#100Dante 41-50

#100Dante 41.
Rade volte risurge per li rami
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.
(Purg. VII, 121-3).
Sordello conduce i due poeti in una rassegna di re e principi che non hanno fatto il loro dovere. I tre versi citati ci ricordano come quasi mai i figli (“li rami”) ereditino dagli avi le virtù – essendo sempre Dio (“quei che la dà”) l’unica e vera sorgente da riconoscere (“da lui si chiami”). Ecco perché siamo tutti egualmente “figli di Dio”, e non di una qualche stirpe.

#100Dante 42.
Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, s’e’ ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more…
(Purg. VIII, 1-6)
Una delle più alte evocazioni poetiche del sentimento della nostalgia. E una delle più belle aperture di canto di tutta la Commedia – che in verità prosegue almeno fino al verso 21, senza che l’afflato cali mai.

#100Dante 43.
Lettor, tu vedi ben com’io innalzo,
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.
(Purg. XIX, 70-2)
Eravamo finora nell’antipurgatorio, e solo dopo un sogno ed alcune visioni, Dante si risveglia di fronte alla porta del Purgatorio, presidiata da un angelo che siede risplendente sopra tre gradini, di marmo bianco, nero e rosso sangue. L’elevazione spirituale richiede più stile e più arte: di ciò il poeta ci avverte, chiedendoci di seguirlo nello sforzo insieme etico ed estetico.

#100Dante 44.
O superbi cristian, miseri lassi…
non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola alla giustizia sanza schermi?
Di che l’animo vostro in alto galla
poi siete quasi entòmata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
(Purg. X, 121-9)
Canto magnifico: la metafora “entomologica” interrompe la visione dei tre bassorilievi di esempi di umiltà – “che non sembiava imagine che tace”. L’occhio vede, ode, annusa – e pensa!

#100Dante 45.
“Oh vana gloria dell’umane posse!
com poco verde in su la cima dura…
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento…
La vostra nominanza è color d’erba
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce della terra acerba”.
(Purg. XI, 91-2, 100-1, 115-7)
Frammenti dell’accorato discorso del miniatore Oderisi da Gubbio sulla vanità della fama.

#100Dante 46.
“Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”.
(Purg. XII, 57)
Raffigurata in uno dei mirabili intagli di superbia punita, a parlare è Tamiri, regina degli Sciti, mentre si rivolge al re di Persia Ciro, che le aveva ucciso il figlio: avevi sete di sangue? E io ti accontento, nel gettare la tua testa – e la tua bocca – in un otre di sangue pieno! “Crudo scempio” e crudo verso!

#100Dante 47.
Quando fui sì presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di greve dolor munto.
(Purg. XIII, 55-7)
Si monda qui il peccato dell’invidia, tramite esempi amorosi. I penitenti sono ricoperti di “vil
ciliccio” e le ciglia hanno forate e cucite dal fil di ferro – ciò che muove Dante a compassione: nella
vista la fonte del peccato ed anche la pietà.

#100Dante 48.
“Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne”.
(Purg. XIV, 148-51)
È la chiusa di uno dei canti più belli del Purgatorio: è Virgilio a dare la sferzata finale, dopo che il romagnolo Guido del Duca ha inveito a lungo e duramente contro toschi e romagnoli (che sarebbe meglio si estinguessero!), rievocando mestamente il tempo antico di donne e cavalier “che ne invogliava amore e cortesia”.

#100Dante 49.
… quand’io senti’ a me gravar la fronte
allo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte.
(Purg. XV, 9-12)
Dante utilizza paragoni tecnico-scientifici sempre più precisi e raffinati (qui è il fenomeno della rifrazione); il verso sullo “stupor” ha una chiara valenza filosofico-aristotelica: la meraviglia, che è ignoranza delle cause, genera fortissimo desiderio di conoscenza.

#100Dante 50.
“Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco:
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco”.
(Purg. XVI, 46-8).
Siamo nel girone degli iracondi, avvolti da fumo spesso, e Marco Lombardo, esperto uomo di corte, impartisce a Dante un’alta lezione sul libero arbitrio – essendo egli uomo di “valore”, cioè di virtù che in ciascuno si è ormai allentata, “distesa”, come in un arco a rovescio, inservibile al tiro.

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2 Risposte to “#100Dante 41-50”

  1. isidoromartinelli Says:

    Grazie per il tuo impegno nel ricordarci che l’Italia non è soltanto terra di camorra, gomorra, n’drangheta,e ladri di ogni risma.
    Ci consola pensare che questa è la terra di Dante la cui grandezza è tale che non ci sono parole sufficienti per l’elogio.

  2. md Says:

    vero Isidoro! grazie a te!

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