Rigurgiti totalitari

Quanto accaduto in questi giorni a Macerata – la povera ragazza squartata, lo spacciatore nigeriano arrestato, il fascista-terrorista che spara ai neri – se da una parte fa emergere il lato più oscuro della nazione e l’antico “mal di pancia” degli italiani, dall’altra ci restituisce con fin troppa chiarezza il meccanismo sociale e psicologico che sta dietro ad ogni rischio di deriva totalitaria. Innanzitutto nel rapporto  manomesso ad arte tra fatti e teoria (ma anche tra fatti e ideologia, che della teoria è una forma militante): la condizione e il disagio sociale di alcune parti della popolazione vengono ormai letti con la lente etnica e criminogena, oscurando del tutto le ragioni materiali e facendo saltare i nessi logici e causali.
Non solo: da un fatto terribile di cronaca, al pari di quelli che insanguinano quotidianamente le nostre esistenze – stragi familiari, abusi e maltrattamenti di bambini, femminicidi, donne sfigurate con l’acido e turpitudini di ogni genere, gestiti anch’essi ad arte dai media – si inferisce una sorta di teorema politico, con almeno tre corollari: l’azione del “folle” ideologizzato e fanatizzato al pari di un militante dell’Isis, che si sente legittimato a sparare a persone appartenenti a una determinata categoria; l’uso cinico e strumentale a fini di potere da parte di un’ampia fetta dell’arco politico (in primis partiti neofascisti e di destra, spesso collusi, compreso il loro leader “moderato”); ed infine, forse più grave di tutto, la netta sensazione che ci sia una maggioranza che giustifica il presunto vendicatore.
Il “male” è un elemento congenito, anche se socialmente condizionato, della sfera umana, dovuto essenzialmente all’irrelatezza e alla riduzione dell’altro ad oggetto, anziché soggetto portatore di diritti inalienabili. Ma voler ricavare dai fatti di cronaca tesi di tipo politico (o ad uso di potere) è gravissimo e porta dritto alla barbarie (e già ci siamo), con i suoi possibili correlati di guerra civile e di rischio sempre presente di derive totalitarie.
È Hanna Arendt ad avvertirci che proprio la distorsione del rapporto tra fatti e ideologia è uno degli ingredienti tipici del fanatismo e del totalitarismo. Inferire dal “male” una teoria politica o una categorizzazione sociale, non solo non porta alla sua risoluzione, ma ne amplifica la portata fino alla sua possibile estensione in “male radicale”. Si tratta di due ambiti che devono rimanere distinti, anche perché il salto che qui viene prospettato porta ad una caratterizzazione non-politica (o pre-politica) dei fenomeni sociali: prendono cioè piede teorie biologiche, razziali (non a caso si è risentito parlare di “razza bianca”), gerarchiche, culturaliste, etniche – eliminando pressoché totalmente dalla scena la base materiale dei conflitti e delle ingiustizie da una parte e mettendo in discussione dall’altra l’assoluta eguaglianza etica, giuridica ed individuale di tutti gli esseri umani – eguali proprio perché diversi e mai riducibili a meccanismi sostituibili o ad atomi sociali.

Per tornare al caso di Macerata, anziché provare a mettere ordine tra i fatti, così da spiegare la genesi e analizzare le cause di quel che è accaduto sia alla ragazza vittima sia al giovane (ancora presunto) carnefice – e poi al secondo carnefice, sviscerando al contempo il disagio esistenziale, economico, materiale e spirituale che probabilmente unisce tutte queste vite atomizzate – se ne è invece ricavata una teoria molto vicina al manzoniano motto “non resta che far torto o patirlo” o alla brutale legge hobbesiana dei lupi in perenne conflitto – col rischio che la politica abdichi al suo ruolo lasciando il posto alla barbarie, al fatalismo, ad una rancorosa conflittualità, ad un risorgente fascismo (che in economia e nel mondo del lavoro si traducono nel trionfo di una spietata selezione darwiniana). Ma anche, viceversa, si tende sempre di più ad utilizzare i fatti, i numeri, le statistiche (questo, in tutti i campi) a riprova di tesi preconfezionate, che finiscono per autoavverarsi.
È la politica – la ragion politica – a dover ricucire i nessi, senza saltare a conclusioni affrettate, se non addirittura falsificate. La domanda è: che cosa può e deve fare la politica per quella ragazza, per quell’immigrato sbandato, per quel giovane “perdente radicale”? – onde evitare che si consegnino all’autodistruzione e che si producano  teoremi sociali altrettanto nefasti e distruttivi? Questo è il vero nodo all’ordine del giorno. È la politica a dover governare i processi e a dover fornire risposte alle fragilità sociali, alla disperazione, all’inconcludenza di esistenze votate alla precarietà e all’insicurezza.
E veniamo al teorema finale, fondato su una condizione generalizzata di paura e di insicurezza: cioè, nel sistema neoliberista e post-welfare, ciascun atomo sociale di una massa indistinta ed amorfa si sente e percepisce esattamente per quello che è – un atomo che non conta nulla, in balìa del caso, che da un momento all’altro può perdere tutto, compresa la vita, un atomo di cui la società potrebbe fare a meno (la superfluità degli esseri umani – è ancora Hanna Arendt a sostenerlo – è il capolavoro finale dell’ideologia totalitaria). Da questa condizione esistenziale angosciosa si generano e prendono corpo sentimenti sociali preoccupanti e sempre più dilaganti: risentimento, rancore, livore, violenza nel linguaggio e nella comunicazione, brutalità (nella formula dell’anti-buonismo), crudeltà, cinismo, rassegnazione – una sequenza di passioni tristi da far rabbrividire Spinoza (e prosperare ogni potere).
Tutto questo porta con sé la produzione dei nuovi capri espiatori e, insieme, l’accumulo di potere e di prestigio da parte di vecchi e nuovi imprenditori della paura. D’altro canto questi aguzzini politici che usano la pancia prepolitica della “gente” – il cui prototipo esemplare è Matteo Salvini, ma non è certo l’unico – spargono teorie complottiste in puro stile pre-totalitario: la tesi della “sostituzione etnica” o il cosiddetto piano Kalergi, complotti finalizzati alla distruzione dei popoli europei, ci riportano al clima dei primi decenni del Novecento, all’epoca dei Protocolli dei Savi di Sion e delle costruzioni ideologiche che portarono ad immani disastri.
Verrebbe da dire che la storia ha insegnato poco o nulla e che la memoria è piuttosto ondivaga – e del resto i conti col fascismo e con gli orrori coloniali questo paese non li ha mai davvero fatti, così come gli anticorpi al fascismo non si sono mai strutturalmente insediati nel corpo sociale, politico ed istituzionale.
Se ne conclude che l’irrazionalità dilaga e non può essere fermata?
Credo che qualcosa si possa e si debba ancora fare, la cultura politica e la politica della cultura rimangono gli unici strumenti che abbiamo a disposizione per impedire che la barbarie prevalga – a maggior ragione in un sistema planetario costituito da enormi masse prevalentemente urbanizzate e costrette in spazi sempre più asfittici.
Socialismo o barbarie! si diceva un tempo – oggi ci si potrebbe forse accontentare di politica o barbarie!

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