Lunedì filosofici edizione 2019/20

giovedì 19 settembre 2019

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Filosofia in 100 corti – 44

lunedì 16 settembre 2019

Morticina omeopatica

lunedì 9 settembre 2019

Pensavo tempo fa, in un fugace quanto illusorio interstizio di microlibertà, che l’unica vera salvezza da quella che Max Weber definiva “la gabbia d’acciaio”, la megamacchina che ci stritola (il lavoro, gli obblighi e la pressione sociale, la congiura degli oggetti e dei meccanismi nei quali ci siamo infilati e incastrati, il dover rendere conto a tutti a livello comunicativo, l’iperstimolazione sensoriale, la saturazione informativa, l’esposizione urbi et orbi, ma anche il pensiero e il pensiero di pensiero, la ragione strumentale, quella Begierde conoscitiva che ci affligge – attenzione, tutto quanto autoinflitto!) – l’unica vera salvezza da questo profluvio ipersociale sarebbe la morte, una “morte secca”, come soleva dire mio padre; ma siccome la morte è piuttosto spiacevole (ci piace vivere, contro ogni evidenza), occorrerebbe inventarsi una “morte leggera”, una morte finta e parentetica, una morticina lieve che ci protegga dalla violenza della vita – un paradosso che più paradossale non c’è; una morte sottile, un’epoché sensoriale, una sospensione selettiva del nostro rapporto con la vita, un esserci/non essersi, un esser leggeri, fatti d’aria, quasi traforati, trasparenti, un esser discreti (un po’ sì un po’ no, discontinui e mai tutti d’un pezzo, tetragoni), così da poter sparire all’occorrenza dalla scena, non esser visti né percepiti, confondersi con lo sfondo. Attenzione! non si tratta di fuga o di ignavia, si tratta semmai di protezione vitalissima dal mortifero macchinico ipertrofico sistema che abbiamo edificato: per alleggerire l’angoscia atavica della morte abbiamo appesantito la vita. E allora, per liberarci dall’eccesso vitale dobbiamo far filtrare qualche dose omeopatica di morte sottopelle (e sottomente). Non è una soluzione, lo so; (soprattutto rischia di essere un’opzione antisociale). La si prenda come una forma di protezione: ma visto che tutti vogliono proteggersi con corazze e macchine sempre più sofisticate, leggi securitarie, muri e pistole, io opterei per viaggiare leggeri e per lasciare meno tracce possibili. Muoversi di lato e in diagonale, uscire dal palcoscenico. Dire e fare meno cose possibili. Quelle essenziali, se possibile. Lasciare indietro e far morire, in sé, tutta quella inutile baldoria.

Succedanei delle patrie

lunedì 2 settembre 2019

1. Comunità
“Uscire dal ghénos” era un programma pratico-teorico che, ormai 15 anni fa, mi era parso convincente (e che oggi appare pretenzioso), in risposta alle spinte e alle forze militariste e di destra che si andavano riorganizzando contro il cosiddetto movimento no-global. Un movimento che, a sua volta, era l’abbozzo di una visione collettiva e comunitaria (ma insieme moltitudinaria, e dunque più libertaria che comunista) alternativa al liberismo con cui il secolo breve si chiudeva trionfante dopo le grandi cadute a Est.
Uscire dal ghénos – cioè da tutte le tribù e le gabbie identitarie dei secoli e millenni precedenti, mettendo in discussione ogni visione essenzialistica della natura umana – andava in direzione globalista ed universalista, esattamente la medesima direzione di marcia di quel liberismo trionfante. Primo paradosso.
Nel contempo, al di fuori del campo occidentale, si andavano articolando altri progetti – di cui l’11 settembre è stata una prima drammatica tappa – volti a disarticolare non tanto il campo capitalista-liberista, quanto la supremazia imperiale occidentale (anglo-americana e francese, in particolare, dopo che l’Urss era crollata e si stava leccando le ferite di una crisi di lungo corso). Di tutto questo sommovimento, che smentiva plasticamente la tesi della “fine della storia”, quel che più ha fatto le spese, oltre alle ideologie tradizionali, sono state le antiche forme politiche, in particolare gli stati-nazione (o meglio, gli stati sociali che su quegli agglomerati parabiologici della modernità avevano istituito le forme più avanzate di compromesso della lotta di classe del secondo dopoguerra – from the cradle to the grave, come recitava il welfare inglese prima dell’avvento del thatcherismo).
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Filosofia in 100 corti – 43

sabato 24 agosto 2019

Filosofia in 100 corti – 42

mercoledì 14 agosto 2019

Cose a caso sparse

mercoledì 7 agosto 2019

“Da cose a caso sparse, la struttura bellissima del cosmo”, diceva Eraclito. Ciò però non legittima chiunque a dire cose a caso sparse, prive di lògos. Occorre aver prima ragionato – indagato, cercato e ascoltato la ragione in sé e nelle cose, per poter dire qualcosa.
Il dire è sempre una responsabilità, e non può essere affidato al caso.
Era ciò che un filosofo definiva “la fatica del concetto”.

Filosofia in 100 corti – 41

domenica 4 agosto 2019

Filosofia in 100 corti – 40

mercoledì 24 luglio 2019

Il corpo, la coscienza, la macchina

mercoledì 26 giugno 2019

In questo scritto confluiscono, un po’ più ordinatamente, le tesi contenute in Oltre l’antropocene (del 2018) e le riflessioni fatte nel corso del Gruppo di discussione filosofica (che si ritrova mensilmente alla biblioteca di Rescaldina), che nel periodo 2018/2019 aveva come tema principale la questione dell’antropocentrismo e del rapporto tra natura, tecnica e cultura.
Il risultato è questo saggio di media lunghezza (una quarantina di pagine) che non ha certo la pretesa di esaurire o racchiudere in uno spazio così limitato (e con una scrittura sintetica e, talvolta, ellittica) la questione essenziale che riguarda la specie (il destino di homo sapiens e, con esso, delle specie, della terra e dei viventi che ha incatenato a sé). Ha però l’ambizione di rilanciare una riflessione critica a tutto campo, nell’attesa che la teoria generi anche una prassi all’altezza dei tempi (in un momento in cui né l’una né l’altra lo sono). Ma da qualche parte bisogna pur cominciare – con la coscienza che la storia delle culture umane non abbia prodotto solo nefandezze, bensì (non poche) gocce di splendore.

Il corpo, la coscienza, la macchina