Mahler, i fili d’erba, la cura

lunedì 19 settembre 2016

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Poiché settembre, com’è noto e come dice il cantastorie, è il mese del ripensamento, e subito dopo l’estate “porta il dono usato della perplessità”, che induce a giocare con le identità e con le possibilità – mi sono dato, proprio in questo mese, più tempo del solito per le mie passeggiate quotidiane. Non solo: ho anche approfittato della lunga coda estiva per riascoltarmi le 10 sinfonie di Mahler, en plein air. E l’ho fatto a rovescio, partendo dall’ultima e risalendo alla prima. Dieci, nove, otto, sette… una per ogni passeggiata, qualcuna di quasi due ore, come saprà chi conosce Mahler e le sue interminabili opere.
E solo poco fa, al compimento del ciclo, durante l’ultimo movimento del Titano, con la complicità dei fili d’erba mossi dal vento, mi si è rivelato un ulteriore significato di questa mia quasi trentennale frequentazione (quasi ossessione) mahleriana.
La musica di Mahler è stata la mia cura. Non solo e non tanto per l’incredibile ricchezza di significati, un vero e proprio attraversamento di tutte le fasi, i drammi, la bellezza, i chiaroscuri della vita – il titanismo, la tragicità, l’amore, la natura, lo struggimento, la morte, la caducità, una trasognata eternità, l’irraggiungibile sentimento di pienezza e di totalità… e potrei andare avanti a lungo, in un gioco (forse stucchevole) di riconoscimento e identificazione.
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Sul limitar della filosofia

venerdì 16 settembre 2016

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A ben pensarci la storia della filosofia è leggibile (anche) come una lunga, estenuata e mai terminata riflessione sul concetto di limite. Premesso che il limite è ciò che sempre ci definisce (la corporeità, i sensi, la pelle, il tempo, la morte, la quantità di cose che sappiamo o possediamo, il potere, e l’annessa illusione di superare tutti questi limiti fisico-naturali o spirituali), i filosofi non hanno fatto altro che ragionare su questa linea immaginaria che da una parte ci imprigiona e seppellisce in un corpo e dall’altra ci fa credere di poterne forzare le implacabili catene.
Quasi che ogni filosofia altro non sia stata che una riflessione attorno a quella linea – e del resto già la meta-fisica, fin nel nome (pur originato in maniera contingente), che cos’è se non l’immane sforzo di forzare i limiti della percezione, per vedere che cosa si nasconde dietro o che cosa c’è oltre?
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Laniakea

sabato 3 settembre 2016

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Do quasi sempre uno sguardo alla rivista “Le scienze” (edizione italiana di Scientific American). Il numero di settembre reca in copertina un titolo che non poteva non intrigarmi, ovvero “Il nostro posto nel cosmo”. A voler ben guardare, se qualche forma di vita ultra-aliena arrivasse da un altro cosmo (cosa impossibile oltre che inimmaginabile) farebbe una gran fatica a trovarci. Già non sarebbe semplice trovare la strada per la via Lattea, figuriamoci poi le indicazioni per raggiungere il nostro sistema solare: pur comodamente adagiato nella sua navicella dotata di sopraffini e a noi sconosciute dotazioni tecnologiche, il povero alieno finirebbe di certo per smarrirsi in quell’immenso labirinto stellare denominato Laniakea, correndo il rischio di non poter più tornare a casa, attirato magari in una qualche letale “pozza” di energia oscura.
In hawaiano Laniakea significa “paradiso incommensurabile”, nome con cui si è voluto rendere omaggio ai marinai polinesiani che per primi attraversarono l’immensa distesa dell’oceano Pacifico, orientandosi (come tutti gli antichi navigatori) tramite le stelle. Leggi il seguito di questo post »

Se questo è un uomo

mercoledì 31 agosto 2016

Il derelitto, De Pisis

Non credo di avere mai incontrato un umano più derelitto. E sì che di luoghi di miseria e di derelizione ne ho frequentati nella mia vita. Gli mancava una gamba e si reggeva malamente sulle stampelle, ubriaco e maleodorante, gli occhi gonfi e tumefatti, i capelli arruffati e sporchi, la bocca deforme a farfugliare parole incomprensibili. Un senso di profonda sgradevolezza e di disarmonia emanava dalla sua figura, quasi che ogni dettaglio fosse stato studiato per respingere gli altri umani.
Ho provato lo stesso ad avvicinarlo.
Veniva dalla Romania – se ho capito bene – da dove dev’essere stato cacciato, probabilmente in qualità di rom, e, sempre se ho capito bene, la gamba gli è stata maciullata da un treno, dalle parti di Parma. Per uno che si muove quasi solo lungo i binari della ferrovia ad elemosinare, magari ubriaco fradicio, dev’essere una possibilità da mettere in conto, evidentemente.
Parlava di un amico (un connazionale?) che – qui proprio non sono riuscito a capire – o lo ha spinto o lo ha trattenuto, oppure è stato trattenuto da lui. Mimava insistentemente il gesto di afferrare qualcosa, e poi piangeva. Anzi, piagnucolava.
Brutto, sporco – non certo cattivo. O non più di altri. Di certo abbrutito dalla vita.
-Cu cazzu sì? – gli ha urlato un simpaticone di passaggio sul corridoio del treno. Più stronzo che simpatico, direi.
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Italodicea

giovedì 25 agosto 2016

Al di là dell’angoscia, della doverosa e fraterna solidarietà, dell’umana pietas – sempre più provo una strana ed estenuata forma di rassegnato fatalismo (e sempre meno il montare della rabbia di un tempo), quando mi trovo a considerare il contesto sociale, antropologico, culturale e politico nel quale si situano le italiche disgrazie.
Fin da bambino ho periodicamente assistito a catastrofi (spesso annunciate, come si suol dire), con spargimento di lacrime ed autoflagellazioni, ritornelli sulla mancata prevenzione e poi a seguire smemoratezza, canto del cigno, pietra tombale su tutti i buoni propositi. In attesa della successiva catastrofe. Siano dighe, terremoti (dal Belìce in poi), frane e alluvioni, lo scenario che si ripropone è sempre il medesimo. Gli argomenti e le lamentazioni pure.
Avremmo dovuto fare, prevedere, costruire meglio, mettere in sicurezza – faremo, costruiremo, investiremo. Ma la sensazione è che, gattopardescamente, nulla cambi mai.
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Pascal.15 – contrappesi

martedì 23 agosto 2016

Il cristianesimo è strano. Ordina all’uomo di riconoscersi vile e abominevole, e gli ordina di voler essere simile a Dio. Senza un tale contrappeso, questa elevazione lo renderebbe orribilmente superbo, oppure quell’abbassamento lo renderebbe terribilmente abietto.
(537)

Pascal.14 – immaginare l’impossibile

domenica 21 agosto 2016

Immaginare un corpo pieno di membra pensanti.
(473)

Pascal.13 – giochi di prestigio

venerdì 19 agosto 2016

Ricerca del vero bene – La maggioranza degli uomini pone il bene nella fortuna e nei beni esteriori o almeno nei divertimenti. I filosofi hanno dimostrato la vanità di tutto questo e l’hanno messo dove hanno potuto.
(462)

Pascal.12 – prima io!

mercoledì 17 agosto 2016

Che aberrazione di giudizio quella per la quale non c’è nessuno che non si metta al di sopra di tutti gli altri e non preferisca il proprio bene individuale, la durata della propria felicità e della propria vita a quella di tutti gli altri!
(456)

Pascal.11 – su e giù

lunedì 15 agosto 2016

Se si vanta l’abbasso; se s’abbassa, lo vanto; lo contraddico sempre fino a che comprenda che è un mostro incomprensibile.
(420)