Quinta parola: libertà

lunedì 16 febbraio 2015

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[Sommario: Libertà e filosofia - L’uomo-misura di Protagora – Socrate eroe classico della libertà – Diogene hippy e cosmopolita – Il giardino di Epicuro – La catena degli stoici – Il libero arbitrio di Agostino – L’uomo proteiforme di Pico della Mirandola – Necessità e libertà in Spinoza – Stato e individuo: il liberalismo – Libertà, natura e spirito – L’oltreuomo nietzscheano – Sartre e l’esistenzialismo: libertà come possibilità – Libertà moltitudinaria – Responsabilità, alterità e libertà]

Il concetto di libertà è piuttosto sfuggente e, soprattutto, cangiante: epoche e culture diverse intendono questo termine in maniere inevitabilmente diverse. Ma senza voler entrare nella molteplicità dei significati e delle sfumature, evocare la libertà nel campo filosofico significa evocare nello stesso tempo una delle condizioni essenziali del pensiero: di libertà i filosofi hanno bisogno come l’aria, senza libertà di pensiero non ci può essere filosofia.
Ma di che cosa realmente parliamo quando parliamo di libertà? Da che cosa (o di che cosa) siamo (o dobbiamo) essere liberi? E poi: possiamo davvero esserlo, o si tratta di una pura illusione?
Ci faremo queste domande scorrendo velocemente il pensiero di alcuni filosofi o correnti filosofiche, dalla grecità all’epoca contemporanea.

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Baruch Masaniello

venerdì 13 febbraio 2015

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Non sapevo che Spinoza fosse un ritrattista, anche se Matthew Stewart, autore de Il cortigiano e l’eretico, scrive che non c’è nulla di sorprendente in questa sua propensione, visto che gli olandesi dell’epoca impazzivano per l’arte, soprattutto per quella del ritratto. Ma la cosa più interessante di questa pagina del libro di Stewart sta nell’avvicinamento della figura di Spinoza a quella di Masaniello, il Tommaso Aniello pescatore amalfitano che per dieci giorni, nell’estate del 1647, aveva infiammato il cielo di Napoli come una meteora.
Spinoza, come molti contemporanei, fu così attratto dal rivoluzionario italiano da farne un ritratto, pare a carboncino, secondo l’iconografia dell’epoca: la camicia, la rete da pescatore, lo sguardo ardente… se non che il volto dell’eroe non pareva affatto compatibile con quello di un pescatore napoletano, mentre assomigliava pericolosamente a quello dello stesso Spinoza!
È un vero peccato che quei ritratti si siano perduti, anche se il Masaniello di Spinoza si tramanda in tutta evidenza in successive stampe ed incisioni. Se ne può dedurre che la coscienza dell'”uomo più empio e più pericoloso del secolo” doveva essere già piuttosto alta, dato l’auto-accostamento: ma la fiammata spinozista, che avrebbe rivendicato nella maniera più radicale e contro ogni tirannia e fanatismo la libertà di pensiero, di espressione, di ricerca e di parola, dura ancora oggi a oltre 3 secoli di distanza. Ed anzi, è più vivida che mai.

Leibniz straniato

mercoledì 11 febbraio 2015

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Nell’arrovellarsi su libertà e determinismo, inclinazioni e motivi, ragioni e cause, a proposito delle scelte e delle decisioni che gli individui (le monadi) sono chiamati a prendere ogni giorno, data la loro costitutiva libertà spirituale, pressata però da svariate necessità ontologiche e teologiche, Leibniz se ne esce a sorpresa con lo stratagemma del mezzo di cui saremmo dotati di “distogliere lo spirito in un’altra direzione” – distogliendoci così dal rigore del ragionamento che, in ambito etico, non può essere lo stesso che in ambito fisico o logico o metafisico. Il gran cortigiano ci rende partecipi di tale sospensione morale nei Nuovi saggi sull’intelletto umano:

«È bene abituarsi a raccogliersi di tempo in tempo, e a elevarsi al di sopra del tumulto presente delle impressioni, a uscire, per così dire, dal posto in cui ci si trova, e a dirsi: dic cur hic, respice finem; in che situazione sono?»

Ora, cos’altro è quell’uscire dal posto in cui ci si trova, se non un metodico esercizio della facoltà di straniamento? E, dunque, uno degli ingredienti essenziali del pensiero filosofico?

Sterminatori culturali

lunedì 2 febbraio 2015

«Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo: un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro.
Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri; è anzi ben più orribile, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi».

(Voltaire, Trattato sulla tolleranza)

Quarta parola: perdono (con una postilla sul dono)

martedì 27 gennaio 2015

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C’è un problema di fondo nel parlare di questi due concetti (che è poi la ragione del loro accostamento, al di là della comune derivazione etimologica): una paradossalità che rasenta l’impossibilità.
Donare, perdonare sono azioni (e parole) con le quali abbiamo a che fare ogni giorno: diciamo continuamente “scusi”, “pardon”, “grazie”… ci troviamo nelle condizioni di dover rimettere dei “debiti”, perdonare od essere perdonati, e continuamente doniamo (tempo, attenzione, oggetti, pensieri) o abbiamo intenzione o crediamo di farlo.
Dono e perdono sono modalità essenziali delle relazioni, potremmo persino dire che le costituiscono (indeboliscono, rafforzano, spezzano). Eppure, all’interno delle società e del tempo che viviamo, appaiono a rigore come azioni pressoché impossibili: se dono qualcosa istituisco un debito e l’aspettativa di una reciprocità, negando dunque l’essenza stessa del dono; e perdonare il perdonabile non ha nessun merito, è semmai ciò che è imperdonabile a costituire il vero problema del perdono.

Utilizzeremo come tracce per questo discorso sulla paradossalità dei due concetti alcuni testi di antropologi, sociologi, filosofi, teologi che vi hanno riflettuto nel corso del ‘900: in particolare Mauss, Jankélévitch, Derrida, Hanna Arendt, Enzo Bianchi.

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La filosofia in 100 tweet (con una postfazione)

venerdì 23 gennaio 2015

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0. Serve la filosofia a vivere meglio, ad esser più felici, o non piuttosto a tormentarci? Lo scopriremo, forse, al 100° tweet

1. Mileto VI sec a.C. Il lògos, ragione che argomenta, soppianta il mito, storia che affabula. D’ora in poi non si crede, si pensa!

2. Sapienti ossessionati dall’origine e dall’ordine del cosmo: arché, principio stabile da cui le cose fluiscono

3. Talete individua l’arché nell’acqua – fonte di vita, di civiltà, di comunicazione tra gli umani. La natura al centro di tutto

4. Anassimandro contraddice Talete: principio di ogni cosa non può essere un elemento fisico bensì apéiron, l’illimitato

5. Anche ad Anassimene l’acqua sta stretta: l’aria è arché più sottile. Rarefazione e condensazione ciclo della natura

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Senzaparole

giovedì 15 gennaio 2015

“A nessuno piace essere rinchiuso
o essere umiliato
sentirsi isolato in un luogo estraneo
o che altri decidano fino a quando
e come dobbiamo vivere“.

Eppure alcuni miliardi di “animali” vivono in queste condizioni, ogni giorno sul pianeta. L’albo illustrato (cui toglierei l’attributo “per bambini”) Senzaparole di Roger Olmos, edito in Italia da Logos, ce lo mostra attraverso immagini dure, implacabili, impietose. Così come dev’essere.
Immagini che però possono deviare dalla norma miserrima ed eterotrofa del dolore e dello spargimento di sangue, mi verrebbe da dire in una prospettiva utopica, che denazifichi una volta per tutte il nostro rapporto col mondo animale – così come ci viene rappresentato in quell’abbraccio che nell’ultima pagina del libro mozza il respiro e lascia, appunto, senza parole.

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Potenze

venerdì 9 gennaio 2015

Tali e tante le questioni in campo da non sapere come stiano (o come metterle) insieme. Ne elenco, a titolo di esempio, alcune che mi sono venute in mente (e che certo non sono né nuove né esaustive):
-fascino nichilista (spesso giovanile) per i fascismi, siano essi jihadismo, suprematismo, razzismo – matrice diversa, ma esito simile
-groviglio geopolitico: ovvero, delle disastrose guerre e dissennate politiche occidentali dalle colonne d’Ercole all’Indo, passando per l’Algeria, la Libia, la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, stati-nazione posticci e in disfacimento, sulle cui macerie nascono i cosiddetti califfati (dilemma: meglio il vuoto, il caos, uno straccio di stato o la “somalizzazione”?)
-naturalmente, l’eterna questione israelo-palestinese
-vero nodo centrale è però quello del ruolo di Arabia Saudita e Iran (sunniti/sciiti specchietto per le allodole della concorrenza in termini di potenze regionali)
-questione economica “locale” (43% del gas e 48% del petrolio mondiale e, pare, 35% dei fondi finanziari stanno nei paesi del Golfo) che quindi diventa immediatamente
-questione economica “globale”: la crisi, le migrazioni, la divisione internazionale del lavoro, le crescenti ingiustizie sociali
-superpotenze: disimpegno statunitense, lontananza cinese, interessi russi, ondeggiamenti europei
-e poi, a casaccio: scontro di civiltà, religione, monoteismo, laicità, cittadinanza, convivenza, alterità, etica minima ed estraneità etica, libertà di espressione, “valori”…

Il rischio, come sempre sull’onda delle notizie e dell’emotività, è quello di sparare a casaccio, semplificare, e prepararsi alla guerra (ideologica, materiale, culturale), anche perché tra i fenomeni sopra evocati si stabiliscono relazioni spesso distorte, derivazioni causali rovesciate, gerarchie fattuali improprie, accostamenti assurdi o iperbolici, ecc.ecc.
Occorrerebbe invece saper mettere “ordine” attraverso un’opera razionale immane ed una potenza concettuale che sia insieme analitica e sintetica – roba da far tremare i polsi.
Gli è che nel mentre si immagina o ci si predispone ed attrezza a tale opera (che non può che essere di intelligenza critica e collettiva) i “fatti” avanzano e ci sovrastano e scompaginano tutti gli assetti, mentali e materiali, come sempre del resto – anche se i “fatti” possono limitarsi a 2 o 3 combattenti postcoloniali di seconda generazione (e facilmente ricolonizzati e fanatizzati da barbuti profeti di sventura) che con un paio di kalashnikov tengono in scacco per giorni una ex-potenza mondiale, nonché patria dell’illuminismo.

La Genesi e il perturbante

lunedì 5 gennaio 2015

Sea Lions at Puerto Egas in James Bay, The Galapagos from Genesis,  2004

Proprio mentre stavo ammirando il fulgido lavoro di Sebastião Salgado intitolato Genesi - il progetto durato un decennio di catalogare fotograficamente (ma sarebbe meglio dire, nel suo caso, trasfigurare poeticamente) i luoghi naturali ed antropologici più lontani, irraggiungibili e pressoché incontaminati del pianeta – mi capita tra le mani un romanzo di Georges Simenon di cui non conoscevo l’esistenza, appena ripubblicato da Adelphi, ed intitolato Hôtel del ritorno alla natura (peccato che non lo conoscessi, visto che su questo tema ci avevo fatto la tesi). Il prolifico autore belga-francese lo aveva scritto a Tahiti negli anni ’30 (guarda caso, un luogo mitizzato proprio dalla cultura francese, da Diderot a Gauguin), prendendo spunto da un inquietante fatto di cronaca avvenuto in un altro luogo leggendario, quelle isole Galàpagos dove Darwin aveva trovato non pochi spunti per la sua rivoluzionaria teoria.
Nel catalogo di Genesi vi è un capitolo dedicato proprio alle Galàpagos, isole che ci vengono ritratte se non come un luogo paradisiaco senz’altro come una riserva naturale straordinaria, dove la terra, il mare, il fuoco, i venti si incontrano e danno luogo a sculture mirabolanti, e migliaia di specie animali convivono in pace (una pace che certo non esclude la legge ferrea dell’eterotrofia).
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L’egual gioia del verme e del cherubino

mercoledì 31 dicembre 2014

Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!

[quei due spinozisti-goethiani di Schiller e Beethoven]


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