Settemiliardi

Oggi, secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite, dovrebbe nascere l’umano numero 7 miliardi.
Il settemiliardesimo. Il numero 7000000000. In qualsiasi modo si dica o si scriva suona strano.
La demografia è sempre stata un’espressione di potenza nella storia umana. O anche di dannazione. Bocche da sfamare, braccia per l’agricoltura, carne da cannone. Bambini dickensiani reclusi nelle fabbriche (non solo ottocentesche).
I sudditi degli imperi, i cittadini dei moderni stati, i fedeli adepti delle chiese, mobilitazioni totali – numeri, masse, popoli, fiumane di gente: ciò che indica, di nuovo, potenza. Il Reich hitleriano portò tutto ciò al parossisimo: Lebensraum indica una precisa transizione della terminologia riguardante la dinamica demografica dal campo biologico a quello geopolitico. Insomma, darwinismo sociale nudo e crudo.
Il capitale ha un rapporto molto stretto con la demografia: corpi e menti da spremere fino all’ultimo joule o neurone, immensi e nuovi mercati da colonizzare – produzione e riproduzione a ciclo continuo. Produci, consuma, crepa. Ma prima devi nascere.
Naturalmente i cicli della demografia sono sempre i cicli dell’economia: migrazioni, urbanizzazione, spopolamento, ripopolamento, denatalità, nuove migrazioni, sovrappopolazione, fame (che è quasi sempre un infame affamamento), povertà (che è sempre un impoverimento).
E poi oggi siamo all’apice della convergenza dei fenomeni demografici, politici ed economici: è questa la Bioepoca – l’epoca in cui la politica si fa innanzitutto biopolitica, nella quale il capitale mette al lavoro ogni aspetto del bios, e il controllo sociale si allarga ed approfondisce in ogni anfratto delle vite degli individui, fin dentro le loro cellule. Alla rete onnimercificante non sfugge nulla. Non c’è via di fuga, non c’è modo di isolarsi.
E poi, naturalmente, c’è la vecchia questione malthusiana: basteranno o no le risorse per tutti? Per gli 8, i 9 e i 10 miliardi che prima o poi saremo? – più in là non mi spingo con l’immaginazione…
Certo che i 70 milioni – (cioè il famoso un per cento) che detiene gran parte delle ricchezze e che decide per le sorti del pianeta – costituiscono un gran bel problema per i restanti 6 miliardi e 930 milioni. Non che ghigliottinarli ad uno ad uno, in una novella rivoluzione francese planetaria e ferocemente antiaristocratica, risolverebbe granché. Le relazioni tra questi popoli e moltitudini sono piuttosto complicate, e le controversie intraumane non facili da dirimere. La lotta di classe passa oggi attraverso nuove e più complesse linee di demarcazione. Specie da quando l’Occidente ha cominciato il suo inesorabile declino (anche demografico).
Per non parlare dell’altro nodo epocale: la gigantesca pressione di questi 7 miliardi (e del sistema che li vorrebbe inglobare dal primo all’ultimo) sull’intero ecumene. Sulle altre specie e gli altri viventi e sul pianeta tutto.
Da far tremare tutte le vene di tutti i polsi.
Ad ogni modo, voglio per un solo momento accantonare tutto questo e abbracciare idealmente quel bambino o quella bambina (con ogni probabilità indiano/a o cinese o africano/a, difficilmente europeo/a); ma mi piace anche pensare che sia rom o migrante o recluso/a in uno dei tanti campi del pianeta – e dargli/le il mio fraterno e solidale benvenuto!

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15 Risposte to “Settemiliardi”

  1. Carlo Says:

    @Md

    “Alla rete onnimercificante non sfugge nulla. Non c’è via di fuga, non c’è modo di isolarsi”
    Ritengo che la salvezza ci sia, ma che sia “strettamente” personale, nel momento in cui si attiva la coscienza di sè e del mondo che ci ospita (la forma più alta del pensiero filosofico). Poi occorre considerare che l’ideologia capitalistica non è un piano delineato a tavolino da menti perverse, ma semplicemente un “fenomeno naturale”, un attributo in fieri, una “volontà di potenza” inscritta nella dimensione antropologica del vivente. Governare 7 miliardi di individui, associandoli consapevolmente per un progetto comune, per un destino comune di libertà e giustizia, è un proposito assolutamente utopico. Se potessimo avere un colpo d’occhio complessivo sul genere umano, così come si mostra ad uno sguardo disincantato, dovremmo convenire che le nostre possibilità di incidere sulla realtà sono assolutamente marginali.
    La lotta di classe, a livello globale, presuppone la comparsa sulla “terra” di uomini geneticamente modificati, che oltrepassando le dinamiche biologiche inconscie, si riconoscano reciprocamente e definitivamente come assolutamente “uguali”, nei diritti e nei doveri.
    Gli animali tendono a rispettare i loro simili in base a un istinto innato, che li guida da “dentro”. Per gli umani occorrerebbe che potesse operare un meccanismo equivalente. Ma quando mai?

    Buona giornata.

  2. md Says:

    @Carlo: lungi da me pensare ad una utopia che immagini un governo globale e complessivo degli umani – sarebbe ben più infernale e indesiderabile delle distopie fino ad ora – ahimé – realizzatesi. Forse la forza del Capitale sta in quel suo modo parabiologico di funzionare (dopotutto siamo una specie animale tra le altre, anche se piuttosto narcisista e imprudente). E, come denunciato a suo tempo da Marx, in quel gioco illusorio per cui esso apparirebbe come “naturale”, e dunque non oltrepassabile, nonostante la sua assoluta storicità (e dunque transitorietà).
    Quel che piuttosto immagino – ma, appunto, “immagino” – è una moltitudine che si autogoverni, senza fare troppi danni a sé e agli altri, e che soprattutto si lasci alle spalle megamacchine. megastati e megaimperi. Un’utopia minima, che rasenta il buon senso:
    sarà magari una conseguenza dell’età…
    Da ultimo: non ho mai creduto alle “salvezze personali” (ma forse non credo nemmeno più alle salvezze in generale). Il mio essere mediamente più “cosciente” – che ha tutta l’aria di essere se non casuale senz’altro contingente – è affetto da radicale ininfluenza, ma non solo nei confronti del destino globale, bensì anche sul mio umore.
    Un saluto a te.

  3. Carlo Says:

    @Md
    Parto dall’ultimo punto. Con il termine “salvezza” intendevo la capacità che ogni singolo individuo ha, se investe in “conoscenza”, di autorealizzarsi, perimetrando uno spazio interiore, dove abitare in pace. Senza farsi influenzare (mettere sotto scacco l’umore) e senza la pretesa di influenzare il mondo circostante (uomini e cose) con una qualche ideologia “salvifica” da mettere in campo, qui e ora, per il bene dell’Umanità.
    Fare, cioè, della “cultura”, acquisibile giorno per giorno, come accade in questo Blog, la ratio che fonda la propria esistenza e che da un senso compiuto alla nostra specie.
    E così ho
    Nessuno, infine, ha mai iniettato, artificialmente, nel flusso spontaneo della Storia, il virus del capitalismo per schiavizzare gli ultimi della terra. Fu un evento fortuito, che l’ambiente non contrastò efficacemente e che, quindi, attecchì definitivamente. Questo non toglie che, per “causa sui”, col tempo possa “naturalmente” implodere, lasciando alle moltitudini lo spazio per autogovernarsi, tornando, ad esempio, all’economia del baratto.
    L’ideologia comunista, a suo tempo, tentò, come tu ben sai, di iniettare “artificialmente” l’eguaglianza radicale nel tessuto sociale dellìepoca e si condannò al naufragio. Con costi umani pesantissimi.
    Ovviamente, nessuno attualmente ha ricette, che possano oltrepassare tutto questo. Ma solo “sogni” gratificanti e sempre inattuali.
    Farsene una ragione è l’unico imperativo che resta.
    A presto.

    ccome fenomeno

  4. md Says:

    @Carlo:
    condivido in buona parte, ho solo qualche perplessità su quel “flusso spontaneo”. Magari un piano predeterminato per affamare ed impoverire non c’è, ma di certo il capitale ha una sua artificialissima ratio che (magari senza volerlo?) affama ed impoverisce parecchio. Di sicuro è la ratio più irrazionale che recentemente abbia calcato le scene della storia.

  5. Carlo Says:

    @Md
    “il capitale ha una sua artificialissima ratio”
    Penso senz’altro che il termine “capitale” si possa equiparare alla “qualità” psico-biologica della “predazione” (qualità naturale), resa sofisticata (artificiale) dal pensiero astratto dell’uomo borghese (termine ottocentesco) che la pianifica scientificamente (licenziamenti, dismissioni, bassi salari, ecc.). Quindi: la centralità del profitto e la marginalizzazione dell’uomo-fattore-di- produzione, la produzione (veicolata dalla pubblicità) come variabile indipendente dai bisogni, ecc. ecc.
    L’Occidente (capitalismo-tecnica) è chiaramente in crisi (da tempo nel pensiero filosofico), l’Oriente avanza ma … c’è un ma: possiamo sintetizzarlo con la celebre frase “Graecia capta ferum victorem cepit”, che tradotto vuol dire che il vincitore, l’Oriente” (compresa la Russia), nel suo oltrepassamento ha totalmente assorbito le istanze del pensiero “predatorio” capitalistico, svincolandolo, oltretutto, da “contenuti” genuinamente democratici.
    Resta, comunque, il fatto che la predazione e il pensiero sono il risultato di processi evolutivi non programmati originariamente (“flusso spontaneo” del divenire).
    Questa la mia riflessione. A presto.

  6. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Carlo
    Attenzione però al fatto che, malgrado il capitalismo abbia qualche aggancio nella nostra natura istintuale, per trionfare ha avuto bisogno di sviluppare una sua ideologia, quella liberale. Senza il trionfo nelle menti degli uomini fisicamente determinati dei principi liberali, il capitalismo non avrebbe potuto mietere i successi che ha mietuto.
    Per questo, mi batto purtroppo solitariamente contro il liberalismo trionfante e le sue premesse coltivate nell’Illuminismo.
    La battaglia per me è culturale, anche perchè tutto ciò che vorrebbe opporsi al capitalismo ne ha subito il contagio di economicismo. Ma se non si rimette la politica la centro, scacciandone l’economia, non si va da nessuna parte.

  7. Carlo Says:

    @Vincenzo
    “senza il trionfo nelle menti degli uomini fisicamente determinati dei principi liberali, il capitalismo non avrebbe potuto mietere i successi che ha mietuto.”
    Non credo. In Cina l’iniziativa privata è libera e il capitalismo sta trionfando, mentre la politica sovrastante è assolutamente illiberale.
    Nella sua lotta contro l’aristocrazia parassitaria, il mondo borghese si affermò storicamente come forza rivoluzionaria, ma poi una volta al potere gli eventi non confermarono le premesse. Il capitalismo si dimostrò un pesce che poteva sopravvivere in ogni tipo di fondale (fascismo, nazismo, franchismo, stati sudamericani, l’attuale Russia e via dicendo..)
    La questione è una sola: il libero mercato (fiore all’occhiello dell’ideologia liberale delle origini) veicolato dalle “libere” richieste dei consumatori (soggetti evoluti, consapevoli, non manipolabili) è solo un’utopia. Di fatto il “mercato” attuale, a livello globale, influenza in modo predominante le scelte dei consumatori, che non sono assolutamente nelle condizioni di avere voce in capitolo (disinformazione veicolata dalla pubblicità) sul tipo di prodotti che il sistema industriale offre.

  8. Vincenzo Cucinotta Says:

    @Carlo
    Nessuna società potrebbe esistere senza una robusta struttura culturale condivisa, meglio se ideologica.
    Ciò vale anche per il capitalismo, e l’esempio della Cina in sè non dimostra nulla.
    In Cina ci sono stato nel lontano 1987 e nuovamente due anni fa, ed ho trovato un altro mondo, tutto è cambiato, si fa fatica a considerarlo lo stesso paese. Anzi, per ricordarmi di non essere in Europa, dovevo concentrarmi sulla forma degli occhi dei ragazzi che riempivano le strade di Shangai (che certo non è un buon campione dell’intera Cina, ma comunque ne rappresenta una tendenza già in atto). vestiti all’occidentale, per ricordarmi di dove mi trovassi.
    La verità è che i principi liberali stanno già ampiamente nella mente dei ragazzi cinesi, essi si propagano come la radioattività che non si può confinare. Poco importa che il sistema istituzionale sia ancora autoritario (non saprei come altrimenti chiamarlo…), ciò che importa è ciò che sta nella mente della gente, e non v’è dubbio che i ragazzi cinesi siano irrimediabilmente liberali.
    Per questo penso, che la posizione che volesse distinguere tra capitalismo e liberalismo, salvando il secondo, è priva di senso, e questo è appunto il maggiore ostacolo all’uscita dal capitalismo, il fatto che i principi liberali godano ancora di un’ottima stima e siano ampiamente condivisi.

  9. Carlo Says:

    @Vincenzo
    “il fatto che i principi liberali godano ancora di un’ottima stima e siano ampiamente condivisi.”
    Io credo che se facessimo un sondaggio chiedendo agli intervistati di elencare brevemente i “principi liberali”, potremmo avere delle spiacevoli sorprese (in Italia).
    Su 100 intervistati, forse meno di 20 sarebbero in grado di dare risposte soddisfacienti. Che conclusioni potremmo trarne ? Certamente il punto di default è rappresentato dal quel restante … 80%.
    La democrazia e il suo radicamento dipendono dal livello culturale di un paese. Oggi in Europa, la culla originaria della nostra cultura, prevalgono visioni arretrate (dovute ad oscurantismo, tradizionalismo, interessi di bottega, scolarizzazione umanistica e teoretica insufficiente), che impediscono la fioritura di uno stato “liberale”, nella massima estensione del termine, sovranazionale ed unitario. Nell’antichità l’europeo di allora (alfabetizzato) esclamava, orgoglioso: “Civis romanus sum”.
    Quanti europei, qui e ora, sarebbero disposti a dire: “sono orgoglioso di appartenere alla “grande” cultura che mi ospita” ? Pochi e malvisti.
    Il tramonto dell’Occidente (principi democratici e liberali) è fortemente legato alla mancanza di “virtute e canoscenza”, direbbe Dante, adeguate (escludiamo le specializzazioni tecniche ovvero la tecnica fine a sè stessa) da parte delle popolazioni interessate.
    Per diventare cittadini europei bisognerebbe “sciacquare i panni” con ostinata radicalità nei libri che hanno fondato e reso unitario questo nostro continente.
    Md, con le sue iniziative per la diffusione del pensiero filosofico tra i giovanissimi, rappresenta un nobile tentativo di uscire dal pantano dell’inadeguatezza culturale endemica. Una proposta dal basso per cambiare l’attuale stato dell’arte.
    A presto.

  10. Vincenzo Cucinotta Says:

    Carlo, mi pare di capire che sei liberale ed anticapitalista.
    Allora, dal mio personale punto di vista, sei parte del problema.
    Mi permetto di riassumere il senso del tuo precedente commento dicendo che non c’è abbastanza liberalismo e così mi verrebbe da dire che sei come quel medico che vedendo che la medicina somministrata al paziente ne aggravava le condizioni, aumentava le dosi.
    Ostinatamente insisto: se non buttiamo a mare il liberalismo, ci dobbiamo tenere il capitalismo, e sarebbe meglio a questo punto farlo in silenzio, diciamo che sarebbe più dignitoso.
    Più di tanto in un breve commento non posso dire, forse un capitolo di un libro non basterebbe.

  11. Carlo Says:

    @Vincenzo
    “mi pare di capire che sei liberale ed anticapitalista”.
    Semplicemente metto in discussione (falsifico popperianamente) l’ideologia “capitalistica”, sostenendo che il capitalisomo è un problema serio per i “principi liberali”, in quanto trasforma i cittadini in consumatori coatti. Non sono i cittadini a gestire il capitalismo globale, come operatori attivi, ma è il capitalismo (tecnica predatoria fine a sè stessa) a plasmare quest’ultimi, riducendoli a soggetti passivi, facilmente manipolabili. E questo è un processo in fieri che deturpa la democrazia e i suoi principi.

  12. md Says:

    Probabilmente il termine “liberalismo”, ma soprattutto i suoi succedanei “libertà” (in senso negativo), “individualità”, “proprietà”, ecc. – con le ulteriori complicazioni “democratiche” (dunque l’allargamento di principi strettamente di classe a popoli interi) – non mantengono affatto una purezza ideologica e teorica, che forse nelle menti dei loro teorici avevano.
    Ma dubito che si possano “detergere” da altri concetti che propriamente borghesi non sono, quali “coscienza”, “libero esame”, ecc. La tradizione cristiana va messa in conto.
    E’ certo che il capitalismo non avrebbe attecchito senza il motore dell’espansione individualistica, la distruzione sistematica di ogni antico spirito comunitario e l’edificazione di una società di individui atomizzati. Così come non si sarebbe espanso fino all’attuale parossismo senza vellicare indefinitamente il desiderio (di possedere oggetti, ma non solo: anche l’edificazione di sé, l’autoplasmarsi narcisistico hanno a che fare con il desiderio).
    La posta in gioco (che era poi quella marxiana, che certo non avrebbe voluto buttar via l’acqua sporca con il bambino, e che dunque non avrebbe certo rinunciato, come sembra voler fare il nostro Vincenzo, ai principi illuministici) è la seguente: è possibile edificare – oggi – una comunità di individui liberi, autocoscienti e non omologati?
    La via “culturale” proposta da Carlo è senz’altro un’indicazione utile. Ma deve accompagnarsi ad una svolta antropologico-politica, di cui, per ora, non vedo all’orizzonte alcun segnale.
    D’altro canto, dei “desiderata” delle anime belle ce ne facciamo poco e niente.
    Dunque, che fare?

  13. md Says:

    Nella fattispecie: solo immaginando (non so ancora come) una comunità di sette miliardi di individui, ciascuno uguale e diverso, il problema globale di un dignitoso sostentamento e dell’accesso alle risorse può essere risolto. Nessuna soluzione senza quella premessa comunitaria.

  14. Carlo Says:

    @Md
    Sulla “svolta antropologico-politica”.
    Passare dalle analisi (più o meno dettagliate, più o meno argomentate) ai progetti è assolutamente proibitivo. Non c’è, in vista, nessun nuovo Prometeo (demiurgo angelico), titolato ad operare a livello nazionale/sovranazionale, che possa gettare il seme per la generazione di uomini nuovi (liberi, autocoscienti e non omologati, liberali “certificati”).
    Quindi? Non ci resta che l’immaginazione ingenua e in buona fede.
    Se accettiamo il fatto che l’idea del “bene comune” (l’etica) è il tentativo più nobile della nostra specie di adattarsi all’ambiente nel modo più indolore possibile, allora, ribadisco, non ci resta che scommettere sulla cultura spalmata in modo sistematico sulle nuove generazioni. Si badi bene: non indottrinamento, nozionismo, erudizione, tecnicismi, ma faticoso percorso cognitivo, che coinvolga razionalità e sentimento comunitario.
    Piccoli passi verso un futuro meno disumanizzato.
    A presto.

  15. baodichan Says:

    @md[E poi oggi siamo all’apice della convergenza dei fenomeni demografici, politici ed economici: è questa la Bioepoca – l’epoca in cui la politica si fa innanzitutto biopolitica, nella quale il capitale mette al lavoro ogni aspetto del bios, e il controllo sociale si allarga ed approfondisce in ogni anfratto delle vite degli individui, fin dentro le loro cellule. Alla rete onnimercificante non sfugge nulla. Non c’è via di fuga, non c’è modo di isolarsi.
    E poi, naturalmente, c’è la vecchia questione malthusiana: basteranno o no le risorse per tutti? Per gli 8, i 9 e i 10 miliardi che prima o poi saremo? – più in là non mi spingo con l’immaginazione…]

    esatto, la demografia mi appare come un potente dipanatore delle esigenze di controllo.
    se india,cina e brasile rispettivamente (con nigeria messico subito dopo) stanno preparandosi per un boom economico senza precedenti, è dovuto al fatto che sanno vi saranno compratori.

    (a margine:in realtà c’è ancora spazio per varie ed eventuali, mi pare che la cina abbia infatti visto la sua crescita frenare bruscamente.
    la gente non era ancora pronta e gli effetti del capitalismo sono stati vertiginosi tali da formare una spaccatura sociale clamorosa fra nuovi ricchi e nuovi paria nel giro di soli 10anni(!!!).
    (fonte da un film cinese premiato mi sembra a cannes)
    l’india col suo sistema di caste rimane povera, poverissima.
    il brasile non ne parliamo.)

    dunque la demografia come principale motore delle scelte politiche economiche: questo sì.

    per quanto riguarda malthus, basterebbe pensare che il grano dell’india basterebbe a sfamare l’intera umanità x 4 volte.
    inutile che ti dica che il governo indiano non può esportare che una minima parte dello stesso.
    stessa cosa che il nostro latte e i nostri agrumi moltiplicato alla enne volte (non ricordo più i numeri esatti).
    quello sì che è un falso problema.

    il problema vero è il tenore di vita che la gente desidera.
    ne abbiamo parlato già (mi sembra a proposito di zizek): il fenomeno attuale è simile a quello che avvene nell’800 in europa: dalle campagne alle città.

    proprio la demografia lo dimostra, un esodo di massa senza precedenti: dalle periferie dell’impero al suo centro.

    d’altronde gli italiani nella loro infinita ignoranza se ne stanno accorgendo (molto più attenuato che altrove fra l’altro!)

    insomma quella 7miliardesima nata sarà magari un giorno proprio sul nostro suolo nazionale!!! 🙂

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