illimitate emozioni. La psicopolitica neoliberale [nuova tecnica di governo globale, successiva alla società disciplinare, perché si fonda essenzialmente sulla positività dell’autosfruttamento] s’impossessa dell’emozione, penetra a livello limbico, istintuale, così da condizionare le azioni (motiv-azioni) sul piano pre-riflessivo.

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