Insensatezza

Quando lo scorso marzo fu abbastanza chiaro che stavamo per entrare in una dimensione storico-esistenziale inusitata – un evento come ne capitano uno o due in una vita o in un secolo – la parola che più mi parve appropriata per definire lo stato emotivo nel quale ci trovavamo fu straniamento. Subito dopo pensai all’ignoto (toccati dall’ignoto, come dice Canetti, con il paradosso che una delle cose più vietate ed inibite era proprio il toccare l’altro, e persino il toccarsi: non il volto, non gli occhi, non la bocca, e comunque non prima di essersi purificati le mani).

Non è mio intento qui di ricostruire quel che è poi avvenuto nei dieci mesi successivi, in un altrettanto inedito ed altilenante susseguirsi di tonalità emotive diverse, quando non opposte: utilizzo “tonalità emotiva” non tanto perché riecheggia una modalità espressiva tipica dell’heideggerismo, ma perché mi pare il termine più appropriato per un approccio filosofico alla pandemia. Ed è proprio qui che s’annida il problema (o uno dei problemi) di interpretazione di quel che ci va accadendo. Perché se è abbastanza chiaro quel che va succedendo sul piano medico, biologico, biotecnologico (a breve con una vasta sperimentazione di massa di una nuova tipologia di immunizzazione), ed ancor più evidente e vicino alla vita di ciascuno quel che accade sul piano sociale, antropologico, psicologico e – ça va sans dire – economico (per non parlare dei risvolti biopolitici e, in prospettiva, persino totalitari), credo invece che risulti piuttosto oscuro il lato filosofico di tutta la faccenda. Ammesso ci sia.

Ed è proprio qui che la ragione arranca – non tanto la ragione scientifica, strumentale o tecnologica, che anzi trionfa, pur nella sua perenne incertezza, eppure sicura di avere molte carte in mano per gestire il virus – il “male” – fino ad addomesticarlo; quanto piuttosto la ragione nel suo preteso senso più alto: la ragione libera da ogni piega pratica, da ogni scopo o finalità. La pura ragione filosofica, autosufficiente e contemplativa, quella che si chiede il perché più alto (e se si vuole compiaciuto) delle cose: ed arranca perché, dopo lo straniamento (che è parola originariamente filosofica, senza la quale non c’è domanda filosofica), e dopo l’ingresso nella bolla dell’ignoto, la dimensione dinanzi a cui quella ragione si trova è la mera insensatezza. Credo che la parola più aderente a questa fase della pandemia sia insensatezza, che si traduce poi, nella quotidianità, in stanchezza, noia, scetticismo, negazione (ben più di negazionismo, che richiede invece una militanza (ir)razionale).

Ma cos’ha da dire la filosofia sul non-senso dell’insensatezza? Si può dire qualcosa di sensato su uno stato che ci appare sempre più privo di senso, senza capo né coda, che manda completamente in tilt l’ordine compiuto del mondo, le abitudini, le gerarchie, che si insinua nei gesti più banali per svuotarli di significato, che allontana i corpi e li aliena in una socialità distanziata, che tiene tutti in un perenne stato di incertezza, che si configura, appunto, come l’insensatezza?

Abbiamo sentito spesso in questi mesi l’uso di metafore belliche e la sovrapposizione dell’epidemia alla guerra: è come una guerra, ci sono nemici (invisibili), trincee, linee, battaglie, eroi, corpi sociali da unificare contro il nemico, chiamate alle armi, discorsi alla nazione, paternalismo, retorica – un intero armamentario militare si è dispiegato dinanzi ai nostri occhi attoniti. Una guerra senza una guerra. C’è poi chi ha giustamente fatto notare che la guerra è ben più dura e sanguinosa, e che il parallelo non regge (certo, tutto dipende dalla posizione in cui ci si trova, e, soprattutto, se si ha la fortuna di non far parte dell’intollerabile conta dei morti o dei segmenti sociali che più soffrono le conseguenze della crisi). D’altro canto il conto dei danni – morti, feriti, psiche, dolore, patologie sia fisiche che sociali, demografia, danni materiali, voragine spirituale, ecc. – lo potremo fare solo quando saremo usciti dalla bolla (o dall’incendio o dal tunnel: anche qui le metafore si sprecano).

Ora, a ben pensarci, per quanto la guerra sia forse il fenomeno umano più distruttivo e annichilente, essa un senso ce l’ha. Essa può essere ricostruita nei suoi significati e nelle sue linee storiche, economiche, persino in termini di follia umana e di inutile aggressività: ha cause, dinamiche, effetti. Devastanti, ma li ha. Questo “senso” è molto più difficile da trovare nel fenomeno che stiamo vivendo – e che, oltretutto, è amplificato da modalità comunicative – virali esse stesse – infinitamente più potenti rispetto a quelle del passato. La peste, l’epidemia, il contagio sono segni dell’insensatezza delle cose. Erodono dall’interno ogni certezza. Spezzano la tela dei significati, delle abitudini, delle consuetudini. In questa forma così virulenta ci si presenta, ben più della morte, il nulla, l’insensatezza del vivere, il male più radicale, il nichilismo nella sua forma più estrema.

Sergio Givone, nella sua Metafisica della peste, scrive molto opportunamente: «Dire che la peste non ha senso è già mettere in questione il senso dell’essere». Ma «la natura è la potenza del divenire, mentre l’essere non è cosa di questo mondo». Ed è Lucrezio a suggerirci la risposta con i versi 198-99 della parte V del De rerum natura (inquietandoci ancora di più): nequaquam nobis divinitus esse paratam / naturam rerum: tanta stat praedita culpa [non per volere divino è stata per noi generata la natura del mondo, segnata da pecche sì gravi] – e niente come la peste sa dire che cosa sia la natura: innocente e terrificante allo stesso tempo, del tutto priva di senso e di direzione (di un senso e di una direzione umani).

La natura, le cose, la necessità che le contraddistingue non sono per noi, ma sono chiuse in se stesse – nel mistero e nell’ignoto che si distende oltre la luce che con la nostra ragione tentiamo di gettare sul mondo (una “luce oscura”). La bolla razionale che costituisce la nostra nicchia evolutiva – quella che istituendo un senso autoreferenziale (“privato”), ci ha separati dall’insensatezza remota delle cose (il loro non essere per noi ma in sé) – viene talvolta lacerata, ed è forse questo il caso che sta ora ricorrendo: quello che ci costringe a guardare in faccia l’orrore, il cuore della tenebra, l’utopia nera evocata dai pessimisti radicali (da Schopenhauer a Ligotti) – la nuda vita, la vita insensata che perennemente si espande e fagocita se stessa, in nessuna direzione se non quella della dannazione di esistere.

La peste, l’epidemia, il male insito nella natura ci mettono così di fronte al problema radicale del senso – e dell’insensatezza. Qualcosa di ben più terribile della morte: morte che dagli umani è stata addomesticata, ricondotta in un quadro dotato di senso, vinta – anche se illusoriamente – con lo spirito e con la cultura, con la scrittura, con la metafisica, con la scienza e con la tecnica, con la bolla coscienziale, con tutti i dispositivi atti ad allontanare da noi la vista dell’orrore. Ma l’orrore torna sempre a bussare alla porta, e ci paralizza con i suoi tentacoli medusei. Il virus verrà addomesticato, coesisteremo e convivremo con il suo essere innocente e terribile (natura), così come succede con tutte le forme di vita, finché ciò sarà possibile – ma l’insensatezza sarà sempre lì ad incombere, appena fuori dal margine della nostra fragile nicchia.

 

 

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

2 pensieri riguardo “Insensatezza”

  1. Grazie Mario per queste tue riflessioni, hanno un effetto immediatamente lenitivo su questo straniamento pandemico…
    Forse è proprio il fatto di riconoscere, filosoficamente, quest’insensatezza che ci aiuta: la Natura semplicemente è – certo non è per noi, ma neppure contro di noi.
    Mi viene in mente Spinoza, che in altre pagine di questo blog hai così ben commentato: “ … in quanto noi comprendiamo le cause della Tristezza, in tanto essa cessa di essere una passione, ossia cessa di essere Tristezza…”
    Non trovo davvero un balsamo migliore…

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