Dopo-follia

Nel corso degli anni ’50 negli Stati Uniti ci fu una corsa per sconfiggere la poliomielite che colpiva migliaia di bambini, specie d’estate: le scoperte di due diversi vaccini anti-polio da parte di Jonas Salk e Albert Bruce Sabin furono salutate dal giubilo popolare e da una grande mobilitazione collettiva. I bambini vennero sottoposti ad una sperimentazione di massa, che finì per metterli in sicurezza. Entrambi gli scienziati rinunciarono al brevetto: Salk rispose a un giornalista che gli chiedeva chi ne fossero i detentori, con la celebre frase «Le persone, direi. Non c’è un brevetto. Puoi forse brevettare il sole?»; e Sabin lanciò provocatoriamente il suo vaccino, che poi venne preferito a quello di Salk, nel blocco sovietico, in piena guerra fredda.
Che cosa è cambiato dopo 70 anni? Come mai non ci sono state manifestazioni di gioia, esultanza, sollievo, alla notizia delle scoperte dei vaccini anti-Covid, in un tempo peraltro molto breve, che non ha avuto precedenti nella storia della medicina?
Riprenderei, per rispondere, un termine utilizzato qualche anno fa da Marco Revelli in un suo saggio sul fenomeno contemporaneo del populismo: è cambiato radicalmente il mood, l’umore sociale diffuso tra la gente, le comunità, i popoli. Oggi ci troviamo di fronte ad un umore per lo più negativo e rassegnato.
La cosa non deve sorprendere, nonostante la potenza della tecnica e della scienza, dato che si tratta di un problema di prospettiva: i sentimenti prevalenti, la sensazione generale è che non si va comunque verso il meglio, ma anzi insensibilmente verso il peggio. La speranza è l’esatto rovescio della paura, ma – come ci ricorda Spinoza – è affetta da identica radicale incertezza: essa «è una gioia incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo».
E così, se quelle prospettive non vengono riviste e ricostruite dalle fondamenta, col sostegno della ragione e del bene comune – un’idea di bene che non può prescindere dal nostro rapporto con la natura e non può non mettere in discussione i comportamenti rapaci e distruttivi del capitale che mercifica anche i virus e i ritrovati per sconfiggerli – la speranza resta un filo sottile ed incerto a cui ci si aggrappa giusto per non disperarsi, e che dunque facilmente si può tramutare in paura e angoscia; insomma il mood non potrà che involvere verso passioni sempre più tristi.
C’è bisogno di un dopo-pandemia che sia anche un dopo-follia.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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