Crescere in leggerezza

Il ciclo di incontri che – covid permettendo – darà vita quest’anno al Gruppo di discussione filosofica, giocherà sull’opposizione gravità/leggerezza. Lo spunto viene dalla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino (l’espressione “crescere in leggerezza” che dà il titolo al ciclo, si trova nelle Città invisibili). Ma non sono in grado di anticipare molto, prima di tutto perché non c’è alcuna tesi precostituita, bensì solo un insieme di spunti da cui partire, una direzione possibile da prendere, e alcuni testi che ci potranno aiutare; in secondo luogo perché di leggerezza parlerò più specificamente nel secondo incontro, quello dedicato al testo di Calvino e alle suggestioni (letterarie, ma non solo) intorno ai concetti di leggerezza e di invisibilità.
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O il comunismo o l’estinzione

«Non stiamo più scherzando, stavolta: gli incendi delle foreste di mezzo mondo, lo scioglimento dei ghiacciai, la catastrofica invasione di locuste in Africa, la corsa agli armamenti, la fame che ritorna in molte aree del mondo, la pandemia virale che inaugura un’epoca di terrore sanitario.
Tutto questo significa una cosa sola: che l’estinzione è all’ordine del giorno, e che non c’è altra via per uscire da questa prospettiva che non sia l’uguaglianza economica radicale, la libertà culturale, la lentezza dei movimenti e la velocità dei pensieri.
O il comunismo o l’estinzione».

Dobbiamo convivere con il virus equivale a dire dobbiamo convivere con la fine – se si pensa che tutto possa essere lasciato come prima, e che la folle corsa dell’accumulazione, della mercificazione, dell’iperproduzione e della crescita illimitata possa continuare indisturbata. E una spruzzata di green o di lavoro immateriale non cambia la sostanza.

Spettatori disinteressati

«A mio parere la vita umana è simile a una di quelle fiere che si tengono con grande apparato di giochi e sono frequentate da tutta la Grecia. Lì, infatti, alcuni cercano la gloria e la fama di un premio nelle gare sportive, altri sono attirati dal guadagno trafficando a comprare o a vendere, e c’è poi una categoria di persone, ed è la più nobile, che non cercano né l’applauso né il guadagno, ma ci vanno come spettatori e osservano attentamente quel che avviene e come avviene. Lo stesso è la vita umana: noi siam partiti per questa vita da un’altra vita e da un’altra natura, come da una città verso un mercato affollato, alcuni schiavi della gloria, altri del denaro; e vi sono certe rare persone che trascurano completamente tutto il resto e studiano attentamente la natura. Questi si chiamano amanti della sapienza, cioè filosofi, e come nella fiera l’atteggiamento più nobile è fare da spettatore disinteressato, così nella vita lo studio e la conoscenza della natura sono di gran lunga superiori a tutte le attività.»

[Cicerone, Discussioni di Tuscolo, 5,9, a proposito di ciò che Pitagora rispondeva a chi gli chiedeva chi fossero i filosofi]

Altrove (o dell’essenzialismo capitalista)

«L’essenza della realtà è la somma di Capitale più Natura. Entrambi esistono in un etereo altrove. Qui, invece, nel mondo in cui viviamo, siamo rimasti con una macchia di petrolio. Ma non preoccupatevi: l’Altrove se ne prenderà cura. Nel frattempo, a dispetto della Natura, a dispetto di tutte le poltiglie grigie, le cose reali si scontrano e si dimenano. Alcune di esse sbucano all’improvviso perché la fabbrica funziona male o funziona fin troppo bene: il petrolio fuoriesce dalla sua voragine originaria e si sversa nel Golfo del Messico; i raggi gamma emettono plutonio per ventriquattromila anni; gli uragani si formano a partire da enormi sistemi temporaleschi nutriti dal calore dei combustibili fossili; l’oceano di tasti telefonici si estende sempre di più. Paradossalmente, il capitalismo ha scatenato miriadi di oggetti contro di noi, in tutto il loro multiforme orrore e sfavillante splendore. Duecento anni di idealismo, duecento anni in cui gli esseri umani si sono collocati al centro dell’esistente, e ora gli oggetti si prendono la loro rivincita. Una rivincita terribilmente potente, antica, duratura e pericolosamente precisa, invade ogni cellula nel nostro corpo. Quando scarichiamo l’acqua del WC, immaginiamo che il sifone porti via i rifiuti in un regno ontologicamente alieno. L’ecologia ci parla di qualcosa di molto diverso: e cioè di un mondo ontologicamente piatto privo di qualsiasi tubo di scarico, un mondo in cui non c’è nessun “altrove”».

(T. Morton, Iperoggetti)

Breve critica della società pandemica

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;
se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno
che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando
insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno
e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e
apprendimento continui: cercare e saper riconoscere
chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio.
(I. Calvino, Le città invisibili)

[Potrà sembrare estremista quel che scrivo qui – e l’estremismo, a parere di Lenin, è una malattia infantile (non solo del comunismo, direi). A parte che estremista sarebbe semmai praticare le parole che scrivo (di scritture radicali e sovversive son pieni i cieli e la terra, e spesso non sappiamo che farcene) – in realtà l’estremista non sono io, ma la realtà nella quale siamo immersi – o, ad essere più precisi, dalla quale siamo sommersi: una realtà estrema e stremata dalla follia, che corre all’impazzata verso l’abisso. Un vero e proprio iperoggetto, invisibile, viscoso, inafferrabile. Un inferno invisibile].

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“Cammino su forme di vita”

«Faccio partire il motore della mia auto: ossa liquefatte di dinosauro vanno in fiamme. Mi inerpico su un calanco: miliardi di creature sottomarine polverizzate si depositano sulle mie scarpe. Respiro: l’inquinamento batterico di qualche cataclisma archeano mi riempie gli alveoli (lo chiamiamo ossigeno). Scrivo questa frase: i mitocondri, batteri anaerobici che si nascondono nelle mie cellule dai tempi del Grande Evento Ossidativo, sono la mia fonte di energia, hanno un loro DNA. Pianto un chiodo nel muro: i batteri hanno depositato ferro nella crosta terrestre sotto forma di solidi strati di minerali. Accendo la televisione e sento che ha nevicato: in un mucchietto di neve c’è la traccia della radiazione cosmica lasciata dal Big Bang. Cammino su forme di vita: l’ossigeno nei nostri polmoni è il prodotto del degassaggio di batteri… Gli iperoggetti si allungano nel tempo fino a raggiungere un’estensione così vasta che diventano quasi impossibili da cogliere concettualmente».

Questo inglobamento viscoso in dimensioni oggettive che ci sovrastano, secondo la categoria ontologica di “iperoggetto” proposta da Timothy Morton, inquieta e ad un tempo affascina: ci ostiniamo a rappresentarci come definiti da un contorno, figure con linee nette, mentre invece siamo piuttosto un flusso di fenomeni talvolta indecifrabili, la compenetrazione di forme di vita antiche ed ignote. Pare quasi che la coscienza sia un tentativo di reggere (o di dimenticare) il peso dell’abisso sul quale sporgiamo. Fermare il flusso nel disegno di una figura.

Senza cuciture

«Quando nel linguaggio corrente parliamo di amici e amicizie, in realtà alludiamo a frequentazioni e dimestichezze, allacciate o per un caso fortuito o per una qualche utilità, per mezzo delle quali le nostre anime comunicano. Nell’amicizia di cui parlo io le anime si mischiano e si confondono l’una nell’altra, compenetrandosi in modo così completo da cancellare e non trovare più traccia della cucitura che le ha unite. Se qualcuno si ostinasse a chiedermi perché lo amavo, sento che per spiegarlo non potrei rispondere altro che: Perché era lui, perché ero io».

(Montaigne, Essais, I, 27)