Dopo due mesi

Guerra-matrioska, mobilitazione emotiva, ipocrisia neoliberale, “naturalità” della guerra, antimilitarismo unica opzione.

La guerra sta rapidamente cambiando natura, obiettivi, strategie, persino attori (o meglio: sta emergendo ciò che in origine era poco chiaro o in seconda linea). Questa sua rapida trasformazione da apparente guerra locale a guerra potenzialmente globale, se non smonta il mantra aggressore/aggredito della prima ora, lo complica, anche perché la moltiplicazione dei fronti (e delle linee gotiche) rende ormai pressoché impossibile – salvo per gli amici guerrafondai degli imperialisti dei due fronti – schierarsi da una parte o dall’altra. Ma, ancor di più aumenta il rischio che chi non vuole la guerra, ne venga stritolato. Gli antimilitaristi devono perciò elaborare una teoria e una prassi all’altezza di una situazione cangiante e in continua evoluzione.
Ma proviamo a fare un minimo di analisi e a fissare alcuni punti.

1.
La guerra non è locale, ma globale, sia in termini geopolitici che tipologici: è una guerra militare tradizionale, è una guerra informativa e propagandistica, è una guerra cibernetica, è una guerra economica, viene cioè combattuta con tutte le armi a disposizione e su diversi fronti
È una guerra-matrioska: c’è la questione etnica tra russofoni e ucraini (Crimea, Donbass, e ora Transnistria in Moldavia): la composizione etnica vede circa il 20% di russi (qualcosa come 8 milioni di abitanti, non certo un’esigua minoranza), e poco meno del 10% appartenenti ad altre etnie; c’è una questione nazionalistica più generale tra russi e ucraini, al limite della guerra fratricida; ci sono le mire imperiali ed espansionistiche di Putin (che però dubito possa occupare l’intera Ucraina senza pagare un prezzo salatissimo).
C’è l’espansione della Nato ad Est che avanza da decenni, e che per la Federazione Russa ha raggiunto da tempo una sorta di linea rossa (con avvertimenti continui di Putin negli ultimi anni); c’è il progetto imperiale americano che vorrebbe sicuramente deporre Putin, come obiettivo massimo fare a pezzi la Russia o quanto meno ridurla in semiservitù come ai tempi di Eltsin.
In questa espansione della Nato, c’è però un interesse specifico americano a ridisegnare gli equilibri europei, indebolendo sia i russi che l’UE (in particolare la Germania, elemento che sta ora emergendo più chiaramente).
La matrioska più grande è lo scontro in divenire del mondo multipolare che vede sulla scena i nuovi protagonisti della logica di potenza, tra cui la Cina e l’India, ovvero 1/3 della popolazione mondiale. E c’è infine – con la probabile fine della prima globalizzazione – una nuova corsa all’accaparramento di risorse, sfere di influenza, rotte commerciali, sull’enorme spinta demografica e produttiva degli ultimi decenni, che vede la necessità di ridisegnare l’intera mappa geopolitica post-guerra fredda.
Se il conflitto in corso non viene letto alla luce di tutte queste variabili – che mettono insieme potenza militare, economica, demografica, recente crisi pandemica e crisi della globalizzazione, declino dell’impero americano (peraltro indebitatissimo anche se armatissimo in tutto il globo), nuovi equilibri in Asia, ecc.ecc. – non se ne capisce affatto il senso e la direzione.
Da ultimo ci metto anche la lettura da “scontro di civiltà” (occidente/oriente, democrazie/autocrazie, valori opposti, ecc.ecc.) che ha essenzialmente una funzione ideologica e di mobilitazione delle masse, ma che non riesce a nascondere una ben più corposa e realistica lettura materiale dell’intreccio dei conflitti in corso. Da questo punto di vista si conferma la visione marxiana (non sempre marxista) del rapporto dialettico tra struttura e sovrastruttura, che nella guerra emerge con grande chiarezza: le ideologie nazionaliste e revanchiste sono insieme maschere e detonatori della logica bellica.

2.
Veniamo quindi a uno degli aspetti essenziali della guerra, ovvero la mobilitazione etica ed emotiva delle masse. Ernst Jünger, reduce dalla prima guerra mondiale, parlava molto opportunamente di mobilitazione totale: ovvero del «convogliare con un sol gesto la rete complessa e ramificata della vita moderna nella linea ad alta tensione dell’attività bellica». Si viene così ad istituire un nuovo ordine, una modalità irreversibile dell’organizzazione sociale che viene modellata sull’ordine bellico, e che regnerà anche in tempo di pace, rendendo di fatto indistinguibili i due tempi. Questo è uno degli elementi essenziali dell’organizzazione sociale nel Novecento, innervata di militarismo anche nel cosiddetto “tempo di pace”.
Vediamo oggi all’opera questa capacità di mobilitare le masse, soprattutto al livello della narrazione ideologica, “morale” ed emotiva della guerra: un’emotivizzazione a dosi sempre più massicce, a base di orrore (l’orrore delle guerre contemporanee che non fanno distinzione tra civili e militari e che si combattono nelle aree metropolitane, non certo nelle campagne, e che dunque producono morte e distruzione e crimini ben al di là di un fantomatico codice “cavalleresco”) – un orrore, dunque, essenziale al fine di mobilitare parti sempre più ampie di opinione pubblica, di coscienza e infine di corpi ed energie. La mobilitazione totale non basta più a livello produttivo e sociale, ma va portata nel profondo, fin nell’ultima cellula dei cuori e delle menti.
La narrazione mediatica fa dunque ricorso a qualunque strategia retorica, morale, valoriale: insieme ai bombardamenti di immagini (ancor più fitti dei bombardamenti reali) siamo bombardati in Occidente dalla ipocrita e pelosa retorica del bene. La quale ha però necessità di far piazza pulita dei precedenti storici piuttosto ingombranti (oltre che della complessità storica), di nascondere gli scheletri negli armadi, di obnubilare tutti gli altri conflitti in corso (spesso appoggiati ed alimentati da armi prodotte in Occidente, il “regno del bene”), creando una dimensione binaria e semplificata della realtà. I conflitti vengono così letti in superficie, senza avere la benché minima nozione delle loro cause e radici. Il militarismo è solo il “fenomeno”, non il “noumeno”.
In tutto questo le Nazioni Unite – che dovrebbero farsi garanti di una certa neutralità ed oggettività, ed insieme farsi promotrici di risoluzioni diplomatiche – sono praticamente sparite. Indebolite da anni, appaiono sempre di più l’ombra inconsistente di un ordine mondiale andato in frantumi da tempo.
Senonché, di fronte all’emergere prepotente di un mondo multipolare, il vecchio universalismo borghese europeo e poi americano – quello che fa appello ai diritti universali dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese – appare al mondo come poco credibile, se non screditato. Senza dover necessariamente riandare con la memoria ai precedenti coloniali, solo negli ultimi decenni i “valori” occidentali si sono macchiati di ogni nefandezza (e solo un qualunque smemorato rampollo della élite atlantica come Rampini può fingere che non sia così): guerre giuste, guerre umanitarie ed esportazioni della democrazia a suon di bombe, non solo hanno fatto milioni di morti, ma hanno anche portato il caos in molte zone sensibili del pianeta (il Medio Oriente e alcune aree africane su tutti).
L’universalismo occidentale – che è già di per sé un ossimoro – non è certo da rigettare, ma solo nella misura in cui è in grado di riappropriarsi della sua funzione storica di critica ed autocritica e di relativizzazione dei valori e delle culture: l’universale non è un’astrazione calata dall’alto (come le bombe umanitarie), ma è – come diceva Sartre – un universale da fare. Non solo: la tanto sbandierata “libertà” (che vale ben poco se non si connette alla giustizia sociale) non è mai concessa dall’alto dalle classi dominanti, ma conquistata dal basso da lotte popolari durate secoli.
Occorre qui rimarcare come ci sia una divaricazione tra “valori” e “valore”: la valorizzazione del capitale, la dittatura del denaro, la mercificazione di ogni cosa, bene, risorsa, azione e corpo, l’ideologia del mercato che si vorrebbe imporre all’intero pianeta, tutto ciò entra perennemente in contraddizione con altri modi di intendere l’esistenza, la produzione, il consumo, il rapporto con la natura. Sarebbe opportuno deporre la stessa terminologia valoriale: personalmente ogni volta che sento parlare di “valori” vedo solo luccicare l’oro e gli interessi. Ricominciamo piuttosto a parlare di idee, di alterità, di convivenza dei diversi e di interrelazione, anziché di valori.

3.
Per imporre i valori e per realizzare il bene (si suppone universale) occorrono sacrifici, ci viene detto: ma chi paga i sacrifici? Questo non viene mai specificato, anche se le masse popolari – se appena accendono un poco il lume della memoria – lo sanno bene: non saranno certo i governanti, i salottieri televisivi, la borghesia guerrafondaia, le cupole informative, le élites ingrassate da decenni di neoliberismo a pagare il prezzo della crisi e dei sacrifici, l’inflazione, il rincaro delle materie prime, il taglio del gas, ecc.
Ecco perché l’unica vera parola delle classi sfruttate, del cosiddetto “popolo”, contro la mobilitazione totale dei guerrafondai non può che essere DISERZIONE TOTALE. E conflitto sociale: nessuna arma, nessun soldato, nessuna risorsa per la guerra. Risorse, semmai, per la scuola, la sanità, lo stato sociale.
Come porsi, da questo punto di vista, nei confronti della resistenza ucraina contro l’invasione – una resistenza che comprende i nazisti di Azov ma anche gli anarchici? Gli antimilitaristi, i socialisti, i comunisti non possono non tornare a puntare il dito sul mostro del nazionalismo fanatico (quello che ha distrutto l’Europa nel corso di due guerre), e a non rivendicare la necessità – oggi più di ieri – dell’internazionalismo. Esistono diverse Ucraine (così come diverse guerre), e probabilmente quella maggioritaria non è l’Ucraina sciovinista e manovrata dalla Nato, ma l’Ucraina dei civili che fuggono dalle bombe e dai missili – come tutti i civili che da sempre fuggono da tutte le guerre. E per i quali occorre rivendicare un diritto – questo sì assoluto e universale – di fuga, e di accoglienza: ma qui emerge di nuovo un’enorme ipocrisia nel “regno del bene”, un vero e proprio razzismo sistematico esercitato sulla pelle dei profughi, cacciati dalle frontiere orientali o da quelle del Mediterraneo quando quella pelle risulta un po’ più scura.
La metamorfosi (o la rivelazione) della vera natura della guerra, come detto all’inizio, complica la questione dello schierarsi dietro la parte giusta della linea gotica. Se si fosse trattato di appoggiare la resistenza ucraina contro l’invasore russo (ma ciò vale anche per l’occupazione palestinese, la resistenza kurda, e per tutti i movimenti di autodeterminazione, che vengono accesi e spenti dai media a seconda dell’occorrenza ideologica e mobilitante del momento), se fosse stato un conflitto adamantino e geometrico, non sarebbe stato difficile schierarsi. Ma anche a non voler mettere i puntini sulle i a proposito del riabilitato battaglione “kantiano” di Azov, del Bandera eroe nazionale, del Pravyj Sektor (Settore Destro) e più in generale del nazionalismo fanatico ucraino, che non appare affatto minoritario, c’è il non piccolo problema che la guerra da locale (per il Donbass e la Crimea) si è fatta globale: chi appoggia la resistenza ucraina appoggia automaticamente e indistinguibilmente l’espansionismo militare ed imperiale dell’Occidente, ma soprattutto degli Stati Uniti.
Si è così presi nella tenaglia (più che nell’equidistanza) di due poli e progetti imperiali che si stanno scontrando, con l’Ucraina (e chissà chi altri in futuro) da immolare per la causa.
Assistiamo così ad un incedere delle logiche di guerra come se si trattasse di un enorme meccanismo ormai impossibile da fermare, che una volta avviato appare inarrestabile (la lezione che dovremmo aver appreso dalla storia è che le guerre vanno combattute a monte e prevenute, è quasi impossibile bloccarle una volta che si innescano); oppure, come se si trattasse di un fenomeno naturale, di un uragano o di un terremoto che occorre solo sperare non travolga tutto, ed attendere che passi. Questa è l’ideologia della guerra – come “naturale” ed inevitabile, un po’ come il capitale – che ci viene sempre imposta: oltretutto senza alcuna discussione o decisione democratica e popolare (era Mussolini, un guerrafondaio molto esperto, a dire che quando si tratta di “marciare verso l’ignoto di una guerra, al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire”).
C’è forse stato – nell’Italia che ripudia la guerra – un dibattito chiaro e limpido a livello pubblico e parlamentare sulla sua progressiva entrata in guerra?

4.
Dunque, che fare?
Al momento l’unica cosa sensata è resistere a tutti gli imperativi neoliberali e falsamente progressisti ad unirsi alla “loro” guerra del bene e dei valori, smontare la retorica e la propaganda in tutti i luoghi reali o virtuali in cui è possibile farlo, creare conflitto, evitare che la società si saldi in un blocco passivamente guerrafondaio. Se la facciano loro la loro stupida guerra, vadano loro a combattere, partano dai loro patinati studi televisivi, dalle loro comode tastiere, dagli scranni del potere – si armino se è ciò che desiderano e si immolino ai loro valori.
Noi no, noi ci opponiamo: il nostro imperativo è disertare, ed invitare tutti a disertare, di qualunque nazionalità. Come dice giustamente Bifo la follia di questa guerra sta tutta nella parola “vincere”: «Vincere significa imporre il proprio progetto cancellando i progetti che si oppongono al nostro. In questo senso nessuno può più vincere niente, se mai vincere ha significato qualcosa. Ma qui emerge la questione più drammatica cui per ora non abbiamo risposta: esiste nella società una forza culturale e politica che sia in grado di fermare la psicosi, e disattivarne la violenza distruttiva?».
Vince la guerra, ma moriamo noi, i corpi, le energie, le promesse di futuro, i bambini, gli animali, i fragili, la natura. La guerra – ogni guerra – è nichilismo e distruzione.
L’imperativo è dunque fermare la guerra, fermare ogni guerra, farlo ad ogni costo.
Ma chi? Quale forza o soggetto o pluralità di soggetti? Occorre forse aspettare che maturi una crisi sociale ed economica devastante? O che qualcuno azzardi una scorciatoia nucleare? Non sarà già tardi a quel punto? Non è già tardi oggi?
Certo, esiste la carta estrema della diserzione individuale, che è giusto che ciascuno mediti e pratichi, ma sarà solo la nascita di un movimento collettivo – un fronte popolare che rompa con tutti i fronti della guerra – a farci uscire dall’incubo.
Altro, all’orizzonte, non vedo.

***

Per approfondimenti, segnalo questi interessanti articoli di Franco Berardi, Pierluigi Fagan, Vincenzo Costa e Alessandro Visalli:

Vincere – di Franco Berardi Bifo

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/04/17/e-il-momento-di-farci-una-domanda-che-domanda-dovremmo-farci/

https://www.tpi.it/opinioni/perche-non-possiamo-dirci-anti-americani-editoriale-giulio-gambino-20220414890068/

http://tempofertile.blogspot.com/2022/04/dal-grande-gioco-triangolare-alla.html?fbclid=IwAR0gMae3FYcXTZqdkAprvx35IzWSBvo6CU5K-wY75NJ9zwSsMEKkz7CnEfI

http://tempofertile.blogspot.com/2022/04/circa-il-rapporto-della-banca-di-russia.html?fbclid=IwAR0gMae3FYcXTZqdkAprvx35IzWSBvo6CU5K-wY75NJ9zwSsMEKkz7CnEfI

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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