Filosofia della contingenza – 3

Il tempo è un bambino che gioca coi dadi:
di un bimbo è il regno.
(Eraclito)

[Sommario: 1. La freccia del tempo – 2. Sassi vaganti – 3. Di nuovo: natura e cultura – 4. Parentesi ontologica: la crisi del fondamento – 5. Etica della contingenza – 6. Ancora una filosofia della storia? – 7. Due dilemmi a chiudere – La stoffa delle stelle]

1. Dalla teoria – corroborata da una serie di fatti – che la vita non ci avrebbe previsti (a rigore non avrebbe previsto nessuna delle sue creature o evoluzioni – ma, conseguentemente, essa stessa sarebbe del tutto contingente, cioè poteva benissimo non esserci), Telmo Pievani inclina verso una radicale filosofia della contingenza, ed ecco il motivo del titolo di questa serie di post.
La storia naturale è essenzialmente contingente poiché priva di alcun progetto a priori, ogni specie ed ogni storia di ciascuna specie essendo unica e contraddistinta da serie causali indipendenti la cui congiunzione ha prodotto, a posteriori, quel determinato risultato storico. Il nastro di ciascuna storia non è riavvolgibile, e la freccia del tempo evolutivo corre in una determinata direzione mossa da molteplici serie causali che si congiungono in modo improbabile, inaspettato ed univoco, e non c’è alcuna ragione perché debbano farlo sistematicamente o necessariamente. Questi sarebbero, tra l’altro, gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana, che finiscono per storicizzare quel che di solito si pensa sia immutabile: la natura e le sue leggi. Non solo la natura scorre, scorrono anche le sue leggi – e questo scorrimento, come abbiamo già annotato nel post precedente, non è uno svolgimento necessario e predeterminato,  ma un fluire radicalmente contingente.
Questo, tra l’altro, sembrerebbe non valere solo per la vita (tutto sommato un fenomeno minuscolo nell’economia del tutto) ma addirittura per il cosmo o i cosmi, l’universo o i poliversi. La domanda metafisica essenziale fa qui capolino – pure nel bel mezzo di un diluvio bioscientista – e fa risuonare la sua flebile (ma inflessibile) voce: perché, allora, l’essere e non il nulla?

2. Ma al di là della declinazione cosmologica e persino ontologica delle tesi contingentiste di ambientazione biologica (che può sempre esser sospettata di un’indebita estensione – metabasi in altro genere!), quel che mette i brividi agli umani è la sensazione di insensatezza che corre lungo questo filo temporale senza letteralmente capo né coda. Il sentirsi, appunto, zingari del cosmo, secondo la felice metafora di Monod, soli e abbandonati. Casuali e dunque piuttosto assurdi.
La misura di questa vertigine cresce con il crescere dello sguardo – dunque con la potenza immaginativa che la nostra mente è in grado di sviluppare. Se già ci sembra casuale essere nati per l’incontro fortuito di due tizi i cui ormoni hanno simpatizzato, e che magari hanno bevuto un bicchiere in più in una sera d’inverno – figuriamoci il venire a sapere che qualche nostro antenato è scampato per puro caso ad un genocidio; oppure che il naso di Cleopatra ha cambiato le sorti della successiva storia del Mediterraneo; o che nel lungo periodo una migrazione fortunata ha permesso all’ultimo gruppo di ominidi in fuga da una tundra di sopravvivere; o che svariati eventi catastrofici hanno determinato innumerevoli biforcazioni, svolte e giravolte; o che un certo miscuglio ha dato origine ad un lunghissimo regno degli esseri unicellulari, che peraltro poteva anche non aver fine; o che prima del Big Bang, qualcosa come 13 o 14 miliardi di anni fa… La vertigine rischia di farci collassare.
Pievani ce lo riassume così, in modo molto efficace: “Già ora abitiamo su un magnifico sasso vagante alla periferia della Via Lattea, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio esterno sopra di noi e colossali mantelli di magma incandescente sotto di noi, lì a metà, in bilico sopra zattere continentali in movimento e sotto una sottile striscia di atmosfera. In questa pellicola di gas instabili il 99% delle specie esistite nella storia naturale si sono già estinte e fanno parte dei cataloghi museali di un passato che non tornerà mai più” (198-9).

3. Ma torniamo al vero discrimine antropologico di queste teorie, quello che incide sulle carni della condizione o natura umana. Generalmente si sostiene che quel che caratterizza gli umani da un certo punto in poi del loro “sviluppo” è proprio la produzione di mondi culturali che si sovrappongono (o mescolano o giustappongono) al mondo naturale da cui provengono. La natura umana – la sua essenza – starebbe cioè nel tentare in qualche modo di trasformarla, se non addirittura di negarla (per certi aspetti è uno degli assi portanti della filosofia hegeliana dello spirito). Lasciamo perdere qui il terreno scivoloso dell’alternativa tra continuismo o scissionismo biologico-culturale (un aut-aut forse infelice come tutti gli aut-aut, da mente-corpo a materia-spirito, idealismo-empirismo, ecc.).
Cioè, in soldoni: gli umani costruiscono dei mondi simbolici da cui si fanno poi dominare (anche questa sarebbe una forma di necessità nata dalla contingenza). Si tratta di codici linguistici, di idee, di teorie, di “astrazioni” che hanno conseguenze immense sulle loro vite, tanto quanto i fenomeni strettamente biologici (ma già nella biologia esistono codici e linguaggi: cos’altro è il dna? – a meno che non si pensi, e qualcuno può legittimamente farlo, che si tratti di un’altra proiezione/interpretazione indebita).
Uno dei codici più potenti riguarda proprio il “senso”, il “verso”, il “significato” dell’esistenza (lo dimostrano, ad esempio, il fenomeno religioso ed il culto dei morti trasversali a tutte le culture). Che questo sia poi dato dall’esterno o autoprodotto non fa molta differenza – o, per meglio dire, che si pensi o si creda che le cose stiano in un modo o nell’altro, e ci si senta eterodiretti o autonomi, il “senso” rimane la nostra cifra essenziale. La mappa ordinata (e ordinaria) entro cui la vita di ciascuno acquista un significato.

4. Apro qui una breve parentesi ontologica.
Il pensiero filosofico che vorrebbe andare oltre la crisi dei fondamenti, salvando così una teoria forte della verità e dell’essere, ritiene di poter benissimo prescindere dal discorso scientifico, sia in termini teoretici che fattuali. Dopotutto, che la scienza opti per una soluzione casuale o necessitante circa l’origine della vita (o addirittura del cosmo), poco importa: la meta-fisica si pone per definizione su un altro piano, guarda alle cose con altri occhi e con altri intenti. Non solo: nella sua posizione più radicale (spinozista, hegeliana, heideggeriana o severiniana) fa coincidere essere e pensiero, verità e certezza – oggetto e soggetto. Il lògos che evoca tutte le cose ne pre-scrive già da sempre senso e fondamento. Sia che esse siano, sia che essere divengano, sono necessitate ad esser quel che sono o divengono. Ed è questo stesso lògos, che circola nella mente di chi pensa l’essere, a costituire la struttura incontrovertibile del mondo – a tenere insieme cose e mente in perfetta unità.
C’è però qui una frattura insanabile che si è aperta nel discorso filosofico: l’essere-lògos-verità-certezza o rimane in-sé (unità immediata ed originaria), oppure, una volta dispiegato – divenuto soggetto e mediazione – si frantuma nella molteplicità fattuale, e nella relatività delle teorie e dei punti di vista. La sostanza che deve essere pensata come soggetto, deve anche essere pensata come essenzialmente contingente. Hegel pensava di poter chiudere il circolo, dopo averlo aperto – ma non aveva fatto i conti con la radicale contingenza del concetto di storicità. Se la verità è il divenire di se stessa, e se l’essere è il divenire, la crisi del fondamento è inevitabile, poiché il fondamento stesso non può che essere a sua volta diveniente e contingente, e dunque mettersi a correre lungo la freccia del tempo. Ed in questa consumarsi. Frantumarsi in una molteplicità di forme e di figure espressive – che Hegel s’illudeva di poter racchiudere in un poderoso sistema sintetico e circolare.
Ma abbandoniamo i cieli della metafisica e torniamo al nostro discorso un po’ più circostanziato.

5. E veniamo alle conseguenze etiche dell’epistemologia di Pievani. Il grande biologo Stephen J. Gould ce ne dà la chiave di volta, laddove scrive ne La vita meravigliosa: “Io temo che Homo sapiens sia una “cosa tanto piccola” in un vasto Universo, un evento evolutivo estremamente improbabile nell’ambito della contingenza. Il lettore può prendere questa conclusione come gli pare. Alcuni troveranno questa prospettiva deprimente; io l’ho sempre considerata esaltante: una fonte insieme di libertà e di conseguente responsabilità morale.” (citato da Pievani, 143).
Ecco: dentro quel “mondo simbolico” nel quale ci siamo “duplicati” o “innalzati” c’è questo arnese, che poco importa stabilire in che modo derivi dalla natura. Un arnese che si chiama socialità (od anche etica o politica), e che da svariate migliaia di anni costituisce la peculiarità della nostra specie. Ciò che ci fa essere più divenienti che esseri umani.
Pievani gioca questa carta, opponendo la contingenza ad ogni forma di totalitarismo sia esso teologico o razionalistico. Assume cioè la contingenza e la mette al servizio di quella parte della storia naturale che è specifica della nostra specie: proprio perché, a suo parere, solo l’assenza di una teleologia può garantire un’etica davvero autonoma, una vera e propria novità evolutiva. Attenzione, non si produce qui alcun salto o rottura ontologica, poiché noi siamo in continua transizione natural-culturale, senza alcun bisogno di dover ammettere la dicotomia tra bontà naturale e l’altrettanto naturale struggle for live. Solo la contingenza – ed una conseguente umiltà evoluzionistica – può fondare un’etica della solidarietà e, soprattutto, della lungimiranza: proprio perché la storia non ha né un fine una fine, ci viene data (o meglio, ci possiamo/dobbiamo dare, in autonomia) l’opportunità (pura occasione contingente!) di introdurre in essa alcune serie causali (o di interromperne altre), nella misura della potenza e della finitudine di cui siamo (pur sempre fortuiti) portatori. L’estensione dello sguardo (e della possibilità) fornisce anche la misura della responsabilità, poiché in questa fase della storia della vita siamo fonti circostanziate di serie causali che potrebbero avere effetti devastanti.
Pievani ritiene addirittura che la contingenza possa dar luogo ad una “filosofia della storia” liberata dall’irretimento in schemi preconfezionati – e che liberi da ogni ipoteca soprattutto il futuro: dunque nessuna rassegnazione, semmai azione! E in ogni caso saremmo così garantiti da ogni possibile deriva nichilistica.

6. Insomma, la doccia fredda di Gould, quando scrive: “la natura può essere davvero “crudele” e “indifferente”, in quanto non esiste a nostro beneficio, non sapeva che saremmo venuti e non le importa assolutamente nulla di noi” – è una cura radicale ma necessaria di ogni illusione. Come già lo fu il “vero” leopardiano. La conclusione di Pievani sul nostro essere radicalmente contingenti – dunque inessenziali, imprevisti, né necessari né tantomeno preziose realizzazioni di qualche disegno (post-apocalittici, o danzatori sui piedi del caso, od anche stelle danzanti partorite dal caos, come più poeticamente ci descriveva Nietzsche) – sembrerebbe dover quindi aprire uno scenario ben diverso da quel che ci si aspetterebbe. Non che inquietarci o prostrarci o gettarci nello smarrimento, la coscienza dell’inessenzialità sarebbe anzi la miglior terapia per guarirci dall’angoscia.
Pur trovando del tutto plausibile la tesi di fondo di Pievani, trovo però inconseguenti alcune sue inferenze in campo “spirituale”.
Cioè mi pare che tanto il sapere di essere dei burattini nelle mani di qualcuno (Dio o natura), quanto l’essere casuali come bolle di sapone – così come qualunque altra percezione o credenza o teoria sulla nostra collocazione nel cosmo – non sortisca comunque effetti così netti e divaricati. Ho il sospetto che le cause di comportamenti diversi vadano cercati altrove. A ben pensarci, è proprio il non pensarci che semmai evita l’angoscia. Non sono cioè così sicuro che l’avere stabilito una precisa differenza tra contingenza da una parte e caso/necessità dall’altro, ed aver assunto esistenzialmente questa distinzione, possa davvero costituire una via d’uscita dall’angoscia, e una soluzione a tutti i nostri dilemmi etico-politici. Così come far derivare dalla linea punteggiata dell’evoluzione – o meglio, della mutazione biologica – una vera e propria filosofia della storia, mi lascia abbastanza perplesso.

7. Concludo, così, dopo una grande apertura di credito alla “filosofia della contigenza”, lasciando sul campo due dilemmi.

Primo dilemma: se è vero che c’è un nesso profondo tra concezione ontologico-cosmologica ed etica (nesso stabilito chiaramente da tutti i grandi filosofi, compreso un necessitarista convinto come Spinoza, che anzi dedica a tale nesso, fin nel titolo, la sua opera maggiore); cioè, indipendentemente dalla coscienza intellettuale di questo nesso, tra la mentalità profonda di un’epoca e il piano della prassi (sia essa quotidiana o storica) – allora la domanda cruciale è la seguente: esiste, oggi, nell’epoca globale del dominio della tecnica e dell’iperconsumo, una mentalità comune, una ontologia sociale da cui derivare indicazioni chiare per la prassi? L’essere umano globale si sente cioè necessitato, predestinato, casuale, contingente, al centro dell’universo, inessenziale, o cosa? E da questo suo sentirsi in un modo o nell’altro, ricava indicazioni per il suo presente e, soprattutto, futuro? O non è forse vero che è questa l’epoca della commistione e confusione delle mentalità e dunque della continua fluttuazione dei discrimini etici e della babele politica? Oppure, ancora più drammaticamente, della radicale scissione tra mentalità profonda (piano ontologico) e vita di superficie (caotico indaffararsi del/nel quotidiano)? E,da ultimo, della scissione tout court?

Secondo dilemma: che fine fa, in tutto questo discorso, il concetto di libertà? Se è vero che non siamo predestinati, predeterminati, finalizzati e necessitati (se non da cause immediate e contingenti) allora il territorio della libertà non può che ampliarsi indefinitamente. O per lo meno, la sensazione è quella di poggiare su un passato mobile con un futuro sgombro da percorsi obbligati. Ma da questo non consegue certo l’effetto di una maggiore assunzione di responsabilità. Cioè, il sentirsi contingenti implica sì di sentirsi un po’ più liberi (e un po’ meno necessitati), ma nient’affatto più responsabili. Se la responsabilità implica un obbligo, e la libertà l’esser scevri da catene costrittive – a chi o cosa dobbiamo render conto per tale obbligazione, se non a noi stessi?
Tuttavia quel “noi stessi” è per definizione collettivo, in sé e per sé – in questo Hegel continua ad aver ragione. Ma non è sulla contingenza (e nemmeno sul potente brivido che ci danno la tecnica o la volontà di potenza) che possiamo fondare un’etica alternativa a quelle ormai tramontate. Poiché tutte le etiche – passate e presenti – appaiono oggi fondarsi su quella stessa contingenza negatrice di ogni assoluto.
D’altro canto, sappiamo anche che l’unità originaria è stata rotta per sempre. Che la sostanza non può più essere pensata senza soggetto. L’essere senza divenire. E che il fondamento è esso stesso contingente, dunque non più fondabile in modo assoluto.
Il dilemma, alla fine, prende la seguente forma:
o c’è un’ontologia necessitante, ed allora nessuna vera libertà
o c’è un’assoluta libertà, e però nessuna giustificazione che non finisca per tramutarla in casuale arbitrio.
O un significato già scritto da qualche parte, che va decifrato. O una scrittura ondivaga e non garantita di significati possibili.
La condizione umana, probabilmente, è la storia di questo dilemma. E della sua irresolubilità.
Ciò detto una risoluzione dovrà essere presa: chi non agisce e non decide è comunque super-agito da altro o da altri.

***

Però, contingente o casuale o necessitato che sia, l’essere umano si chiede e continuerà a chiedersi inesorabilmente che cosa egli sia e che cos’è quell’essere di cui è pur sempre infima parte. Cioè: il come esso si sente e percepisce (e potrà liberamente essere) non riuscirà mai a liberarlo del tutto dalla pesantezza del che che lo inchioda all’essere. Prodursi in una qualunque significazione potrà solo alleggerire quel peso. E darci la forma ancipite di vegetoanimali che si librano ad una certa distanza da terra, dotati di radici aeree un po’ striscianti un po’ pencolanti – in guisa di quelle “piante celesti” immaginate da Platone (Timeo, 90a) – oppure scissi come quegli strani animali del Nilo, per metà vivi e per metà costituiti di fango, che tanto avevano colpito Voltaire.

“Canne pensanti”, e dunque più nobili dell’universo che pensante non è – così descriveva Pascal la condizione umana. Ancora più bello è pensare che questo umilissimo pensiero – che poteva anche non essere, ma che è, ed è benvenuto per quel che è, e che ci permette di immaginare e di agire in vista di mondi possibili e migliori di questo – è fatto della medesima stoffa da cui sono state tagliate le stelle.

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13 Risposte to “Filosofia della contingenza – 3”

  1. baodichan Says:

    @“Canne pensanti”, e dunque più nobili dell’universo che pensante non è

    chiudi in un aurea metafisica, ti faccio notare.

    preferisco questo tuo post come “programma del blog” che i 19 punti.(anche se qui i 19 punti sono “cifrati” nella fabulazione del post, sempre sorretta da uno stile pertinente e piano, che anche io stimo).

    qui almeno la descrizione di “cosa è la metafisica”, è stata riassunta molto efficacemente, così come del perchè essa conduca al nichilismo.

    beh il tema che introduci ovvero la possibilità di un etica che aprendosi sull’abisso del casuale e del contingente (la libertà, come destino biologico evolutivo, foss’anco casuale come dice goldman) e coniugantesi ad un etica di comunanza contro il caso e allo stesso tempo contro le “cause” del potere che ci superagisce, è in effetti anche il tema a cui, seppur non in maniera filosofica, il “discorso pubblico” si domanda.

    In realtà e a te mi associo, se la vediamo dal punto di vista severiniano e cioè dal punto di vista del tramonto dell’occidente, la risposta è negativa
    Ciò nondimeno proprio per via della libertà a cui tu ti riferisci in questo post di 3 parti, sia per il disperato tentativo di uscita dal nichilismo da parte mia, è necessario agire.
    D’altronde come dice Agamben forse è proprio sull’abisso della morte che si fonda il nostro ethos, cioè una sorta di posizionamento, indirizzamento dell’essere.
    Ora nel particolar caso da te indicato, poichè la libertà è più nell’azione che nel pensiero, si tratterebbe di prendere una posizione politica che faccia leva su questo essere scaraventati nel mondo che ci minaccia con il suo fluire caotico in un mondo gelido e disanimato, tramite l’appartenza alla propria specie, tramite la simpatia come esseri simili, e nel rispetto anche delle altre forme vivente a noi più simili. Questo agire spero ti renda conto si basa sul presupposto assai dibattuto oggi che il cambiamento di molti singoli porti al cambiamento della società.
    Quindi anche su quello ci sarebbe da discutere.

    Rimane il fatto che anche in quel caso questa libertà foss’anco possibile ripensarla come ethos, non risponde al bisogno di senso dell’uomo.(lo hai ammesso anche tu)
    Ovvero della domanda ad “essere”.
    Come detto da Nietzsche, rielaborato da Carmelo Bene: il vero ethos non è mai nell’agire ma nel saper essere.
    Si tratta come diceva il mio beneamato, non di fare capolavori, ma di esserlo.Questa è l’unica vera etica.
    E questa etica, per essere riconosciuta, ha bisogno dell’intera storia della filosofia per rispondere alla domanda ontologica, e cioè noi abbiamo bisogno della metafisica.

    Dell’etica possiamo comunque parlare.
    A mio avviso le cause del potere sono più forti del terrore del vuoto cosmico, e della possibilità vitalistica a godere a esplicare quella libertà in nuce che tu riconsoci nel contingentismo.
    Su questo ho letto delle “prime considerazioni” sui vari progetti, in primis Focault, poi Sloterdijk.
    Infine mi sto convincendo che è ora di leggere anche la tradizione marxista e liberale.
    Perchè di fondo rimane sempre, come fine mio, il poter distinguere il più possibile.

    Indubbiamente questa tua posizione è assai interessante, e spero tu possa trovarne altri spunti forzando i limiti intrinsechi alle premesse.(e cioè dovremmo tutti insieme fare uno sforzo e convivere con il nichilismo).

    unica forzatura:
    @La sostanza che deve essere pensata come soggetto, deve anche essere pensata come essenzialmente contingente.

    così lo fai passare come una deduzione, invece è una tua premessa.

  2. filosofiazzero Says:

    L’ho scritto anche dall’altra parte di questo labirintico blog:
    non senso, ma agire per il meglio, perché? perché no?
    Albert Camus “La peste”

  3. md Says:

    @filosofiazzero: mi piace “labirintico blog”

    @baodichan: grazie per le tue riflessioni molto pertinenti, anche se un po’ “fluviali” – ma del resto lo sono stato anch’io nello scrivere questo come altri post. Vorrei poter trattenermi, per poter essere letto con un po’ più di agio, ma i temi affrontati me lo impediscono.

    Sulla sostanza-soggetto, e dunque sul rapporto Spinoza-Hegel, necessità-storicità, ecc., il cammino riflessivo da fare è ancora lungo. Mi gira per la testa in questi giorni il problema hegeliano del “cominciamento”, che, appunto, non è mai deducibile da altro e dunque non può che essere una premessa la cui giustificazione si vede solo al termine del processo. Sa molto di vizio circolare e di petitio principii, però. Mi vien da dire: o non c’è “cominciamento” – si è tutt’uno con la sostanza (confusi nell’unità originaria); o se si “comincia” da qualche parte è dura ricucire l’unità del tutto.

  4. rozmilla Says:

    Un buonissimo lavoro, Md., e un inaspettato finale …
    Non ho letto ancora benissimo il libro di Pievani, però i certi momenti, mi è parso fin troppo infervorato a dimostrare la sua tesi, che “soltanto” sposando la teoria della contingenza potremmo essere finalmente liberi per una scelta etica autonoma e matura. Ora, può darsi che questa evoluzione possa essere ottimale, per chi realmente riesce o riuscirà a diventare così autonomo e maturo. Ma per quanti sarà possibile, fino a che punto, visto che ognuno di noi ha in sé dei risvolti piuttosto irrazionali con cui fare i conti, e che non sempre riesce a tenere sotto controllo? Inoltre, se dovessimo aspettare che tutti diventino così autonomi e maturi, per poter verificare la bontà della sua tesi, temo che la verifica sarà molto improbabile. Esiste sempre un che di imponderabile, per cui anche lo strumento etico e sociale è soggetto alle stesse bizzarre leggi della contingenza; e per cui non possiamo sapere come si evolverà e in che modo, e per quanta parte dell’umanità in un senso piuttosto che un altro.
    Come recentemente hai osservato, in realtà la maggior parte delle persone non si occupa né preoccupa di queste teorie, e non ha nemmeno la capacità di sentirle come “problemi”, verso le quali dover prendere posizione, fare una scelta. I veri problemi sono altri, è chiaro.
    Inoltre, anche dopo aver ammesso che non sussiste necessità alcuna, che ci ha fatto essere qui in questo modo, questo modo esiste al presente, anche se non è mai del tutto determinato e c’è sempre spazio per nuove possibili mutazioni, che però non possono che seguire pur sempre la regola della causa effetto; e anche ammettendo che le cause che entrano in gioco possano essere “liberamente” (tra virgolette) determinate da ognuno che agisce, nessuno, per quanto libero, può sapere con assoluta certezza gli effetti che sortiranno; anche perché le cause e gli effetti si intrecciano le une con gli altri, in una rete inestricabile di cause ed effetti. Se noi fossimo assolutamente liberi non avremmo nemmeno la concezione del bene e del male (Spinoza), ma poiché non siamo liberi, i nostri concetti di bene e di male sono del tutto relativi e contingenti, e per ciò stesso abbastanza inadeguati.
    Più che al nichilismo, io penso che dovremmo rassegnarci all’evidenza di un mondo imperfetto. Ma nemmeno le stelle, se ci pensiamo, bene, sono poi così perfette come a noi piace immaginarle.
    (Molto bella però l’immagine che hai trovato (dove?) dell’uomo albero)
    Ciao.

  5. md Says:

    @rozmilla: molto d’accordo! Hai detto bene sull’eccessivo infervorarsi di Pievani – che può essere contagioso, così come su irrazionalità, imperfezione, ecc. Ma, nonostante alcune inferenze un po’ frettolose, è stata comunque una lettura molto stimolante e proficua.
    In effetti le stelle sono belle, luminose, affascinanti – ma anche gelide, pulviscolari e magari già morte e sepolte mentre le osserviamo.
    Come spesso accade, ho trovato l’immagine casualmente, mentre cercavo Magritte, radici, cose del genere.

  6. Ermes Says:

    Anche scrivere queste parole può essere considerato un evento contingente, nel momento in cui viene a determinarsi.

    tuttavia, quella che per me è una possibilità, e che consiste nel fatto che tu stia leggendo queste parole, e che si colloca in quello che per me è il futuro, per te è contingenza, poichè le stai leggendo ora.

    quindi se io sono il presente, tu sei il futuro.
    se tu sei il presente, io sono il passato.

    in qualche modo, nel tuo presente, è necessario che io abbia scritto queste parole, altrimenti non potresti leggerle.

    tu puoi muovere ed uscire dalla contingenza del tuo presente per valutare la contingenza di ogni evento del passato, e tuttavia ritrovarlo come necessario nel momento in cui ti poni nuovamente nel luogo della contingenza del tuo presente.

    o muovere alla contingenza di un evento futuro il quale è, nel momento in cui ti poni nella contingenza del presente, possibile.

    il senso sembrerebbe essere l’agire sulla base della necessità del passato per perseguire l’attualizzazione di una determinata possibilità nel futuro, e tuttavia la configurazione di quella determinata possibilità nel futuro è essa stessa frutto della contingenza.

    perciò quanto più vi è senso tanto meno vi è libertà e viceversa, come nel free jazz e nella musica classica.

    quello che è notevole, e che personalmente io non comprendo, è che passando dalla contingenza del presente a quella del passato o del futuro si deve necessariamente attraversare un tempo che non è ne presente ne passato ne futuro, nel quale la totalità dell’essere non può più dirsi essere.

    paradossalmente, non è un tempo metafisico bensì il luogo della physis, in modo molto banale, forse pur troppo,questo luogo in cui io adesso scrivo che è questo luogo in cui tu adesso leggi.

    per cui ti auguro buon viaggio, amico mio, e buona fortuna.

  7. md Says:

    @Ermes: non ho capito proprio tutti i passaggi del tuo ragionamento, ma lo trovo interessante.
    Bella la metafora musicale.
    Quel tempo né presente né futuro né passato – che dunque dovrebbe essere un tempo intemporale, qualcosa che si avvicina all’eterno – mi pare assomigliare a quel che ho indicato come “unità originaria”. E se non è un “tempo metafisico”, ma un “luogo”, non può che essere pura immanenza. Ma può darsi che sia uno dei passaggi che non ho compreso.
    Buon viaggio anche a te e buona fortuna!

  8. Ermes Says:

    Tutto mi aspettavo fuor che una risposta; e molto vera per giunta!
    Che mi ha fatto apprezzare l’autenticità del tuo lavoro filosofico, il respiro per così dire di questo lavoro, che non avevo colto appieno.
    Quanto a me, torno a cacciar comete, ma non mi è stato vano incontrarti, e ti rinnovo il mio saluto.

  9. baodichan Says:

    @hermes”quello che è notevole, e che personalmente io non comprendo, è che passando dalla contingenza del presente a quella del passato o del futuro si deve necessariamente attraversare un tempo che non è ne presente ne passato ne futuro, nel quale la totalità dell’essere non può più dirsi essere.”

    Come ha già detto md, è invece proprio il tempo dell’essere.
    Altrimenti, appunto, sarebbe solo contingenza.

    @md
    In effetti la contingenza si da all’interno di una storicità.
    Si può dunque passare a un mondo materialista, che mi sembra, da qualche lettura appena accennata dovrebbe confluire nella visione marxista.

    Oppure come detto da sloterdijk si tratta di eliminare del tutto la metafisica e concentrarsi su quello che meramente siamo dal 1700 in poi: essere decentrati composti di solo carne.
    Esseri completamente persi nella physis, a cui è chiesto un nuovo modo di pensarsi.

    Oppure ricadere di nuovo nella metafisica affidandosi ai paradossi del non cominciamento.

    Per ora vedo queste 3 vie.

    In realtà vi sono anche quelle religiose che vanno oltre la metafisica, ma lì ci allontaniamo troppo.

    In fondo la strada è lunga da fare. concordo con te.

    buone feste, bisogna meditare!

  10. xavier Says:

    Meditate gente, meditate (R. Arbore, secolo XX, Rai, Radiotelevisione italiana)! Caro m.d., come regaluccio di Natale il pacchetto pesava alquanto, poi, all’apertura, eccoti un bel vaso di Pandora in formato famiglia, e hai voglia a pensarci sopra. Ma se l’euforia assolutamente ingiustificata di questi giorni (che tutti gli anni c’é e si vede, ma che tutti si ostinano a negare per falso pudore) non mi aveva ancora contagiato, questa tua potente riflessione di fine anno mi ha sdecisamente messo k.o., e non é certo di cazzotti in testa che ho bisogno in questo periodo. Mi ritiro ad ascoltare musica, e a suonarla, fin dove mi é possibile!

  11. md Says:

    @xavier: del resto la musica è forse la miglior terapia contro l’angoscia. Matematica emotiva sopraffina!

  12. Quarto fuoco: dadi e dande | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] Filosofia della contingenza 1 Filosofia della contingenza 2 Filosofia della contingenza 3 […]

  13. Tertium datur? | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] scienziati e teologi potrà far fuori la funzione essenziale della ricerca filosofica – e la filosofia della contingenza (un po’ ancillare nei confronti della scienza) finirebbe per avere un temibile concorrente. E […]

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