Musa, lascia le guerre, e canta tu con me

lunedì 23 marzo 2015

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Questo blog ha sempre avuto un’attenzione particolare alla poesia. Forse perché confinante con la filosofia (Aristotele la riteneva una verità di tipo universale, diversamente dalla storia, impigliata nel particolare); oppure per quel suo essere crocevia tra la ragione e il sentimento, un vero e proprio linguaggio del cuore (i poeti tentano di scrivere e di dar forma a ciò che più è sfuggente); od ancora perché si tratta di un accesso diretto alla bellezza che le astratte e rarefatte sinfonie ontologiche difficilmente consentono. Di certo la poesia è ciò che parla a tutti e a nessuno, di tutto e di niente, a nulla serve e vola sulle ali del vento – e forse è bene che resti imprendibile.
Qualche giorno fa, in occasione della giornata mondiale a lei dedicata, ho colmato di poesia un cesto e l’ho posto all’ingresso della biblioteca dove lavoro, in attesa di qualche viandante che afferrasse qualcuno di quei versi inafferrabili. Devo dire che molti hanno risposto all’appello, e lo hanno fatto con entusiasmo. Ancora più bello sarebbe stato spargerli a caso là fuori – in attesa del passaggio incerto di un vero viandante, o magari di nessuno. E di una improbabile poetizzazione del mondo. I lacerti poetici che ho scelto (secondo criteri del tutto soggettivi) sono i seguenti – anche se non so dire che effetti abbiano generato nei cuori e nelle menti di coloro che (almeno per un attimo) hanno avuto l’illusione di afferrarne o di possederne il senso…

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Dio ai fornelli

sabato 21 marzo 2015

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Mi sono fatto una sonora e grassa risata nel leggere le poche righe con le quali Matthew Stewart sintetizza il senso generale della teoria postcartesiana dell’occasionalismo: «Quando la mente “vuole” friggere un uovo, per esempio, Dio prontamente giunge nel mondo fisico e mette un tegame sui fornelli». A dimostrazione del fatto che teorie strampalate possono essere spiegate solo con esempi strampalati.

(ma è ancora più divertente – anche se non ne sono poi tanto sicuro – l’occasionalismo occorrente nell’associazione tra il titolo di questo post e la fotografia che “Google immagini” propone al primo posto, secondo l’imperante logica del PageRank – una vera e propria questione di “rango” alla quale ho finito per arrendermi)

Aforisma 89

giovedì 19 marzo 2015

La storia del pensiero filosofico e scientifico – a prenderlo sul serio – è la storia della sistematica demolizione di ogni forma di antropocentrismo.

Sesta parola: reale

lunedì 16 marzo 2015

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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Filosofi, maghi, deboli e prepotenti

lunedì 9 marzo 2015

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«Ci sono fondati motivi per credere, anzitutto in base agli insegnamenti della storia, che realtà e verità siano sempre state la tutela dei deboli contro le prepotenze dei forti. Se viceversa un filosofo dice che “la cosiddetta ‘verità’ è una questione di potere” perché fa il filosofo invece che il mago?».

[Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo]

8, 900, 300, 12324, 671385

giovedì 5 marzo 2015

8 anni dopo
900 post dopo
300 seguaci dopo
12324 commenti dopo
671385 visite dopo…

Dal 2007 è cambiato tutto e non è cambiato niente.
Nella filosofia, nei social, nel mondo, nella rete, nella realtà, in me…
Il “cerchio” si è allargato o si è ristretto?
È più asfittico o più arioso?
Siamo cresciuti o regrediti?
Mah!

Quinta parola: libertà

lunedì 16 febbraio 2015

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[Sommario: Libertà e filosofia - L’uomo-misura di Protagora – Socrate eroe classico della libertà – Diogene hippy e cosmopolita – Il giardino di Epicuro – La catena degli stoici – Il libero arbitrio di Agostino – L’uomo proteiforme di Pico della Mirandola – Necessità e libertà in Spinoza – Stato e individuo: il liberalismo – Libertà, natura e spirito – L’oltreuomo nietzscheano – Sartre e l’esistenzialismo: libertà come possibilità – Libertà moltitudinaria – Responsabilità, alterità e libertà]

Il concetto di libertà è piuttosto sfuggente e, soprattutto, cangiante: epoche e culture diverse intendono questo termine in maniere inevitabilmente diverse. Ma senza voler entrare nella molteplicità dei significati e delle sfumature, evocare la libertà nel campo filosofico significa evocare nello stesso tempo una delle condizioni essenziali del pensiero: di libertà i filosofi hanno bisogno come l’aria, senza libertà di pensiero non ci può essere filosofia.
Ma di che cosa realmente parliamo quando parliamo di libertà? Da che cosa (o di che cosa) siamo (o dobbiamo) essere liberi? E poi: possiamo davvero esserlo, o si tratta di una pura illusione?
Ci faremo queste domande scorrendo velocemente il pensiero di alcuni filosofi o correnti filosofiche, dalla grecità all’epoca contemporanea.

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Baruch Masaniello

venerdì 13 febbraio 2015

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Non sapevo che Spinoza fosse un ritrattista, anche se Matthew Stewart, autore de Il cortigiano e l’eretico, scrive che non c’è nulla di sorprendente in questa sua propensione, visto che gli olandesi dell’epoca impazzivano per l’arte, soprattutto per quella del ritratto. Ma la cosa più interessante di questa pagina del libro di Stewart sta nell’avvicinamento della figura di Spinoza a quella di Masaniello, il Tommaso Aniello pescatore amalfitano che per dieci giorni, nell’estate del 1647, aveva infiammato il cielo di Napoli come una meteora.
Spinoza, come molti contemporanei, fu così attratto dal rivoluzionario italiano da farne un ritratto, pare a carboncino, secondo l’iconografia dell’epoca: la camicia, la rete da pescatore, lo sguardo ardente… se non che il volto dell’eroe non pareva affatto compatibile con quello di un pescatore napoletano, mentre assomigliava pericolosamente a quello dello stesso Spinoza!
È un vero peccato che quei ritratti si siano perduti, anche se il Masaniello di Spinoza si tramanda in tutta evidenza in successive stampe ed incisioni. Se ne può dedurre che la coscienza dell'”uomo più empio e più pericoloso del secolo” doveva essere già piuttosto alta, dato l’auto-accostamento: ma la fiammata spinozista, che avrebbe rivendicato nella maniera più radicale e contro ogni tirannia e fanatismo la libertà di pensiero, di espressione, di ricerca e di parola, dura ancora oggi a oltre 3 secoli di distanza. Ed anzi, è più vivida che mai.

Leibniz straniato

mercoledì 11 febbraio 2015

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Nell’arrovellarsi su libertà e determinismo, inclinazioni e motivi, ragioni e cause, a proposito delle scelte e delle decisioni che gli individui (le monadi) sono chiamati a prendere ogni giorno, data la loro costitutiva libertà spirituale, pressata però da svariate necessità ontologiche e teologiche, Leibniz se ne esce a sorpresa con lo stratagemma del mezzo di cui saremmo dotati di “distogliere lo spirito in un’altra direzione” – distogliendoci così dal rigore del ragionamento che, in ambito etico, non può essere lo stesso che in ambito fisico o logico o metafisico. Il gran cortigiano ci rende partecipi di tale sospensione morale nei Nuovi saggi sull’intelletto umano:

«È bene abituarsi a raccogliersi di tempo in tempo, e a elevarsi al di sopra del tumulto presente delle impressioni, a uscire, per così dire, dal posto in cui ci si trova, e a dirsi: dic cur hic, respice finem; in che situazione sono?»

Ora, cos’altro è quell’uscire dal posto in cui ci si trova, se non un metodico esercizio della facoltà di straniamento? E, dunque, uno degli ingredienti essenziali del pensiero filosofico?

Sterminatori culturali

lunedì 2 febbraio 2015

«Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo: un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro.
Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri; è anzi ben più orribile, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi».

(Voltaire, Trattato sulla tolleranza)


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