Posts Tagged ‘alienazione’

L’utopia visionaria degli eptopodi

martedì 31 gennaio 2017

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Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
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Umiliati e offesi

lunedì 7 novembre 2016

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Non son solito attribuire dignità al lavoro in sé – per lo meno non al lavoro alienato della società del capitale. Rimango affezionato all’idea marxiana (e forse un poco romantica) che distingue tra Arbeit e Tätigkeit, lavoro come costrizione contro libera attività. Che poi questa non si sia mai realizzata in passato, men che meno oggi e non si realizzerà mai in futuro, fa un po’ parte di quella dimensione utopico-filosofica che faceva dire al Rousseau sognatore, a proposito del suo genuino uomo naturale, che poco importava che non fosse mai esistito, anzi meglio ancora.
Fatta questa premessa vagamente teoretica, mentre vedevo l’ultimo film di Ken Loach ho pensato che non soltanto il sol dell’avvenire atteso dai lavoratori ha cessato di splendere da molto tempo, ma che non se ne vede all’orizzonte il benché minimo segno di risorgenza. Nemmeno un debole raggio. Nulla, o quasi. Daniel Blake – il protagonista di una fin troppo consueta storia di burocrazia nell’epoca della flessibilità alias precarietà – s’ammala, non può lavorare e rischia di perdere tutto – anche la dignità residua: quel pronome personale del titolo e quel nome cui tutta la sua vita finisce per ridursi. Ecco, probabilmente il fatto che si sia riposta nel “lavoro” (qualsiasi lavoro, anche il lavoro più noioso, ripetitivo, umiliante – per non dire “di merda”) una residua dignità annullata la quale si cessa di esistere (a meno che non si abbiano soldi, potere e visibilità), qualifica l’attuale compagine sociale come un’oscenità antropologica. (Ad ogni modo a Daniel Blake, alienato o no, dignitoso o no, il suo lavoro di falegname piace, e non vede l’ora di tornare a farlo, pur con il cuore non del tutto rimarginato).
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Terzo fuoco: homo homini deus

lunedì 21 dicembre 2015

Q10

Il nostro terzo incontro avrà come oggetto di discussione la religione. Naturalmente è un argomento vastissimo, noi ci limiteremo a domandarci se ha ragione Marx nel definirla oppio del popolo, e quale possa essere il senso di questa definizione in un periodo così tormentato (anche in termini religiosi) come il nostro. A guidarci sarà L’essenza del cristianesimo, un saggio del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, pubblicato nel 1841 e cruciale (anche per Marx) sul significato della religione nella vita umana – con un approccio che antropologizza la teologia e umanizza il divino, invertendo così i termini del rapporto che lega l’uomo a Dio (il predicato e il soggetto), svelando il “trucco religioso” e smascherandone il vero senso: non Dio crea l’uomo, quanto piuttosto è l’uomo a creare Dio, riponendo in esso le cose essenziali, i tesori della propria umanità. Se tradizionalmente si pensava che il soggetto-creatore fosse Dio, e l’uomo il predicato che ne deriva, occorre invece rovesciare questo rapporto, e rimettere le cose al loro posto.

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Epepe – o Bebe o Edede o Tjetjetje o Cece o…?

sabato 22 agosto 2015

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Epepe – dell’ungherese Ferenc Karinthy – è forse il più geniale romanzo sullo straniamento che io abbia mai letto (un altro, bellissimo, è senza dubbio Nulla, solo la notte di John Williams).
Dopo averlo finito – anzi direi febbrilmente consumato – ci rendiamo conto di conoscere a malapena il nome del suo protagonista, Budai, ma nessun nome delle cose, dei luoghi e delle persone che affollano il mondo (praticamente alieno) nel quale egli viene erroneamente catapultato (a causa di un fatale disguido aereo).
Sarebbe dovuto andare ad Helsinki (è l’unica coordinata geografica che ci è nota al principio della storia), ed invece finisce in questa metropoli allucinante dove affonda come nelle sabbie mobili (la metafora è dello stesso Karinthy).
Due i motivi forti del romanzo. Uno è senz’altro quello linguistico-comunicativo: il protagonista è un linguista che avrebbe dovuto partecipare ad un convegno internazionale e che invece dovrà paradossalmente misurarsi con una lingua della quale non riesce a scalfire nemmeno la superficie (soprattutto della lingua parlata, che pare perennemente cangiante e foneticamente incomprensibile; mentre la scrittura risulta ostica ed impenetrabile, con quei suoi segni un po’ runici un po’ cuneiformi, in realtà del tutto incatalogabili). Ogni volta che Budai tenta di scavalcarlo o di penetrarlo, il muro di suoni e di segni appare insormontabile e tetragono, e lo respinge con violenza.
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Piccola apologia dell’opacità

venerdì 10 luglio 2015

[L’ideologia panottica del cerchio – L’ideologia “democratica” della rete – Trasparenza orizzontale,  opacità verticale – Privacy, profilazione e neovalorizzazione – Alétheia, ovvero dell’ossimoro fondante il concetto di verità – Rousseau essoterico: giù ogni maschera! – La metafisica digitale di Gorgia – Trasparenza seduttiva e securitaria – Trasparenza satura – Trasparenza emotivo-immaginifica – L’acritica (in)coscienza social – L’eterno riposo digitale]

274998941. Un sistema di disseminazione di microvideocamere pressoché invisibile, virtualmente esteso a tutto il pianeta, che lo renda visibile e trasparente a chiunque in ogni momento; un microchip sottocutaneo per ogni nuovo bambino nato che lo renda tracciabile e dunque al sicuro da malintenzionati, pedofili, orchi e quant’altro; un automonitoraggio continuo del corpo attraverso una sostanza ingerita che produce la visualizzazione di tutti i dati biometrici sulla pelle del braccio; l’assoluta trasparenza dei politici, attraverso la visualizzazione pubblica di ogni minuto della loro vita; l’assoluta trasparenza di ciascun individuo; l’assoluta trasparenza e condivisione obbligatoria di ciascuna opinione, desiderio, decisione politica…

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Seconda parola: lavoro

martedì 18 novembre 2014

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Utilizzerò come filo conduttore per la serata alcuni testi piuttosto classici, anche se molto diversi tra di loro, non prima però di aver dato uno sguardo all’origine etimologica della parola lavoro, per la quale mi limito a riportare la relativa voce di wikipedia:

“Il termine lavoro riporta al latino labor con il significato di fatica. Sono noti i detti della letteratura classica “durar fatica” e “operar faticando“. Ancora oggi in alcuni dialetti si utilizzano i termini “faticare”, “andare a faticare”, per intendere “lavorare” e “andare a lavorare”. Altro termine di parlate italiane per “lavoro” è travaglio, dal latino tripalium (strumento di tortura), per esempio in siciliano “lavorare” si dice “travagghiari” e in piemontese “travajè ecc.”

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La cacciata dal paradiso terrestre

Cominciamo col più classico dei libri:

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Il flâneur

lunedì 11 agosto 2014

flaneurIl mio primo impatto serio con la filosofia – ne ho già narrato qui – avvenne esattamente 30 anni fa. Ed è indissolubilmente legato ad una persona – Franco Crespi – che da 3 anni non calca più questa terra. Non è un caso che utilizzi questa metafora (una delle tante perifrasi per non nominare la morte), dato che la sua figura è indissolubilmente legata a quella di un tipico flâneur cittadino. Un flâneur in verità un po’ ammaccato negli ultimi tempi, per ragioni di salute e di trascuratezza. Ma mi piace tornare col pensiero a quel 1984, l’anno in cui lo conobbi e in cui mi innamorai follemente della filosofia: lui fu uno dei tramiti seducenti e fascinosi di questo innamoramento che, tra alti e bassi, perdura tuttora, anche se è ormai più un amore consunto e abitudinario, con dei ritorni di fiamma sempre più rari (non è vero che è così, ma mi piace scriverne così, è letterariamente più interessante e romantico).
Ma torniamo alla flânerie crespiana: incedeva per le vie della città col suo metro e ottanta e la sua chioma argentea e svolazzante, gli occhi celesti (che talvolta guardavano chissà dove) e bisognava a tutti i costi percorrere chilometri e chilometri con lui, discutendo di ogni cosa, dato che pensare e camminare erano intimamente legati. Ma non parlo di un camminatore qualsiasi (camminare è anche l’andare ciondolante e svagato in campagna o quello ascendente e da marcia delle montagne – esistono molti camminatori, molti modi di camminare, così come molti modi di pensare), parlo proprio di un flâneur profondamente cittadino e radicato nella metropoli, allo stesso tempo antagonista, incazzoso ma anche sognante ed in perenne movimento.
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Ottavo (ed ultimo) lunedì: arte e bellezza oltre le scissioni

venerdì 30 maggio 2014

Partirò per la mia analisi da una delle scissioni fondative (probabilmente la madre di tutte le scissioni) della natura umana, cioè del nostro modo di concepire il mondo e noi stessi: l’opposizione con l’animalità.
Sta proprio qui – nell’opposizione originaria con l’animale, se si vuole il corpo stesso della nostra base biologica – il fondamento di tutta la nostra produzione culturale, spirituale, e dunque artistica ed estetica.
La mia tesi è che la maledizione della scissione – il vivere sempre come decentrati, in altro, al di là e fuori di noi stessi, come straniati – rechi con sé tanto il frutto velenoso dell’alienazione, dell’insoddisfazione, della noia e dell’angoscia, del desiderio mai sopito e realizzato (il nostro essere incompleti, mancanti, la nostra non accettazione della finitezza e della mortalità), quanto il sogno della bellezza e della perfezione.

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Aforisma 82

lunedì 24 marzo 2014

(sulle orme di Derrida)
La filosofia è essenzialmente “oblio calcolato” dell’animalità – quella stessa animalità che nel guardarci ci spoglia di ogni eccezione ed humanitas: reminiscenza di un nudo corpo senza “io”.

Senza alzare polvere

venerdì 27 dicembre 2013

Non c’è modo d’essere più terreni che marciando:
la monotonia smisurata del suolo.

giacometti_uomo_che_camminaSono moltissimi gli spunti che Fréderic Gros ci dà col suo Andare a piedi: filosofia del camminare (anche se è molto più bello il titolo originale, che forse valeva la pena lasciare in lingua anche nell’edizione italiana: Marcher, une philosophie).
Sono molti anche perché è un vero e proprio attraversamento degli attraversamenti, un camminare a fianco di grandi camminatori: da Nietzsche a Rimbaud, da Thoreau a Rousseau, dai cinici ai pellegrini medioevali fino ad arrivare ai flâneurs cittadini, e poi Nerval, Kant, Gandhi, Wordsworth (che è forse stato l’inventore delle passeggiate).
Camminare – lo dice già il titolo – è di per sé un atto filosofico, un elemento del pensiero. La mia esperienza personale mi dice che non c’è quasi pensiero che io abbia concepito o frase che sono andato qui scrivendo in questi sette anni (ma anche prima), che non siano sbocciati nel corso di una marcia, di una corsa o di uno svagato camminare. Condivido pienamente tale sensazione con l’autore francese, il cui testo ha un “valore aggiunto” (mi si perdoni la brutta espressione) proprio perché lui stesso ha molto camminato e fatto esperienza di quel che scrive – ha, insomma, portato a spasso i suoi pensieri, ha fatto prendere loro aria e brillantezza, deponendo così quella brutta sensazione di uno scrivere stantio ed asfittico.
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