Potenza della fiaba

sabato 21 maggio 2016

TaleOfTales_800d

Vien proprio voglia di leggerlo questo Cunto de li cunti di Basile, dopo aver visto il bel film che Matteo Garrone ha tratto da tre delle sue novelle – anzi fiabe – pur rimaneggiandole. Del resto la fiaba – proprio per il suo carattere essenzialmente orale – si presta ad essere variata, reinterpretata, reimmaginata. Ma della fiaba Garrone – che si conferma uno dei più creativi e interessanti registi italiani – ha capito l’essenziale, ovvero che è la struttura archetipica di ogni narrazione e che, in quanto tale, non deve essere snaturata.
Il racconto dei raccontiTale of tales, visto che la lingua originale è l’inglese – è così titolo perfetto, non solo per il rampollare delle storie l’una dall’altra, per il loro scorrere all’infinito, separarsi e poi ritrovarsi e chiudere il cerchio – ma perché nella fiaba c’è l’origine di tutte le narrazioni e di tutti i temi circa la natura umana e il suo destino.
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Ottavo fuoco: la bellezza

giovedì 19 maggio 2016

La-nascita-di-Venere-Botticelli

Avevamo parlato due anni fa dell’arte. Ora è il turno della bellezza, cui inevitabilmente questa rinvia. Ma se l’arte è il fronte oggettivo, visibile, espressivo del mondo estetico, la bellezza ne è lo sfuggente lato soggettivo, legato al gusto e al piacere individuali.
Arte (e natura) si stagliano – sterminati e muti – di fronte a noi, laddove è il sentimento della bellezza in noi a scuoterci. Ma donde viene questo sentimento? Come si è formato? Cos’è?
È questa la domanda – che possiamo volgere anche nella forma classica, e un po’ abusata, del bello in sé o bello per noi: è bello perché ci piace o è bello perché lo è in se stesso?
Già la formulazione di questa domanda richiede un chiarimento terminologico tra piacere e bellezza, ma ci torneremo tra poco.
Cominciamo col dire che i filosofi hanno risposto in modi diversi al quesito, e che solo da un paio di secoli e mezzo è nata quella disciplina filosofica denominata Estetica, che si occupa di bellezza, di gusto, di arte in maniera sistematica, cercando di fare ordine e chiarezza in questo campo, sia a livello percettivo che formale.
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Al macero

venerdì 13 maggio 2016

LazzariniBuyMiaMadre

Gran bella serata quella di ieri al Cineforum Pensotti Bruni di Legnano (che sta celebrando il suo 60° anno di attività). Proiettavano Mia madre di Nanni Moretti, e al termine, a sorpresa, si è presentata, sovrapponendosi allo schermo, Giulia Lazzarini (l’attrice interprete della madre morente, ispirata a quella reale della vita del regista), una splendida e lucida ottantenne che ha chiacchierato amabilmente col pubblico.
Ho rivisto quel film per la seconda volta, e credo si confermi uno dei più belli e intensi degli ultimi anni. Ma anche dei più angosciosi. La scena delle librerie vuote e delle scatole di libri pronti per essere mandati chissà dove (forse al macero?) è devastante.
Guardo le mie librerie, il mio scrittoio, la mia vita – e mi faccio molte domande.
Non passa giorno che non mi prefiguri la morte dei miei genitori (è nell’ordine e nella natura delle cose), e che non mi dica che non sono pronto ad affrontarla.
“Domani” è l’ultima parola che pronuncia la madre – quasi a voler aprire al futuro, nonostante la morte incombente.
Ma a chiudere ci sono gli occhi agghiacciati della figlia.

Aforisma 100

martedì 10 maggio 2016

Che ci debba pur essere qualcosa che non sia posseduto, usato, consumato; nemmeno interessante, ma solo da contemplare – questo è il segreto (o la speranza) della bellezza.

Signor giudice

mercoledì 4 maggio 2016

da-facebook

Ieri sera Gherardo Colombo era qui a Rescaldina.
Sotto la formula simpatica e molto comunicativa della chiacchierata a tu per tu con le persone (che non gli ha certo impedito di rispondere, com’è nel suo stile, a muso duro), senza microfono e gironzolante per la sala – si è trattato in verità di un’impietosa lezione di socioantropologia dell’Italia contemporanea.
Ne ho ricavato un elenco di considerazioni (qualcuna presa pari pari, qualcuna reinterpretata, qualcuna indotta):
-finita Mani Pulite, continua Tangentopoli, ad libitum
-ostilità (da me stracondivisa) per ogni “penalismo” forcaiolo: le leggi più severe non servono, anzi sono funzionali al sistema (vedi grida manzoniane)
-ostilità (da me indotta) per quella oscenità del tutto inutile e controproducente che sono le carceri
-ostilità per l’eccesso di leggi, che sono più facili da aggirare
-regole chiare, ma soprattutto: bene comune (a lettere cubitali, come recita la Costituzione inapplicata)
-da cui: apologia delle tasse (lui non l’ha detta così, ma io sì: le tasse sono belle, dovute e sacrosante)
-in Italia non c’è uno stato, ma un sistema intrecciato di consorterie, familismo, mafia diffusa
-colpa nostra: i cittadini devono farsi sentire, informarsi, sapere, conoscere. Chi lo fa davvero?
-strano che in un paese così cattolico si rubi: ma il cattolicesimo italiano è sempre stato inquisitorio, ben poco misericordioso
-i peccati mortali son quelli degli altri, i nostri sono peccatucci veniali
-e di fatti è il paese per antonomasia dei pentiti: se ti confessi ti premio, se fai questo ti do in cambio quest’altro…
-nota sul potere: perché ci sono persone che ne vogliono accumulare così tanto? la risposta è in Elias Canetti: vogliono sopravvivere agli altri (possibilmente tutti) e non morire mai
-quando nel 1992-93, dopo i potenti, si cominciò a indagare sui comuni cittadini… fine dell’indignazione (e delle monetine) e ascesa di Silvio Berlusconi. Casualità?
-occorre un salto, una discontinuità. In verità, meglio sarebbe la morte di un sistema, e la rinascita di un altro dalle sue ceneri (in Italia non c’è mai stata una vera rivoluzione, nemmeno la Resistenza ci si è avvicinata)
-partire da sé, educazione, cittadinanza: ma la libertà è faticosa; essere sudditi è più comodo e più semplice, c’è qualcuno che ti dice sempre che cosa devi fare
-occorre scegliere tra le dande e una pericolosa responsabilità…

Dissimulazione sociale

martedì 3 maggio 2016

Occorrerebbe ricordarsi che le differenze di status sociale – le povertà, le ricchezze – sono funzioni l’una dell’altra: a rigore si tratta di impoverimenti che generano arricchimenti che generano impoverimenti che… Mentre è sorprendente osservare come sia facile convincere qualcuno che la sua povertà relativa è causata dalla povertà relativa – e non invece dalla ricchezza relativa – di qualcun altro. I ricchi, dopo aver conficcato i paletti di roussoiana memoria nella terra di cui si sono appropriati, sono diventati bravissimi a ficcarli negli occhi dei loro poveri servitori. E a indicare un povero più povero di te, come causa dei tuoi mali. La società è un capolavoro della dissimulazione.

Settimo fuoco: entropè

mercoledì 27 aprile 2016

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Etica – estetica – scienza
tenteremo di far convergere questi filoni di pensiero e di ricerca, di riunificare cioè quel che per troppo tempo (specie dal XIX secolo in poi) è rimasto separato.

Carlo Rovelli – nelle sue brillanti Sette brevi lezioni di fisica – lo fa allusivamente.
Enzo Tiezzi – nel testo base di questa sera, Fermare il tempo – lo fa programmaticamente: tanto è vero che il sottotitolo è Un’interpretazione estetico-scientifica della natura.
[A tal proposito occorrerebbe subito perorare la causa di ben due riunificazioni urgenti:
a) quella tra due aspetti della natura, già chiaramente identificati da Galileo, ovvero quantità (proprietà primarie della materia) e qualità (secondarie, inessenziali) – la prima oggettiva, e dunque misurabile, l’altra soggettiva, e dunque poco attinente ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano.
b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra scienze naturali e scienze umane, tra cultura scientifica e cultura umanistica]

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Il brutto potere

lunedì 18 aprile 2016

«Tuttavia, esso appare incontrastato ed evidente (non “ascoso” insomma) a chiunque si sia trovato a combattere la vecchia battaglia umana contro la materia. Chi lo ha fatto, ha potuto constatare coi propri sensi che, se non l’universo, almeno questo pianeta è retto da una forza, non invincibile ma perversa, che preferisce il disordine all’ordine, il miscuglio alla purezza, il groviglio al parallelismo, la ruggine al ferro, il mucchio al muro e la stupidità alla ragione».

[Primo Levi, Il brutto potere]

Sull’insensatezza (e Bartleby)

mercoledì 6 aprile 2016

bartleby

[Mi ero fatto alcune domande a proposito dell’insensatezza, tempo fa. Ne ho ritrovato traccia in quel che segue, una bozza rimasta chiusa a lungo in uno dei tanti cassetti virtuali del blog. E ripescata in seguito al rinvenimento della metafora della “catasta del significato”. Poi, in un altro cassetto, è saltato fuori l’inizio di un commento alla lettura di Bartleby lo scrivano di Melville. Non che la relazione tra i due frammenti costituisca di per sé un antidoto all’irrelatezza quale ingrediente essenziale dell’insensatezza, anche perché apparirebbe piuttosto come giustapposizione posticcia, gioco intellettualistico di rinvii; mi piace tuttavia considerarla come l’avvio di una riflessione organica – aiutata da sei giorni di passeggiate nella mia isola – sul concetto di relazione. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

Quando diciamo che una cosa è insensata? Che cos’è la mancanza di senso? Da che cosa viene originata?
Innanzitutto credo che l’insensatezza vada distinta dall’irrazionalità o dall’illogicità. Si tratta di situazioni diverse. Una cosa può essere insensata, ma non per questo irrazionale; a tal proposito ho qualche dubbio sul fatto che esista qualcosa come l’irrazionalità. Penso anzi che non vi sia nulla di irrazionale, se per irrazionale intendiamo ciò che non ha ragioni, dunque cause precise del suo esserci. Del resto non dico nulla di nuovo, già l’aveva sostenuto Hegel con la faccenda del reale-razionale.
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La catasta del significato

mercoledì 23 marzo 2016

index.phpInseguivo la lettura di questo libro da tempo. Parlando di (e rivolgendosi a) ragazzi, quand’era uscito, ormai quindici anni fa, aveva suscitato molto clamore. E persino qualche censura.
È un libro terribile, non c’è dubbio. Ma non così terribile se commisurato alla crescente insensatezza del mondo – con le sue guerre ed atrocità, compreso l’ormai irreversibile destino entropico della biosfera.
Il racconto si basa su un assunto molto semplice: non c’è niente che abbia senso – slogan proclamato da Pierre Anthon, che all’inizio del nuovo anno scolastico, senza apparente motivo, esce dalla classe, abbandona la sua  normale vita di tredicenne e sale su un albero di susine. Dal quale comodamente seduto (si suppone sia anche diventato fruttariano), comincerà ad urlare ogni giorno ai compagni di classe che passano lì sotto di non darsi pena, che tanto nulla ha significato, e che tutto è destinato a perire. [Con buona pace, evidentemente, di Parmenide e, soprattutto, di Emanuele Severino].
Ma i suoi coetanei non intendono accettare quel verdetto e raccolgono la sfida: contro il nichilista appollaiato sul ramo cominciano a radunare oggetti simbolici volti a formare una vera e propria “catasta del significato”, al fine di contraddirlo. Ciascuno sacrifica qualcosa dell’altro, in una catena che da grottesca si fa via via sempre più macabra, in un crescendo di assurdità e crudeltà che rischia di sfuggir loro di mano.
Al punto che proprio l’eccesso di significazione rischierà di sprofondare tutto e tutti nell’abisso dell’insensatezza – come quando si guardano le cose troppo da vicino e non se ne comprendono più forma e lineamenti.
L’autrice spinge il gioco fino in fondo, fino alle estreme – terrificanti – conseguenze, perché lei sa, come i suoi giovani protagonisti “che con il significato non si scherza”. E che di significato – o di nichilismo – si può anche morire.


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