La superstizione di essere epigoni

«Il responso del passato è sempre un responso oracolare: solo come architetti del futuro, come sapienti del presente, voi lo capirete. […] Formate in voi un’immagine a cui il futuro debba corrispondere, e dimenticate la superstizione di essere epigoni».

(F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)

Il granello di senape

Ho finalmente visto l’ultimo film di Terrence Malick, La vita nascosta (A Hidden Life). Non esito a definirlo, insieme a La sottile linea rossa e a The Tree of Life, tra i capolavori della cinematografia del XXI secolo.
Sono due le parole che utilizzerei come filo conduttore: turbamento (ciò che provoca in noi spettatori), forza (il motore segreto che muove i protagonisti).
Il film si ispira alla vicenda di Franz Jägerstätter, contadino austriaco che dopo l’Anschluss (per la quale fu l’unico del suo villaggio a votare no), decide di obiettare al servizio militare e di opporsi al regime nazista, fino ad essere ghigliottinato a Berlino il 9 agosto 1943.
La sua scelta è radicale, ispirata dalla fede (che condivide fortemente con la moglie Franziska), e che non cede alle pressioni sociali, né all’ostracismo della comunità e nemmeno alle mediazioni ecclesiastiche. Di fronte a quello che riconosce come il male assoluto, Franz è intransigente e sceglie il martirio (verrà poi beatificato nel 2007).
Ora, di fronte ad una vicenda così drammatica e complessa, Malick non si sottrae e investe tutte le sue energie, il suo inconfondibile stile cinematografico, lo scavo interiore espresso dalla voce fuori campo, il linguaggio dei volti e dei corpi, l’estetica dell’immersione naturalistica, il suo profondo antimilitarismo e amore per la vita – al fine di costruire un’intensa rappresentazione insieme visiva e filosofica, per parlarci della responsabilità di fronte a cui ogni umano sempre si trova quando deve scegliere tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso.
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Antropocene 2 – Prima l’Africa!

Il titolo di questo incontro, se da una parte vuol fare il verso a quell’infelice slogan che va ora per la maggiore (“prima gli italiani” – ma anche “first America”, prima noi, padroni a casa nostra – che è poi sotto sotto prima io e la mia tribù), dall’altra allude a una realtà storico-antropologica ormai incontestabile: è dall’Africa che veniamo tutte e tutti. L’Africa sta alle origini della storia della specie e di tutte le sue infinite migrazioni planetarie. Ed è all’Africa che tutti i nodi dell’ingiustizia globale ritornano…

1. Una specie scissa
La paleoantropologia e la biologia ci fanno sapere che homo sapiens è un’unica specie (e l’unica specie umana rimasta sul pianeta, dopo che i nostri vari cugini diversamente umani si sono estinti per cause ancora da chiarire).
Ciò non vuol dire che al suo interno non vi siano “varietà” e diversificazioni, sia sul piano biologico (genetico) che sul piano culturale – ma è ormai assodato che le prime sono minime ed inessenziali, del tutto marginali, mentre sono le costruzioni culturali ad essere ben più consistenti.

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Ricomporre l’infranto

Non lo avevo mai letto finora, e un po’ me ne vergogno.
Ma è bene che resti sempre qualcosa di importante da leggere, altrimenti a che scopo vivere?
In questi vent’anni devo averlo prestato migliaia di volte, ma io non lo avevo ancora letto.
A 14-15-16 anni ho letto tutto Dostoevskij. Ma non quel libro.
E allora lo scorso 27 gennaio, non potendone più, ho cominciato a leggerlo.
Due tre pagine al giorno. Una due lettere al giorno.
E stamattina è arrivata l’ultima pagina, l’ultima lettera, datata 1° agosto 1944.
Anna – perché è di lei che sto parlando – esordisce scrivendo di un “fastello di contraddizioni”. E prosegue, per l’ultima volta nella sua vita, con una capacità di analisi interiore davvero invidiabile.
Per quasi 4 mesi Anna Frank è stata qui, nel mio soggiorno, allegra e vitale come solo i fantasmi sanno esserlo. Preoccupata, ma mai disperata.
Un’adolescente che girava per casa, canzonandomi, che mi dava da pensare, che mi faceva ridere e commuovere, e stupire per quella precoce capacità di scrivere, di analizzare sé e gli altri, di prospettarsi, nonostante tutto, il mondo a venire. Un’adolescente con l’ansia di crescere e di trovare un posto nel mondo. E che un po’ ho sentito come una figlia. Talvolta la lettura m’imbarazzava, come se stessi violando uno spazio intimo, che doveva essere protetto.
E così, giorno dopo giorno, confessione dopo confessione, giravo le pagine, che via via si assottigliavano, col terrore di giungere alla fine. Perché a quel punto le mie stanze sarebbero rimaste vuote e Anna se ne sarebbe andata via per sempre.
Ora quel momento è arrivato. Il momento del congedo. Con le sue definitive pagine bianche. E sono più che mai sgomento. E svuotato.
Perché nell’aria rimane la sensazione che quella vita spezzata – insieme a milioni di altre – sia rimasta irredenta. Peggio ancora: che sia irredimibile. Poiché l’angelo della storia evocato da Benjamin non è in grado di “destare i morti e ricomporre l’infranto”.

La mafia è una montagna di merda, il capitale pure

Giovanni Impastato è passato qualche sera fa da Rescaldina, fortemente voluto dall’amministrazione comunale che della legalità e della battaglia contro le infiltrazioni mafiose ha fatto una delle sue bandiere e priorità.
È stato generoso e rigoroso, di fronte ad una sala piena e attentissima. Indicherei nei seguenti quattro punti la sostanza della sua visione delle cose italiane, in relazione alla mafia e alla vicenda del fratello Peppino – eroe civile di questo paese:

1. La storia di Peppino Impastato va inquadrata all’interno della storia italiana, per lo meno a partire dagli anni ’40, in particolare dalla prima strage di stato, avvenuta a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947: fu quello il primo atto di guerra (preferirei chiamarlo così, più che strategia della tensione) contro le battaglie sociali dei contadini che dal basso dei movimenti chiedevano terre, diritti, partecipazione concreta alla vita nazionale.
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Primo fuoco: Marx, ovvero lo spettro di uno spettro

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Parlare di Karl Marx è forse una delle cose più complicate in ambito filosofico, proprio perché la sua opera non può essere ridotta a quella di un comune filosofo. Non è come parlare di Aristotele o di Cartesio, che, per quanto appassionanti possano essere, difficilmente surriscaldano gli animi e accendono la discussione, fino a produrre schiere di partigiani o avversari, affetti talvolta da incontenibile fanatismo. Il barbone di Marx fa ancora tremare i polsi a un bel po’ di persone…
Lui stesso ci avverte di questa problematicità, in un celebre passo di un breve scritto su Feuerbach (filosofo di cui parleremo a dicembre, a proposito della religione):

“I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo.”

– rovesciando così quasi un dogma del suo maestro filosofo più importante, ovvero Hegel, che aveva invece della filosofia una visione molto più “contemplativa” (nonostante il concetto di “spirito” non fosse poi così distante dalla futura categoria marxiana di lavoro o attività):

“La filosofia giunge sempre troppo tardi… la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo.”

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Prima parola: guerra

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Ci sono almeno 3 ragioni che mi hanno indotto ad inaugurare il nostro Gruppo di discussione 2014/15 con il tema della guerra (l’unico che non era stato suggerito dal gruppo precedente). La prima è di tipo locale e contingente: qui a Rescaldina, per volontà di alcune associazioni e della nuova amministrazione comunale, si sta riflettendo sul tema della pace, attraverso un itinerario di incontri e di iniziative che proseguirà anche nelle prossime settimane. Solo che la parola-chiave di questa sera non è “pace”, ma “guerra”. La scelta non è casuale. Veniamo quindi alla seconda ragione, di tipo globale: è evidente come la guerra sia ancora l’orizzonte generale delle relazioni internazionali, la modalità attraverso cui, in ultima analisi, la politica gestisce i conflitti (dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’Ucraina ad altri scenari più periferici e, spesso, oscurati dai media). Infine, questo incontro è per me l’occasione di fare il punto sul rapporto tra filosofia e guerra, dato che proprio 30 anni fa, nell’incontrare la filosofia, cominciavo a riflettere sulle dinamiche militariste e sull’antimilitarismo come teoria e prassi di ampio respiro.

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Cascàmi

Scrap_metalDella storia non si butta via niente (qualcuno dice che da essa non si impara niente). D’altro canto il verbo “buttare” è ambiguo, dato che – non esistendo il nulla – ciò che viene gettato via non sparisce, semplicemente si sposta, si disfa, si trasforma – residua da qualche parte. Il dimenticato Giambattista Vico aveva opportunamente coniato l’espressione di corsi e ricorsi per significare non solo che i residui non spariscono, ma che talvolta possono essere riesumati e riutilizzati. Tornare in vita – ricorrere, appunto. È probabile che la storia – ammesso che una cosa come “la” storia esista davvero – funzioni proprio così. Come succede col povero maiale, del quale non si getta via niente. E tutti i suoi cascami – talvolta mefitici – si trovano depositati da qualche parte (nello spirito? nella memoria? nel linguaggio? nella prassi quotidiana?), pronti ad essere riattivati come degli zombi al momento opportuno.
Si è pensato già altre volte che il nazionalismo, le ossessioni identitarie (etniche o altro), il bellicismo, il razzismo e varie altre fobie potessero essere collocati una volta per tutte in questi scantinati o soffitte della storia, e lì, depositati come cimeli, osservati da lontano, con la sufficienza e la superiorità intellettuale di chi, venuto dopo, abbia appreso la lezione e li consideri alla stregua di reperti museali.
Niente da fare. Crisi economiche o di valori, crisi sociali e quant’altro inducono sempre schiere più o meno ampie di apprendisti stregoni a riesumare quegli oggetti “spirituali” e a farli rivivere in tutta la loro spettralità.
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La Piccardia in Ucraina

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Ricordo che ad un esame di storia contemporanea, uno degli assistenti (piuttosto carogne) che interrogavano, insisteva molto sulla geografia e sulla localizzazione dei fatti storici oggetto del colloquio: ma come fa lei a parlare di questo fatto, se non sa nemmeno dove si trova la Piccardia? – così aveva irriso una povera studentessa, che forse non si aspettava quell’insistenza sui luoghi, anziché sugli eventi e le date (io, per inciso, sapevo molto bene dove si trovasse la Piccardia, ma lo avrei dimenticato senz’altro, se non ci fosse quell’episodio a ricordarmelo).
Siamo in un’epoca globale, ma ben poco si sa dei luoghi, dei nomi, dei fatti o delle vite dei 7 miliardi di persone dislocate (talvolta affollate) sul pianeta – e del resto sarebbe pura follia anche solo pensare di voler sapere tutto di tutti. E poi, a che pro?
Stamane ho allora preso il mio voluminoso atlante geografico e ho dato un’occhiata alla cartina dell’Ucraina, anche se sapevo bene dove si trova (per quanto non fossi certo di conoscere tutti i nomi delle nazioni confinanti, oltretutto cambiate parecchio da quando, oltre 40 anni fa, mi venne regalato il mio primo atlante De Agostini).
In effetti ho riconosciuto pochi nomi: Kiev, Odessa, Sebastopoli, la Crimea, il fiume Dnepr (che si slarga in immensi bacini, suppongo artificiali), e poco più. Ho scorso col dito i nomi delle regioni e delle città: Zhytomyr, Dnipropetrovs’k, Cherkasy, Zaporizhzhia, Male Polissia, Bilokurakine… nomi impronunciabili e però evocativi. Ho immaginato pianure immense con grandi distese di grano, e, da qualche parte, anche la steppa. Sapevo del Gogol conteso (ucraino che scrive in russo, com’era ovvio) e sto leggendo da alcune settimane Vita e destino di Vasilij Grossman: ma lo si può considerare ucraino, visto il suo attraversamento di buona parte dell’epoca sovietica?
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La storia è sogno

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Nel leggere l’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo, si ha la netta sensazione di stare in bilico tra la storia e il sogno – e di fatti l’autore scrive nella nota finale: «I fatti narrati in questo romanzo sono figli dell’immaginazione e della verità, sia pure camuffata di finzione. Più che nella menzogna della letteratura, credo nell’utopia o nel sogno della storia».
Di storia ce n’è molta ne I viaggiatori di nuvole: siamo alla fine del XV secolo, nel corso di un passaggio cruciale della storia europea: la nascita dell’epoca moderna annunciata dalla rivoluzione della stampa e dai viaggi oltreoceano (oltre che, ahimé, dalle nuove tecnologie militari). E proprio il viaggio, la scrittura, la guerra  sono tre elementi portanti della narrazione.
Il viaggio è evocato fin nel titolo (e l’autore ce ne ha svelato la genesi, durante l’interessante presentazione tenutasi lo scorso sabato 7 dicembre nella biblioteca di Rescaldina) e del resto la trama del romanzo proprio ad un viaggio è “riducibile”: il protagonista, Zosimo Aleppo, un giovane apprendista stampatore di Venezia di origini ebraiche, viaggerà per un anno alla ricerca di alcune misteriose pergamene, che il suo padrone vuole far stampare, con la promessa (o il miraggio) di un veloce arricchimento. La dritta viene da un certo Lionardo di passaggio a Milano in quegli anni. Ma non è certo il denaro la molla essenziale degli eventi che andranno accadendo.
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