Filosofia in 100 corti – 35

mercoledì 23 gennaio 2019

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Antropocene 4 – La torta e la glassa

venerdì 18 gennaio 2019

Sarà questa la metafora che ci guiderà in questa nuova tappa del nostro viaggio nella coscienza umana, una metafora coniata dall’antropologo-filosofo Clifford Geertz, per criticare gli assertori anti-relativisti di teorie forti della Natura umana o della Mente – ovvero di essenze permanenti ed immutabili volte a definire Homo sapiens una volta per tutte. La torta è la biologia, mentre la glassa è la cultura; la biologia è la sostanza, la cultura solo una vernice superficiale: ciò vuol dire che per quanto ci eleviamo ai cieli della metafisica, non potremo mai liberarci dal “guinzaglio genetico” che ci stringe il collo.

La prima parte del nostro incontro sarà dedicata a mettere in dubbio il senso di questa metafora, perché la sociobiologia, la psicologia evolutiva (e anche il biologismo dello zoologo Desmond Morris, che negli anni ’60 ha scritto il celebre saggio divulgativo La scimmia nuda) non convincono per nulla: non c’è dubbio che è dalla natura e dalla biologia che veniamo, al pari degli altri animali, ma sono proprio alcune delle sue caratteristiche biologiche (specie-specifiche) ad aver consentito ad homo sapiens di compiere dei salti evolutivi, e di imprimere alla sua storia un’accelerazione assente in altre specie. Con questo non stiamo dicendo che l’essere umano sia extra-naturale, ma che occorre definire meglio il concetto di natura e in quale misura essa si va innestando (e modificando) nel corso dell’evoluzione culturale.

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#100Dante 71-80

venerdì 11 gennaio 2019

#100Dante 71.
Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
(Par. IV, 139-42)
Non ci si faccia ingannare dalla bellezza svenevole di questa chiusa: l’amore di cui si parla è effetto (o meglio causa) del ragionare con cui l’intero canto risolve i dubbi di Dante. L’amore di Beatrice è amore del vero, amore intellettuale, che effonde sé con luce che gli occhi dei mortali non sanno reggere.

#100Dante 72.
Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
(Par. V, 88-93)
Il “trasmutare” è verbo tipico di questa rapida ascesa da un cielo (o regno) all’altro del Paradiso; Beatrice muta aspetto, così come Dante muta interiormente: ad ogni questione chiusa un’altra gli si apre dinanzi, in una crescente dialettica di approssimazione all’assoluto.

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Filosofia in 100 corti – 34

lunedì 7 gennaio 2019

Altre nazioni

lunedì 31 dicembre 2018

«Li trattiamo con condiscendenza per la loro incompiutezza, per il tragico destino d’aver preso forma tanto al di sotto di noi. E in questo sbagliamo, e sbagliamo di grosso. Perché l’animale non ha la sua misura nell’uomo. In un mondo più antico e completo del nostro, essi si muovono – completi e compiuti – dotati di un’estensione dei sensi che noi abbiamo perso, o che non abbiamo mai raggiunto, ispirati da voci che noi non udiremo mai. Non sono nostri fratelli, non sono nostri sottoposti; sono altre nazioni, catturati insieme a noi nella rete della vita e del tempo, prigionieri con noi dello splendore e del travaglio della Terra.»

[Henry Beston, The Outermost House, 1928]

#100Dante 61-70

giovedì 27 dicembre 2018

#100Dante 61.
“Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.
(Purg. XXVII, 139-42).
La missione di Virgilio volge al termine, e Dante si trova ormai alle porte del Paradiso: ora è in grado di autodeterminarsi, e di accordare ragione e desiderio.

#100Dante 62.
E là m’apparve…
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
(Purg. XXVIII, 37-42)
La donna è Matelda, che accoglie Dante nell’Eden, luogo dell’età dell’oro e dell’innocenza originaria, “campagna santa” che “d’ogni semenza è piena”. E per una volta il Dante cittadino tesse le lodi di una natura rigogliosa.

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Biosingolarità

venerdì 21 dicembre 2018

Lo storico Yuval Noah Harari si chiede, al termine di Sapiens, quale sia in prospettiva una possibile evoluzione della nostra specie, fino ad immaginare un vero e proprio mutamento di forma, uno slittamento ontologico: in questo caso le domande non sarebbero più quelle moderne, kantiane ed umanistiche, circa i limiti gnoseologici e la portata etica del dovere (che cosa posso conoscere, che cosa devo fare?), anche perché il soggetto che le pone sarebbe un altro essere (forse nemmeno più un “soggetto”) dalle potenzialità pressoché illimitate: egli/esso si chiederebbe piuttosto che cosa voglio diventare, se non addirittura che cosa voglio volere?
In questo interregno, nella fase di transito e di passaggio ad una nuova singolarità destinata a sospendere tutti i concetti e le categorie precedenti e a fondare un inedito cosmo post-umano – la vecchia specie umana si sta comportando nella maniera più anti-aristotelica possibile: bestie e dèi commisti, con un volto umano ormai sfigurato:

«Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto, gli umani sembrano più irresponsabili che mai. Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo render conto a nessuno. Di conseguenza stiamo causando la distruzione dei nostri compagni animali e dell’ecosistema circostante, ricercando null’altro che il nostro benessere e il nostro divertimento, e per giunta senza essere mai soddisfatti.
Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?»

Filosofia in 100 corti – 33

mercoledì 19 dicembre 2018

Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)

venerdì 14 dicembre 2018

Ho scelto di parlare di Leibniz in questo nostro percorso sulla coscienza e la natura umana, perché trovo che la sua filosofia – e forse la sua stessa biografia intellettuale ed esistenziale – siano indicative di un dramma cruciale che si svolge nel cuore della modernità – e che, anzi, è l’essenza stessa della modernità: l’avere cioè subodorato il pericolo di una cancellazione della peculiarità umana all’interno della natura, di una riduzione di tipo meccanico e materialista di una specie che si crede speciale. Il pensiero di Leibniz può cioè essere (anche) letto come la reazione ad una vera e propria espulsione dal mondo umano dello spirito, di Dio, dell’anima così come erano stati fino ad allora intesi.
Leibniz rappresenta il filosofo (e lo scienziato) più cosciente di questo “pericolo”, che assume come problema e tenta di annullare costruendo una vera e propria filosofia barocca di taglio spiritualista, in grado di unire il fronte meccanicista e quello finalista, la materia e lo spirito, la natura e Dio.
Ma vi è un convitato di pietra, un’ombra che incombe su tutta l’attività filosofica leibniziana: Spinoza, il filosofo che invece aveva portato alle estreme conseguenze l’idea di immanenza – ovvero la concezione per cui tutto sarebbe natura e noi umani non saremmo altro che corpi, ingranaggi, parti di un grande ed unitario meccanismo naturale.

[È questa, ad esempio, la tesi sostenuta (e, potremmo dire, drammatizzata) dal filosofo americano Matthew Stewart nel celebre saggio Il cortigiano e l’eretico]

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Spritz

martedì 11 dicembre 2018

Spritz Aperol with cicchetti

Perché l’essere e non il nulla?
Non lo so.
Che scopo ha la vita?
A me lo chiedi?
Donde la coscienza?
Risponde l’eco: donde donde donde…?
Che scopo ha l’essere umano?
Perché, ha uno scopo?
Necessità o contingenza?
Contingenza o necessità?
Che c’è dopo la morte?
Nulla.
Ma come può essere qualcosa come il nulla?
Eppure lo dico: nulla. Lo penso: nulla. Nulla nulla nulla.
Ma è nulla.
È, dici.
Non è, rispondo.
Parole vuote. Oceano di stoltezze – la metafisica. Ciò di cui non si può parlare…
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