Pneuma

Viene spesso evocato il respiro. Credo sia un tema filosofico-antropologico da sviscerare. Gli effetti più drammatici del Covid colpiscono le persone anziane – ma non solo – proprio in uno dei loro punti più deboli, e mozzano loro il respiro. George Floyd, la cui brutale aggressione e uccisione ha riacceso il movimento Black Lives Matter, diceva schiacciato a terra I can’t breathe,”non riesco a respirare”. Tutti boccheggiamo in quest’epoca – soffocati dall’aria irrespirabile delle metropoli, ma più in generale saturi di cose, notizie, informazioni, incombenze: sia l’aria fisica che quella spirituale sono pessime. Sentiamo infine – per lo meno io lo sento – la necessità di fare un lungo respiro prima di agire o decidere (o anche astenersi dal farlo): fermarsi, prendere fiato, riflettere e poi procedere nel cammino. Laddove invece ogni azione sembra condurci in uno spazio chiuso, asfittico. Muri e costrizioni e pressioni di ogni tipo, anziché quiete, serenità e aria aperta.

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Su tutto trasvola

«Qui è discesa qualche potenza divina. Un animo così elevato e sereno, che su tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, che si ride di tutto ciò che a noi infonde paura o concupiscenza, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina […] Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, così quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, si aggira, sì, tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi».

[Seneca, Lettere a Lucilio, XXIII, 3]

 

Fisiologia e metafisica dell’abbraccio

Abbracciare è un gesto universale della relazione umana. Un gesto più intimo della carezza, più deciso, se si vuole più “invasivo” della sfera dell’altro – che però, rispetto alla carezza, prevede una reciprocità: io abbraccio l’abbraccio dell’altro, le braccia dell’uno cingono il corpo dell’altro, che restituisce simmetricamente il gesto. Come se ci fosse una continuità, un flusso unitario dei corpi. La tattilità viene coinvolta in modo molto forte, meno delicatamente rispetto alla carezza, con maggiore estensione ed effusione. Ovviamente c’è anche una gradazione dell’abbraccio, che va dal breve contatto ad una quasi fusione dei corpi (come accade nell’atto sessuale). Ma l’abbraccio è sempre un gesto che ha una forte valenza emotiva, di accoglimento dell’altro. In particolare per quanto concerne la consolazione.

Mi è capitato circa un anno fa di vivere un abbraccio profondissimo di questo tipo: complice la piccolezza del corpo dell’altra persona – una donna che aveva appena perso il marito – la quale si è totalmente abbandonata nelle mie braccia. Ho sentito il suo corpo, ma soprattutto la sua emotività, il suo dolore, pulsare in un modo che mai avevo colto prima. L’interezza della sua persona era sprofondata nel mio abbraccio, come a volersi totalmente abbandonare. Ecco, nell’abbraccio c’è anche questa sorta di Gelassenheit, una forma di tranquillo abbandono, di annullamento di sé nell’altro, di sparizione dei confini dell’identità, di fusione, senza alcuna valenza erotica. Un puro atto di amore pietoso e compassionevole – nel senso più alto e più profondo di questi sentimenti originari. Insieme all’abbandono c’è anche, di fondamentale importanza, il rapporto di fiducia: l’abbracciare è anche un fidarsi e affidarsi all’altro.

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C’è qualcosa che ci sfugge

Una parte della comunità filosofica che frequento sui social (la mia “bolla” digitale) si è un po’ piccata per l’articolo di Carlo Rovelli su Heidegger di qualche giorno fa. Un po’ l’ha vissuta come un’invasione di campo, un po’ – sotto sotto – con invidia, un po’ come un segno della decadenza culturale (del Corriere della Sera, del dibattito culturale, del paese, ecc.ecc.).

Ovviamente questa è una caricatura, perché nel dibattito che ne è seguito – e di cui ho letto qua e là i commenti – è emersa anche la questione più importante, o meglio la duplice questione: il rapporto della filosofia con la scienza, e il ruolo della filosofia nella società. Niente di nuovo, si dirà. (In verità c’è anche, nella fattispecie, un’ulteriore questione, ovvero l’eterna querelle sul nazismo di Heidegger, ma in questo non voglio entrare).

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Milionario!

Concedetemi, almeno per oggi, un sovrappiù di narcisismo e autoreferenzialità. Mi sono iscritto a WordPress ai primi di dicembre del 2006, con l’aiuto dell’amico Roberto. La rete all’epoca era per me un oggetto misterioso, con alcuni lati ostili e pericolosi. Nel febbraio 2007, dopo mille ripensamenti, ho aperto sulla piattaforma WP questo blog, dove ho riversato praticamente tutti i miei pensieri, scritti, riflessioni. Nonostante poi con l’avvento di Facebook (che sta già invecchiando velocemente) e i nuovi social tutto sia cambiato, resto molto affezionato a questa strana e preistorica creatura digitale. Che non è solo mia, visto che un certo numero di persone lungo gli anni vi hanno scritto e commentato. Ebbene, oggi il numeratore mi dice che è stato raggiunto il traguardo di un milione di visite (non di visitatori, eh!). Non so che significato abbia (immagino nessuno), ma è pur sempre l’occasione per ringraziare chi, anche per sbaglio, è passato di qui e ha letto qualche riga, traendone magari un piccolo spunto o giovamento o curiosità per qualche ulteriore riflessione o lettura.

Io, nel frattempo, mi sono arricchito!