Al supermercato della meraviglia

venerdì 24 aprile 2015

fruttiLa circostanza social #ioleggoperché in occasione della Giornata mondiale del libro, mi ha dato l’opportunità di ritornare con la mente ad un curioso episodio, risalente ormai ad almeno 40 anni fa, che racchiude forse, al di là dell’elemento personale, la cifra sociale dell’epoca.
Non ero un gran divoratore di libri, per il semplice fatto che non ne avevo molti a disposizione: in casa non ce n’erano, mio padre era analfabeta mentre mia madre aveva fatto la terza elementare, e di biblioteche neanche l’ombra. Il primo libro che ricevetti (un regalo dei miei padroni di casa) fu un atlante geografico De Agostini, che consultai fino alla consunzione. Poi i miei mi acquistarono un’enciclopedia di estrema sinistra (immagino a loro insaputa) intitolata Io e gli altri, molto ben fatta e che conservo ancora (fu la mia essenziale fonte di sapere scientifico, cosmologico, politico, antropologico e finanche sessuale).
Niente romanzi, niente libri per ragazzi (salvo un lacrimevole Incompreso, mi pare un Ragazzi della via Paal e poco altro). Avevo piuttosto una morbosa attrazione per le enciclopedie, non so per quale ragione: dati geografici di ogni tipo, classificazioni botaniche e zoologiche, nomi, nozioni, dati, date… l’idea che tutto lo scibile potesse venire ficcato a forza in un certo numero di pagine (e che fosse a mia disposizione) mi affascinava. Un’estate scoprii, in un cortile dove fui ospite per alcuni giorni, un’enciclopedia universale che ai miei occhi bambini dovette parermi immensa: tanto che preferivo star lì nel chiuso della stanza a sfogliarla, anziché andare a giocare all’aria aperta.

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Stupefazione

sabato 18 aprile 2015

To-The-Wonder-Screenshot-3

Qualche sera fa ho partecipato volentieri alla visione e poi alla discussione di To the wonder, film di Terrence Malick del 2012, giustamente inserito nel programma del cineforum a cui da anni sono iscritto. Un film piuttosto tipico dello stile di questo regista atipico, e contiguo alla forma e alle tematiche di The tree of life, cui inevitabilmente va accostato.
Una buona metà delle persone presenti in sala, nell’alzarsi al termine hanno espresso insieme sollievo e disagio: che Malick fosse un regista difficile dovevano pur saperlo, gli spettatori presenti, tra i quali ho sentito più d’uno parlare esplicitamente di “noia”. Il conduttore del dibattito – un decano del cineforum – ha lanciato, come sempre, le sue provocazioni, sia a chi stava uscendo (vorrei sapere cosa ne pensate, soprattutto voi che state uscendo), sia poi ai pochi rimasti in sala. Il buon Celeste si è prodigato nel difendere l’estetica e le legittime intenzioni del regista, che ha scelto uno stile cinematografico spigoloso e ben poco amabile o ammiccante: del resto siamo al cineforum, e non ad uno dei tanti multisale e parchi-divertimento.
Ciò non toglie che, al di là del giudizio sulla riuscita o meno (certo meno di altri) del film in discussione, occorra nel caso di Malick farsi preliminarmente una domanda secca (che è poi quella che ho posto nel corso del dibattito): è possibile trasporre in forma cinematografica dei concetti filosofici?

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Innanzitutto umani

venerdì 17 aprile 2015

Sempre più homo homini lupus (come voleva Hobbes), sempre meno hominem homini Deum (come avrebbe voluto Spinoza). Sull’orlo del fallimento definitivo dell’umanesimo cosmopolitico, frutto faticoso di millenni: le radici greche e classiche, cristiane, orientali, rinascimentali ed illuministiche dell’Europa si vanno inesorabilmente disseccando. Mentre sempre più umani non sanno più pensarsi e rappresentarsi innanzitutto come umani.

Sopra di me, in me

lunedì 13 aprile 2015

la-notte-stellata-van-gogh

Non riesco a capire come mai non ho ancora trascritto su questo blog una delle pagine più belle e commoventi che mai filosofo abbia scritto. Lo faccio ora, anche perché trascriverne le parole, mentre le leggo a voce alta e le faccio risuonare nello spazio (attorno a me) e nella mente (in me), significa rimeditarle ancora e ancora e ancora…

«Due cose colmano l’animo di ammirazione e riverenza sempre nuova e crescente, quanto più spesso e assiduamente sono oggetto di riflessione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Entrambi non posso cercarli e meramente congetturarli come se fossero avvolti dalle tenebre oppure come se oltrepassassero il mio orizzonte: li vedo davanti a me, e li congiungo immediatamente con la consapevolezza della mia esistenza. Il primo inizia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed amplia la connessione, in cui io mi trovo, con mondi su mondi e sistemi di sistemi, incommensurabilmente, per giunta nei tempi illimitati dei loro movimenti periodici, delle loro origini e della loro durata. La seconda inizia dal mio Sé invisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può avvertire, e con il quale (come peraltro insieme anche con tutti quei mondi visibili, con tale tramite) io riconosco di essere congiunto in una maniera non solo accidentale (come nel primo caso), bensì universale e necessaria. Il primo spettacolo, di una quantità innumerevole di mondi, annulla, per così dire, l’importanza di me in quanto creatura animale che deve restituire la materia da cui si originò al pianeta (un mero punto nell’universo), dopo essere stata provvista di forza vitale per breve tempo (non si sa come). Invece la seconda veduta eleva infinitamente il valore di me quale intelligenza in virtù della mia personalità, in cui la legge morale mi rivela una vita indipendente dall’animalità e persino dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può desumere dal fatto che la mia esistenza sia determinata in senso finale da questa legge, e che tale destinazione finale non sia limitata a condizioni e confini di questa vita, ma vada invece all’infinito».

Aforisma 90

giovedì 2 aprile 2015

La possibilità non è esile, come talvolta si pensa. Nient’affatto: essa è, come scritto nel nome, possente. È semmai la nostra inserzione entro quella poderosa apertura, ad apparirci fragile e incerta.

Musa, lascia le guerre, e canta tu con me

lunedì 23 marzo 2015

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Questo blog ha sempre avuto un’attenzione particolare alla poesia. Forse perché confinante con la filosofia (Aristotele la riteneva una verità di tipo universale, diversamente dalla storia, impigliata nel particolare); oppure per quel suo essere crocevia tra la ragione e il sentimento, un vero e proprio linguaggio del cuore (i poeti tentano di scrivere e di dar forma a ciò che più è sfuggente); od ancora perché si tratta di un accesso diretto alla bellezza che le astratte e rarefatte sinfonie ontologiche difficilmente consentono. Di certo la poesia è ciò che parla a tutti e a nessuno, di tutto e di niente, a nulla serve e vola sulle ali del vento – e forse è bene che resti imprendibile.
Qualche giorno fa, in occasione della giornata mondiale a lei dedicata, ho colmato di poesia un cesto e l’ho posto all’ingresso della biblioteca dove lavoro, in attesa di qualche viandante che afferrasse qualcuno di quei versi inafferrabili. Devo dire che molti hanno risposto all’appello, e lo hanno fatto con entusiasmo. Ancora più bello sarebbe stato spargerli a caso là fuori – in attesa del passaggio incerto di un vero viandante, o magari di nessuno. E di una improbabile poetizzazione del mondo. I lacerti poetici che ho scelto (secondo criteri del tutto soggettivi) sono i seguenti – anche se non so dire che effetti abbiano generato nei cuori e nelle menti di coloro che (almeno per un attimo) hanno avuto l’illusione di afferrarne o di possederne il senso…

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Dio ai fornelli

sabato 21 marzo 2015

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Mi sono fatto una sonora e grassa risata nel leggere le poche righe con le quali Matthew Stewart sintetizza il senso generale della teoria postcartesiana dell’occasionalismo: «Quando la mente “vuole” friggere un uovo, per esempio, Dio prontamente giunge nel mondo fisico e mette un tegame sui fornelli». A dimostrazione del fatto che teorie strampalate possono essere spiegate solo con esempi strampalati.

(ma è ancora più divertente – anche se non ne sono poi tanto sicuro – l’occasionalismo occorrente nell’associazione tra il titolo di questo post e la fotografia che “Google immagini” propone al primo posto, secondo l’imperante logica del PageRank – una vera e propria questione di “rango” alla quale ho finito per arrendermi)

Aforisma 89

giovedì 19 marzo 2015

La storia del pensiero filosofico e scientifico – a prenderlo sul serio – è la storia della sistematica demolizione di ogni forma di antropocentrismo.

Sesta parola: reale

lunedì 16 marzo 2015

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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Filosofi, maghi, deboli e prepotenti

lunedì 9 marzo 2015

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«Ci sono fondati motivi per credere, anzitutto in base agli insegnamenti della storia, che realtà e verità siano sempre state la tutela dei deboli contro le prepotenze dei forti. Se viceversa un filosofo dice che “la cosiddetta ‘verità’ è una questione di potere” perché fa il filosofo invece che il mago?».

[Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo]


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