Gitani solitari e filogenetici

(Siamo così tanto predeterminati dal linguaggio e dalla filogenesi, sacchi così tanto ricolmi della farina altrui, da dimenticare talvolta di verificare da dove certe espressioni ci vengono; poi, casualmente, capita di rileggere un passo e di esclamare: ah, ecco!
Qualche giorno fa credevo di avere coniato l’originalissima metafora di “zingari del cosmo”, e ora scopro che non era farina del mio sacco…)

“L’uomo deve infine destarsi dal suo sogno millenario per scoprire la sua completa solitudine, la sua assoluta stranezza. Egli ora sa che, come uno zingaro, si trova ai margini dell’Universo in cui deve vivere. Un Universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini”.

(Jacques Monod, Il caso e la necessità)

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14 Risposte to “Gitani solitari e filogenetici”

  1. filosofiazzero Says:

    Grande citazione di Monod!!!
    Ma, letta e condivisa, tutto resta come prima, con gli omettini indaffarati nelle loro operazionucole da mezze seghe residuate della natura, e non è altro che così!!!
    Bellissima citazione!!!

  2. Giuseppe Savarino Says:

    La vera essenza della filosofia di questo interessante biologo sta in effetti tutta nel concetto di “zingaro ai margini dell’Universo”.
    Dirà infatti, sempre nello stesso libro:
    “Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, ordinati da sempre. Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza”.
    Da questo negare nasce il nostro vagabondare disorientato nel mondo e l’angoscia che ci costringe a cercare il significato dell’esistenza.

  3. xavier Says:

    Non penso che “omettini e operazionucole” siano meglio o peggio del resto dell’universo. Non mi sento, né tantomeno sento gli altri miei simili come “mezze seghe residuate della natura”, anzi, ragionamenti simili li considero come residuali di un grossolano e semplicistico nichilismo. Detto questo, non sento affatto il genere umano al centro dell’universo, di cui invece é parte come milioni di altre parti. E se, detto fra noi, la piantassimo con l’angosciosa ricerca del significato dell’esistenza, e con quelli che da secoli continuano a spiegarci come siamo strani e zingari ai margini dell’universo,che a sua volta se ne impippa delle nostre musiche, speranze, sofferenze e crimini? Chissenefrega: lo sapevo già da millenni e non posso farci niente. Posso cercare, se riesco, di fare qualcosa per le altre “mezze seghe” come me, qui, ora, domani e dopodomani. E se l’Universo intanto é voltato dall’altra parte, vada pure a farsi fottere, lui e il sig. Monod.

  4. filosofiazzero Says:

    Xavier:
    Che ci fosse il nihilismo non avrebbe nulla a che vedere col dire e il fare di tutti i giorni. Pur restando noi omiciattoli, mezzeseghe fisiche e mentali, implicati, per ipotesi, nel nihilismo, o che altro, si avrebbe lo stesso a pensare alle cose alle quali occorre pensare ogni giorno, e fare perché sia meglio, che si vive, iodiavolo, in una società di merda, o anche peggio.

  5. rozmilla Says:

    Ieri sera ho trovato la citazione di Monod a pag. 214 de “La vita inaspettata” di Pievani.
    Come spesso accade, c’è il rischio che isolando una frase venga a mancare il discorso più ampio alla quale è collegata. Discorso che in parole povere auspica che l’umanità, attraverso una cultura più scientifica, possa riuscire ad emanciparsi dall’attaccamento ai miti, superstizioni, animismi, e credenze di ogni genere. Cosa che in realtà non è nemmeno così facile.
    Infatti, Pievani spiega che il nostro emisfero sinistro c’imporrebbe di interpretare e dare ordine e senso al flusso delle informazioni, creando delle “narrazioni” piene di senso a cui poter credere, e mettendo ordine anche dove non ce n’è. Per questo, insomma, ci sarebbero “sensi” che ci piacciono di più, come il finalismo o le favole; e altri “sensi”, come quello della contingenza, che non ci piacciono da pensare. Tutto questo significa che abbiamo delle “preferenze cognitive” che si sono evolute, appunto, in tal senso. Saperlo, però, è meglio di niente, perché almeno abbiamo maggiori possibilità di maneggiarle, anziché esserne agiti. La solita storia.
    In parole ancor più povere, io per lo meno farei una distinzione fra “il credere” e “l’essere creduloni”.
    Poi, mi scusi Alvise, ma concordo con la prima parte del commento di Xavier sul “grossolano e semplicistico nichilismo”. Diciamo che molto semplicemente penso non sia utile generalizzare e far di tutt’erba un fascio; e nemmeno “credere” di essere come lui dice, anche se è un sentimento diffuso. Troppo diffuso. La cura: stare in buona compagnia: per esempio rileggere Spinoza.
    ciao

  6. md Says:

    La gran parte dell’umanità vive “benissimo” (si fa per dire) senza farsi angosciose domande, o facendosele il meno possibile. I filosofi da millenni ci raccontano che, tra motori immobili intermundia e sostanze varie, gli dèi hanno altro di cui occuparsi. E se Dio è morto non è che l’esito debba essere per forza il nichilismo – anche il suo profeta baffuto aveva altre carte da giocare.
    Del resto, occorre esser liberi da bisogni e aver la mente ben sgombra da necessità per mettersi a filosofare. Oppure – l’odierna variante – aver di meglio da fare che guardare la tivvù o riempire come uova i centri commerciali.

  7. xavier Says:

    @ Filosofiazzero
    Non afferro: perché il nichilismo non dovrebbe aver niente a che vedere col dire e col fare di tutti i giorni? Impregnati come siamo di “life is now”, di passioni tristi, di rinuncia e rassegnazione, colonna sonora della quotidianità (intercalata dal rosario delle lamentazioni perpetue sulla vita di merda nella società di merda in cui si vive) se non é nichilismo questo, cos’altro é? Mezzaseghe fisiche e mentali? Può darsi: come la cometa di Halley, come i buchi neri,come dio. C’é qualcuno o qualcosa che non lo é?

  8. xavier Says:

    Caro m.d., se ciascuno potesse fare quello che sa fare bene, e se, ancor prima di tutto, sapesse davvero cosa saper fare bene, chissà, forse penseremmo meglio. Almeno di noi stessi.

  9. rozmilla Says:

    Quando sento solo nominare la parola “nichilismo” mi viene, come dire, l’orticaria … parola abusata -“nichilismo”, non “orticaria” – e venerata in certi ambienti, anche più della parola “amore”. Sembra a me che se c’è qualcosa di vero nel fatto che come noi nominiamo le cose, in qualche modo le cose vengono influenzate, sarebbe quasi meglio abusare persino della parola “amore”. Ho sentito persino elogi del nichilismo, ma non sanno cosa dicono …
    Con questo non voglio dire che viviamo in un brodo di giuggiole, chiaro. Che ad essere precisa, penso che siamo più che altro vittime di un sistema, questo sì, che tenta di nullificarci. Ma finché posso scegliere, scelgo di lottare contro il nichilismo, non di farmene un vanto. Non per niente sono figlia (anche) di “guerre stellari”. E che perciò lo sappia: non mi prenderà viva!

    A proposito, Xavier, capisco dio e i buchi neri – questi ultimi sono proprio degli orribili mangia-materia -, ma la cometa di Halley, che ti ha fatto di male ?

    Md: … ah … sapere cosa poter fare …

  10. xavier Says:

    Si dice che la cometa di Halley sia stata vista a distanza di tempo da grandi personaggi della storia in prossimità delle loro sfortune definitive, e che quindi porti con sè un notevole carico di sfigatissimi presagi. Mi pare anche che (vado un po’ a braccio), noi umani di oggi non avremo mai la possibilità di vederla, infatti passano migliaia di anni di distanza fra un’apparizione e l’altra. L’ho messa dentro per far color locale, e darmi un tono da astronomo da calendario, e poi con la fama che si porta dietro, strapazzarla un po’ non mi sembrava poi così male.

  11. filosofiazzero Says:

    Xavier:
    quanto hai ragione!!!

  12. filosofiazzero Says:

    Xavier.
    mi è venuto in mente un libro, come per fare un esempio di quello che volevo intendere: volevo intendere: anche in un mondo dove non sia più possibile fare un discorso che non sia altro che un semplice discorso qualsiasi (il mondo degli omiciattoli)uno (anche se homuncus)può cercare, nel suo piccolo, anche se non ha nessun senso, di fare il meglio che può: questo libro che dico è
    “La peste” di Albert Camus.

  13. filosofiazzero Says:

    Homunculus!!!!

  14. xavier Says:

    filosofiazzero

    Credo di essere d’accordo su questa tua affermazione, sebbene la tua prosa qualche volta mi metta un po’ in difficoltà: son uomo di vecchia sintassi, e basta poco per mettermi in confusione. Quanto al libro di Camus credo di averlo letto una quarantina di anni fa, e sinceramente non me ne ricordo proprio nulla. Con gli anni ho imparato a capire, meglio di altre cose, un concetto semplice semplice, e cioè che “perdere sempre” é sempre meglio che non tentare mai. Così come, del resto, prefigurarsi un mondo migliore é assai più pericoloso che non guardare dritto negli occhi quello in cui viviamo. E mi fermo qui per non sembrar trombone oltre il necessario. Per cui, come dici tu, nel nostro piccolo possiamo cercare sempre di fare qualcosa, che poi magari tanto piccola non é, e il solo fatto di provarci fa stare meglio. Dio mio, come son retorico (sarà l’aria di questi giorni?)!

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