Biodeterminazione

venerdì 15 dicembre 2017

Questo blog era nato sotto gli auspici del più anarchico e provocatore dei filosofi – quel Diogene di Sinope che sopportava così poco di essere pre-determinato (soprattutto dal potere e dalla pressione dei costumi correnti) da voler decidere di morire mordendo il respiro: nemmeno la natura, che pure i cinici prediligono contro il nòmos della polis, deve poter decidere di me! Può suonare tracotante e smisurata questa affermazione di autodeterminazione – ma certo lo sono molto di più le pretese o le vocazioni di altri: dio, la religione, lo stato, la casta dei medici e degli scienziati, le macchine: perché mai costoro devono sostituirsi a me (e alla natura), e plasmare e riplasmare la forma di vita che sono decidendone modi e confini?
Era dunque sacrosanto – e atteso da troppo tempo – che anche questo paese bigotto e retrivo si dotasse di una legge minima a tutela di questa irrinunciabile autonomia e libertà dei singoli. Già nessuno ha richiesto di nascere – per lo meno che si possa decidere di morire se si ritiene che la vita (medicalizzata e allungata oltre ogni senso e misura) sia diventata intollerabile.
Non c’è in questo nessuna ideologia di morte, nessun nichilismo, nessun cupio dissolvi – molto più mortifere e distruttive, semmai, le pulsioni umane ad occupare e ammorbare il pianeta e a spadroneggiare sulla natura in un crescente delirio di onnipotenza. Una morte pietosa e ragionevole – sazi di giorni e di affetti, non di cose – dà forma a una vita ragionevole, e viceversa. Me lo ha insegnato silenziosamente mio padre, che desiderava morire non certo perché odiasse la vita, ma perché era esausto di una vita determinata da potenze estranee, biochemiomedicalizzata, che non sentiva più essere la propria forma di vita.

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Statolatria

sabato 9 dicembre 2017

«Il mondo attuale è suddiviso in una molteplicità di Stati che si fronteggiano. Per i figli della nazione, che sin dalla nascita hanno condiviso l’ottica statocentrica, ancora ben salda e dominante, lo Stato appare un’entità naturale, quasi eterna. La migrazione è allora devianza da arginare, anomalia da abolire. Dal margine esterno il migrante rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica. Ecco perché riflettere sulla migrazione vuol dire anche ripensare lo Stato».
(Donatella Di Cesare, Stranieri residenti. Per una filosofia della migrazione)

Cartoline di dissenso

mercoledì 6 dicembre 2017

 

La prima sensazione, dopo aver letto questo opuscolo-intervista, è stata che la diagnosi riguardi molto più il medico del paziente. Si parla di “altri” (e di altri ferocemente avversi e distruttivi, oltre che autodistruttivi), ma è di noi che occorre ricominciare a parlare – di un noi profondo, di una psiche-iceberg, per lo più sommersa; e lo psicoanalista junghiano intervistato confida proprio nella capacità di sondare quell’abisso, fermo restando che occorre arrendersi all’evidenza che “nell’essere umano la parte emersa è minoritaria”.
Questo è il primo merito del libro, che cerca di calarsi, per quanto possibile, Nella mente di un terrorista.
Ve n’è poi un secondo (altrettanto abissale) che cerca di porre gli “impazzimenti individuali” sotto un’altra luce (terroristici o meno, credo che poco importi, a meno che non vogliamo raccontarci la balla che le società occidentali ricche godono di buona salute proprio perché sono ricche, anche se le stragi americane, per lo più autoctone, e la morìa per droghe chimiche e di psicofarmaci ci dicono tutt’altro): all’origine di molti dei nostri mali vi è una discrasia tra corpi evolutivi fermi a 20mila anni fa e processi di urbanizzazione e di virtualizzazione che trasformano a velocità folli gli ambienti sociali nei quali quei corpi sono inseriti, in modo tale da non potervisi più riconoscere/identificare – corpi e menti che, a giudizio di Zoja, sono ancora abituati ai piccoli gruppi e non agli scenari di massa e alle società complesse.
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Filosofia in 100 corti – 11

lunedì 4 dicembre 2017

Iuxta propria principia!

venerdì 1 dicembre 2017

TELESIO quadro

È ricorsiva nei filosofi l’idea di “ritornare alle origini”, che quasi sempre significa un ritorno alle cose, a se stessi, all’immediatezza naturale, alla sensibilità, a principi semplici ed essenziali – e che talvolta si traduce anche in un ritorno alle origini della filosofia, in genere ai presocratici e alla loro potenza sorgiva. Ciò succede soprattutto quando si avverte il peso della tradizione, quando il pensiero si sente incatenato a ciò che lo precede, quando le categorie o le teorie lo incrostano e lo soffocano. A maggior ragione se a precedere sono giganti o sistemi filosofici di grande portata.
Doveva sentirsi così Bernardino Telesio, questo filosofo irrequieto che gironzola per l’Italia, tra Cosenza, Padova e Roma e che pare ad un certo punto essersi ritirato a meditare in convento, tra i monaci benedettini. Forse fu proprio la solitudine ad ispirargli il colpo di scena rinascimentale del De rerum natura iuxta propria principia, un titolo che mi ha sempre entusiasmato, vuoi per quel riferimento lucreziano, vuoi soprattutto per quel iuxta propria principia – che è come dire che la natura va osservata in riferimento a se stessa, per come essa è e funziona in sé, senza quindi:
-teorie preconcette o pregiudizi (magari antropocentrici)
-interventi magici o divini
-ma pure senza quell’eccessivo ragionare che le scuole e la tradizione filosofica recano inevitabilmente con sé.
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Dopo Homo sapiens

lunedì 27 novembre 2017

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Non so bene se qualificare quella di Leonardo Caffo – giovane e promettente filosofo italiano (di cui avevamo parlato qui) – una “utopia post-umana”, tanto più che questi termini avrebbero necessità di essere ridefiniti in maniera accorta. In questa Fragile umanità, ad essere senz’altro suggestive sono le immagini-anticipazioni derivanti dall’antispecismo (una tradizione di pensiero che, seppur recente, vede ormai irrobustirsi le proprie basi argomentative), sintetizzabili in un recupero dell’animalità diversa da quella propugnata da Nietzsche, ovvero una “presenza a sé” (Rousseau la chiamava “sentimento dell’esistenza”) che può però realizzarsi solo nel superamento della scissione posticcia umano/animale, e in un ritorno alla corporeità.
La tesi forte del saggio è la convinzione che la storia di Homo sapiens sia ormai giunta al termine, e che stia agendo – in contemporanea – una nuova speciazione laterale nata dalla consapevolezza di questa imminente fine: un’autoestinzione fortemente voluta ed annunciata, se è vero che la specie dominante, con le sue pratiche espansive, predatorie e colonizzatrici ha ormai consumato l’habitat necessario al suo stesso stare al mondo, e ha generato un vero e proprio sistema autoimmune, non più in grado di discernere ciò che danneggia sé e l’ambiente.
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Zoon politikon – 2. Utopie

venerdì 24 novembre 2017

Partiamo, come sempre, dalle origini, dal costituirsi dei significati all’interno dello spazio originario della politica (e della “democrazia”) nel mondo greco.
È Platone il filosofo che, forse più di ogni altro, si è cimentato nell’opera di definire la “repubblica ideale”: una delle sue opere più celebri porta, non a caso, questo nome (La Repubblica, che in greco suona con Politeia, pressoché intraducibile, ma che è riconducibile alle concezioni che riguardano l’ordinamento politico, lo spirito della città e la partecipazione politica del cittadino – forse “comunità politica” può rendere l’idea).
Ed è proprio in quel contesto (che è però una summa del suo pensiero: teoria delle idee, teoria della conoscenza, estetica, ecc.) che troviamo una frase che senz’altro può ben ispirare il nostro lavoro di ricerca sulle origini dello spirito utopico:
«Comprendo, disse; ti riferisci a quello stato di cui abbiamo discorso ora, mentre lo fondavamo: uno stato che esiste solo a parole, perché non credo che esista in alcun luogo della terra. – Ma forse nel cielo, replicai, ne esiste un modello, per chi voglia vederlo e con questa visione fondare la propria personalità. Del resto non ha alcuna importanza che questo stato esista oggi o in futuro, in qualche luogo, perché l’uomo di cui parliamo svolgerà la sua attività politica solamente in questo, e in nessun altro». (Repubblica, IX, 592 a,b)
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Aforisma 106

martedì 21 novembre 2017

L’immanenza: farsi trascendere dal mondo, non trascenderlo.

Terza passeggiata filosofica

lunedì 13 novembre 2017

Dopo lo straniamento e il silenzio, facciamo un passo più in là.
Proviamo a far fare al nostro pensiero un passo filosofico più deciso.
Abbiamo sgombrato la mente. Abbiamo provato a fare silenzio, vuoto, a rallentare, a liberarci dalla saturazione, a svuotare e a sgravare i pensieri. A non avere assilli dovuti ai bisogni o all’utilità. Ci troviamo in una disposizione decisamente favorevole alla filosofia. Possiamo così avventurarci, con passi felpati, in un sentiero impervio, che non sappiamo dove porterà.
Proviamo ora a fare un esperimento più propriamente filosofico.

Siamo in una situazione di sospensione – i greci la chiamavano epoché, sospensione del giudizio. Un filosofo del ‘900, Edmund Husserl, ha provato a farne una condizione preliminare del proprio pensiero filosofico, definendo questa tecnica epoché fenomenologica – sospensione e messa tra parentesi del mondo dato, “naturale”, se si vuole delle abitudini, delle percezioni, delle conoscenze, delle tradizioni, delle forme tramite cui il mondo ci si presenta. Tutto ciò che definiamo “realtà”.
Questa camminata filosofica sospesa ci consentirà di affacciarci ad un mondo senza forme, o meglio, ad un mondo in cui ciò che conta sono le forme in quanto tali.
Per forme intendiamo le cose nella loro originarietà ed immediatezza, per come esse si presentano immediatamente alla coscienza (anche se è difficile concepirle scrostandole da tutte le precedenti percezioni, significati, ecc.).
Proviamoci.
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Ripetere Lenin

lunedì 6 novembre 2017

«Oggi la sinistra si trova in una situazione straordinariamente simile a quella che diede vita al leninismo, e il suo compito è proprio quello di ripetere Lenin. Questo non implica un ritorno a Lenin. Ripetere Lenin significa accettare che “Lenin è morto”, che la sua particolare soluzione è fallita, persino in maniera atroce. Ripetere Lenin significa che occorre distinguere tra ciò che Lenin ha effettivamente fatto e il campo di possibilità che ha aperto, riconoscere la tensione tra le sue azioni e un’altra dimensione, ciò che “in Lenin era più dello stesso Lenin”. Ripetere Lenin vuol dire ripetere non ciò che Lenin ha fatto, bensì ciò che non è riuscito a fare, le sue occasioni mancate»

[S. Zizek, Lenin oggi]