Settimo fuoco: entropè

mercoledì 27 aprile 2016

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Etica – estetica – scienza
tenteremo di far convergere questi filoni di pensiero e di ricerca, di riunificare cioè quel che per troppo tempo (specie dal XIX secolo in poi) è rimasto separato.

Carlo Rovelli – nelle sue brillanti Sette brevi lezioni di fisica – lo fa allusivamente.
Enzo Tiezzi – nel testo base di questa sera, Fermare il tempo – lo fa programmaticamente: tanto è vero che il sottotitolo è Un’interpretazione estetico-scientifica della natura.
[A tal proposito occorrerebbe subito perorare la causa di ben due riunificazioni urgenti:
a) quella tra due aspetti della natura, già chiaramente identificati da Galileo, ovvero quantità (proprietà primarie della materia) e qualità (secondarie, inessenziali) – la prima oggettiva, e dunque misurabile, l’altra soggettiva, e dunque poco attinente ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano.
b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra scienze naturali e scienze umane, tra cultura scientifica e cultura umanistica]

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Il brutto potere

lunedì 18 aprile 2016

«Tuttavia, esso appare incontrastato ed evidente (non “ascoso” insomma) a chiunque si sia trovato a combattere la vecchia battaglia umana contro la materia. Chi lo ha fatto, ha potuto constatare coi propri sensi che, se non l’universo, almeno questo pianeta è retto da una forza, non invincibile ma perversa, che preferisce il disordine all’ordine, il miscuglio alla purezza, il groviglio al parallelismo, la ruggine al ferro, il mucchio al muro e la stupidità alla ragione».

[Primo Levi, Il brutto potere]

Sull’insensatezza (e Bartleby)

mercoledì 6 aprile 2016

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[Mi ero fatto alcune domande a proposito dell’insensatezza, tempo fa. Ne ho ritrovato traccia in quel che segue, una bozza rimasta chiusa a lungo in uno dei tanti cassetti virtuali del blog. E ripescata in seguito al rinvenimento della metafora della “catasta del significato”. Poi, in un altro cassetto, è saltato fuori l’inizio di un commento alla lettura di Bartleby lo scrivano di Melville. Non che la relazione tra i due frammenti costituisca di per sé un antidoto all’irrelatezza quale ingrediente essenziale dell’insensatezza, anche perché apparirebbe piuttosto come giustapposizione posticcia, gioco intellettualistico di rinvii; mi piace tuttavia considerarla come l’avvio di una riflessione organica – aiutata da sei giorni di passeggiate nella mia isola – sul concetto di relazione. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

Quando diciamo che una cosa è insensata? Che cos’è la mancanza di senso? Da che cosa viene originata?
Innanzitutto credo che l’insensatezza vada distinta dall’irrazionalità o dall’illogicità. Si tratta di situazioni diverse. Una cosa può essere insensata, ma non per questo irrazionale; a tal proposito ho qualche dubbio sul fatto che esista qualcosa come l’irrazionalità. Penso anzi che non vi sia nulla di irrazionale, se per irrazionale intendiamo ciò che non ha ragioni, dunque cause precise del suo esserci. Del resto non dico nulla di nuovo, già l’aveva sostenuto Hegel con la faccenda del reale-razionale.
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La catasta del significato

mercoledì 23 marzo 2016

index.phpInseguivo la lettura di questo libro da tempo. Parlando di (e rivolgendosi a) ragazzi, quand’era uscito, ormai quindici anni fa, aveva suscitato molto clamore. E persino qualche censura.
È un libro terribile, non c’è dubbio. Ma non così terribile se commisurato alla crescente insensatezza del mondo – con le sue guerre ed atrocità, compreso l’ormai irreversibile destino entropico della biosfera.
Il racconto si basa su un assunto molto semplice: non c’è niente che abbia senso – slogan proclamato da Pierre Anthon, che all’inizio del nuovo anno scolastico, senza apparente motivo, esce dalla classe, abbandona la sua  normale vita di tredicenne e sale su un albero di susine. Dal quale comodamente seduto (si suppone sia anche diventato fruttariano), comincerà ad urlare ogni giorno ai compagni di classe che passano lì sotto di non darsi pena, che tanto nulla ha significato, e che tutto è destinato a perire. [Con buona pace, evidentemente, di Parmenide e, soprattutto, di Emanuele Severino].
Ma i suoi coetanei non intendono accettare quel verdetto e raccolgono la sfida: contro il nichilista appollaiato sul ramo cominciano a radunare oggetti simbolici volti a formare una vera e propria “catasta del significato”, al fine di contraddirlo. Ciascuno sacrifica qualcosa dell’altro, in una catena che da grottesca si fa via via sempre più macabra, in un crescendo di assurdità e crudeltà che rischia di sfuggir loro di mano.
Al punto che proprio l’eccesso di significazione rischierà di sprofondare tutto e tutti nell’abisso dell’insensatezza – come quando si guardano le cose troppo da vicino e non se ne comprendono più forma e lineamenti.
L’autrice spinge il gioco fino in fondo, fino alle estreme – terrificanti – conseguenze, perché lei sa, come i suoi giovani protagonisti “che con il significato non si scherza”. E che di significato – o di nichilismo – si può anche morire.

Brezza di primavera

sabato 19 marzo 2016

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Siamo essenzialmente animali simbolici, si sa.
Ci siamo così tanto trasferiti in quella dimensione, che nel momento in cui proviamo a metterla tra parentesi o la disconnettiamo dalla nostra base biologica, siamo colti da vertigine. Proprio perché guardiamo a quel che siamo cercandovi un significato. Che talvolta – a pensarci troppo – finisce per eclissarsi.
Proprio ieri scrivevo questo appunto su un foglietto di carta, poi abbandonato tra le pagine di un libro: “Ci ostiniamo a conferire significato a cose che non ne hanno. Perché ci fa orrore ammettere che nulla ha significato. Soprattutto ammettere che ciascuno di noi – ed anzi l’intera specie umana – nell’economia del cosmo conta meno di zero”.
Era ieri. Ed ero cosciente che si trattava pur sempre di una tonalità emotiva transitoria.
Oggi la biblioteca presso cui lavoro è stata dedicata a Lea Garofalo, eroica vittima innocente di mafia.
Una stratificazione straordinaria di significati, in una sola targa ed intitolazione: una donna che si ribella alla mafia, al codice patriarcale e maschile, al potere, al familismo, e che desidera altro per sé e per la propria figlia, e il cui destino assurge a simbolo che si innesta in un luogo altamente simbolico, com’è quello di una biblioteca – una summa di memorie e di radici, un’intricata foresta di significati perennemente ricercati. Ovvero: desideriamo ardentemente significare qualcosa; risplendere per un attimo nel cosmo gelido e indifferente.
È ormai sera, e dopo una giornata così intensa e vorticosa, dopo aver ripensato all’abisso di ieri, dopo aver spento ogni cosa – tra poco spegnerò anche questo schermo – rimango pensoso e pur sempre colto da vertigine. E però nel contempo attraversato da passioni con striature liete. Non gioia o felicità piena. Quello no. Non posso. Solo una tonalità serena. Una lieve brezza di primavera.

Lista delle passioni

domenica 13 marzo 2016

elenco-beneficiari-5-per-mille-2014Ho contato, se non erro, almeno 65 affetti, citati ed analizzati nell’Etica di Spinoza. Ve ne sono poi alcuni mancanti (sempre che non mi siano sfuggiti), come ad esempio angoscia, estasi, noia, nostalgia – mancanti perché riconducibili ad altri? O per una non banale questione di traduzione (linguistica oltre che concettuale)? O perché poco sentiti nel ‘600? Si è forse chiesto Spinoza se la sua lista o catalogo fossero esaustivi? Non gli era di certo sfuggito il problema, come sappiamo dalla sua osservazione sull’insufficienza linguistica (dovuta ad una carenza analitica), che lo obbliga ad utilizzare un catalogo corrente e pratico di passioni, ben lontano dalla sistematicità scientifica.
Ad ogni modo ho provato a giocare con questo elenco, suddividendolo a sua volta in tre liste: due affini all’intento spinozista della articolazione tra passioni liete e passioni tristi, da cui ho però sottratto un elenco laterale nel quale ho inserito le passioni ambigue, non necessariamente caratterizzate da una tonalità gioiosa o dolorosa. Si potrebbero stilare altre liste, magari a partire dalla suddivisione di Damasio tra emozioni (primarie, corporee) e sentimenti (successivi in ordine evolutivo, più raffinati e attinenti alla mente, e dunque dissimulabili); oppure tra passioni individuali e sociali, e così via. Ciascuno, insomma, si diverta a stilare la propria lista. Leggi il seguito di questo post »

Sesto fuoco: utopia dell’armonia

domenica 13 marzo 2016

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discorde si accorda
stupenda armonia
da contrasti
(Eraclito)

Ci interrogheremo stasera sulla natura e funzione delle passioni, e sul conflitto tra narcisismo ed empatia – ovvero tra pulsioni egoistiche e altruistiche.
Possiamo dire che si tratta di forze compresenti, sia negli individui che nelle società, anche se la spinta naturale all’autoconservazione è quasi sempre prevalente. Vi sono anche manifestazioni sociali evidenti di tali spinte contrastanti: società più aperte e accoglienti rispetto a società più chiuse e arroccate. Noi però andremo a scavare più a fondo, alle radici di tali pulsioni, lasciando in secondo piano (e magari ad oggetto della discussione) le manifestazioni sociali o comportamentali più evidenti.
Lo faremo mettendo in scena il colloquio immaginario tra un neuroscienziato e un filosofo – Antonio Damasio e Baruch Spinoza – che a distanza di secoli si ritrovano sorprendentemente a condividere molte idee a proposito di mente, corpo ed emozioni.
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Aforisma 99

sabato 5 marzo 2016

Nessuno conoscerà mai nessuno fino in fondo, men che meno se stesso.

Finché le nostre labbra raggiunse il muschio

venerdì 4 marzo 2016

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Morii per la bellezza – ma non m’ero
ancora abituata alla mia tomba
quando un altro – morto per la verità –
nel sepolcro vicino fu adagiato –

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza” – gli risposi – e lui:
“Io per la verità – è una sola cosa”
disse “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
dall’una all’altra stanza conversammo –
finché le nostre labbra raggiunse il muschio –
e coprì i nostri nomi –

[oggi nessuno, per lo meno in questa parte del pianeta, ambirebbe più a morire per cose piuttosto aliene come la bellezza e la verità; e tutto sommato è un bene, ché di solito quando qualcuno brandisce la spada nel nome della verità produce più danni che benefici; però forse Emily Dickinson ci vuol suggerire una morte più simbolica e trasfigurata, fatta di sottili allusioni, smottamenti delle gerarchie e dei significati; e poi comunque lei muore per la bellezza, non per la verità; che si dissero da una stanza all’altra? e… ma forse è meglio tacere, e coprire quei nomi pudicamente, col muschio di un silenzio più antico di ogni parola sussurrataci dal passato]

Spinoza visto da Eco

mercoledì 2 marzo 2016

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