Spettri

Aleggiano parecchi spettri in questa guerra (chissà che cosa ne avrebbe detto Marx), soprattutto spettri fuoriusciti dalla sentina temporale della seconda guerra mondiale, che certo richiamano spettri più antichi: la guerra e uno dei suoi portati più atroci – il nazionalismo – covano sempre sotto le ceneri del passato.
Uno di questi spettri è Kaliningrad, la Königsberg di Kant, maggior città della Prussia Orientale, entrata nel gioco spartitorio delle potenze vincenti, tra Yalta e Potsdam, quando Stalin avrebbe voluto “spezzettare” la Germania. Cui restituì nella fattispecie le intenzioni hitleriane più terrificanti, ovvero quelle di fare dell’Est il Lebensraum spazzando via o schiavizzando le inferiori razze slave. Più prosaicamente Stalin cacciò tutti i tedeschi di quell’area e la russificò con deportazioni interne – come usava fare in Unione Sovietica – creando così la “oblast” di Kaliningrad. Diventata una exclave con la dissoluzione dell’URSS, di straordinaria rilevanza strategica, visto l’incrocio con le frontiere lituane e polacche, e l’affaccio sul Mar Baltico (ho scoperto che è una delle zone dove la flotta russa può sostare sempre, visto che non gela).
Spettri, si diceva: qui gli spettri – nella mentalità nazionalistica russa, che si contrappone ad altre mentalità nazionalistiche – sono i 20milioni di morti della seconda guerra mondiale (contro le poche centinaia di migliaia di Inghilterra e USA, gli altri vincitori e co-spartitori delle zone di influenza).
Si dirà che non erano solo russi, ma sovietici, si dirà che il sovietismo è morto e sepolto (figuriamoci il comunismo), si dirà che son passati quasi 80 anni, che la guerra fredda era finita 30 anni fa… Eppure siamo ancora qui, in presenza di tutti questi spettri, e persino con la Finlandia e i suoi generali che vorrebbero regolare dei conti in sospeso…

Sfumature

Qualche sera fa, nel corso di un incontro “antagonista” su salute pubblica, pandemia, guerra, scienza e controllo sociale, nel dibattito seguito alla relazione è emerso il tema delle “sfumature”.
La relatrice – l’amica Nicoletta Poidimani – aveva evocato nel suo lungo e articolato intervento la questione del riduzionismo: in questi mesi di delirio guerrafondaio si è parlato spesso di “complessità” e del rischio di semplificare il reale, fino a renderlo incomprensibile (o una pappa sentimentale fatta di buoni e cattivi).
Nel biennio pandemico – sindemico e pandelirante – abbiamo assistito e vissuto sistematicamente a fenomeni di riduzione binaria, contrapposizione amico/nemico, simulazione di guerre civili, creazione di capri espiatori, streghizzazione, militarizzazione (nel linguaggio e nella prassi: occorre ricordare che la vaccinazione di massa in Italia è stata gestita da un generale).
Poi la guerra, che cova sempre, anche se da qualche altra parte, è arrivata. E allora il binarismo, lo stare di qua o di là, il bianco e nero, lo schema guelfi/ghibellini, si è riproposto pari pari.

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Perché non possiamo non essere anti-americani

Una delle questioni che torna inevitabilmente alla ribalta nella guerra in corso (che ormai è del tutto fuorviante chiamare “russo-ucraina”), è la nostra posizione – degli antimilitaristi, della sinistra radicale, dell’Italia, ma anche dell’Europa – nei confronti degli USA, e della loro propaggine militare nel vecchio continente.
Dietro la facciata della Russia imperiale e aggressiva, si nasconde in realtà uno scontro a tutto campo tra potenze, con al vertice il destino del dominio globale americano.
L’America – che già nel nome è una sineddoche che si espande su tutto il continente, il caro vecchio “cortile di casa” – fin dalla fine della seconda guerra mondiale è andata consolidando un impero globale fatto di merci, finanza, basi militari (quasi 700 in oltre 70 paesi, con 270mila soldati dislocati), con una enorme capacità di diffondere e spesso imporre un certo immaginario e stile di vita, che nella sua narrazione sarebbe una sorta di compimento universale del meglio della storia umana, un vertice antropologico veicolato dall’Occidente.
Ma dietro questa colonizzazione dell’immaginario, c’è il dato duro e puro del controllo della materia (energia, mercati, denaro e – soprattutto – sistema militare: quando non basta la dissuasione morale o l’imperativo economico, si passa alla forza bruta: le guerre americane sono state innumerevoli: “Gli USA sono stati coinvolti in vari tipi di conflitto armato per 227 anni dei 245 della loro breve storia con circa 124 scontri armati”.)
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Dopo due mesi

Guerra-matrioska, mobilitazione emotiva, ipocrisia neoliberale, “naturalità” della guerra, antimilitarismo unica opzione.

La guerra sta rapidamente cambiando natura, obiettivi, strategie, persino attori (o meglio: sta emergendo ciò che in origine era poco chiaro o in seconda linea). Questa sua rapida trasformazione da apparente guerra locale a guerra potenzialmente globale, se non smonta il mantra aggressore/aggredito della prima ora, lo complica, anche perché la moltiplicazione dei fronti (e delle linee gotiche) rende ormai pressoché impossibile – salvo per gli amici guerrafondai degli imperialisti dei due fronti – schierarsi da una parte o dall’altra. Ma, ancor di più aumenta il rischio che chi non vuole la guerra, ne venga stritolato. Gli antimilitaristi devono perciò elaborare una teoria e una prassi all’altezza di una situazione cangiante e in continua evoluzione.
Ma proviamo a fare un minimo di analisi e a fissare alcuni punti.

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I decisori della guerra

Come già per la pandemia, la guerra e la crisi internazionale che stiamo vivendo comportano innanzitutto una enorme sfida cognitiva per ciascuno di noi: il paradosso degli eventi che ci sommergono (al punto da ingoiarci) è che richiederebbero molto tempo per essere studiati e analizzati, e però il loro incedere veloce ed inarrestabile richiede decisioni, scelte di campo, azioni immediate.
Leggevo qualche giorno fa l’incipit di un articolo di Pierluigi Fagan, uno studioso di geopolitica e complessità che seguo con interesse da tempo, che si chiedeva “é il momento di farci una domanda: che domanda dovremmo farci?”. Come a dire che anche la produzione di domande (non solo di risposte) è spesso (quando non sempre) predeterminata ed eterodiretta, specie in situazioni emergenziali – che sono ormai la norma da tempo – e se tutto ciò non viene scoperchiato ed analizzato, ed eventualmente smontato, da un punto di vista critico e gnoseologico, qualunque decisione o scelta libera ed informata è del tutto impossibile.
Di nuovo il paradosso è che per poter decidere occorrerebbe studiare e mettere la testa quantomeno in una serie di materie che di solito non si studiano su google – dalla geopolitica alla storia, dalla psicologia sociale alla macroeconomia, dalla strategia alla teoria dei giochi e chissà che altro ancora.
Ecco perché l’assottigliarsi dello spazio della politica (e della coscienza che l’accompagna) è sempre pericoloso: in uno dei suoi scritti sulla guerra, Simone Weil citava molto opportunamente Mussolini che aveva scritto una prefazione all’opera di Machiavelli: «Anche nei paesi dove questi meccanismi [della democrazia] sono in più alto uso da secoli e secoli, giungono ore solenni in cui non si domanda più nulla al popolo, perché si sente che la risposta sarebbe fatale; gli si strappano le corone cartacee della sovranità – buone per i tempi normali – e gli si ordina senz’altro o di accettare una Rivoluzione o una pace o di marciare verso l’ignoto di una guerra. Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire». Il duce guerrafondaio conclude irridendo gli strumenti del referendum democratico, buono solo per decidere dove collocare una fontana, non certo quando sono in gioco quelli che chiama pomposamente gli interessi supremi di un popolo: e col cavolo che i governi democratici lasciano questo potere al popolo-bue.
Dunque, nel mentre ci si scervella ed arrovella cognitivamente ed eticamente – per lo meno per chi lo fa – i decisori vanno alla guerra, fottendosene della volontà popolare e dei dubbi dei filosofi, si chiamino Putin, Biden o Draghi.

Non stuzzicate l’orso russo

Mettere in fila i fatti, andare alla radice dei processi, ricercare le cause di quel che accade oggi – è l’unico modo per non ritrovarsi con lo sguardo ebete e lacrimoso che la propaganda e la narrazione occidentale a reti e media unificati ci vogliono imporre (poi, dall’altra parte della nuova cortina di ferro la stessa cosa starà facendo la propaganda russa).
Ma i fatti parlano chiaro (e se avete pazienza di guardare fino in fondo questo documentario – della durata di un’ora e 15 minuti – qualche idea in più ve la potrete fare, anche se in verità sarebbe bastato avere un po’ di memoria storica e un occhio più attento alla politica internazionale degli ultimi 30 anni, ed essere meno pigri).
Riassumendo: il processo di nazificazione della sfera politica ucraina è un fatto incontestabile; così come altrettanto incontestabili sono state le manovre americane volte a portare l’Ucraina ad ogni costo nel campo occidentale – Nato compresa, e con la collaborazione diretta, sul campo, dei gruppi nazisti e sciovinisti. Parlare di “eterodirezione” sembra quasi un eufemismo.
La politica imperiale americana è riassunta dallo slogan neocon “quando hai un martello tutti i problemi cominciano ad assomigliare a dei chiodi”. La loro opinione nei confronti dell’UE è riassunta dal celebre “Vaffanculo all’Europa” della Nuland. La russofobia dilagante dopo il 2014 trova un vertice nell’espressione “la biomassa amorfa di stomaci viventi che parla russo”, pronunciata da uno dei tanti apologeti di Stepan Bandera.
La scellerata politica occidentale della “porta aperta” della Nato all’ultimo pezzo di Europa volta a prendere per il collo la Russia e a piazzargli i missili a un tiro di schioppo da Mosca, ha totalmente ignorato i continui appelli di Putin: come stupirsi che dopo tutto questo abbia scelto l’opzione militare?
“Non stuzzicate l’orso russo”: lo disse Bismarck, che se ne intendeva.

Armi impazzite

L’uomo è innamorato delle sue armi. Come opporvisi? – si chiede Canetti nel 1942. Ecco che allora immagina un ingegnoso sistema di dissuasione, un vero e proprio meccanismo di deterrenza e di disinnesco della guerra (guerra che, in un altro appunto, definisce come la più tenace delle religioni – ed è molto interessante registrare oggi questa aspettativa fideistica che tecnoscienza e guerra hanno in comune).
Ma veniamo all’idea di Canetti. La espone così:
«Le armi dovrebbero essere fatte in modo che di tanto in tanto e inaspettatamente si rivolgessero contro chi le adopera. Lo spavento che incutono è troppo unilaterale. Non basta che il nemico agisca con i medesimi mezzi. Bisognerebbe che l’arma stessa possedesse una vita capricciosa e imprevedibile, e che gli uomini dovessero aver paura, più che del nemico, dell’oggetto pericoloso che tengono in pugno».

Sabotare

Ogni giorno un gesto antimilitarista, anche minimo, per non arrendersi all’ineluttabilità della guerra.
Stamane, cercando tutt’altro, ho scovato in biblioteca una cartelletta lasciataci in dono da un utente – un vecchio socialista ora morto – con le riproduzioni di alcune tessere storiche del PSI. Fortunatamente c’erano quelle – molto eloquenti – degli anni della prima guerra mondiale. I socialisti erano del tutto contrari all’intervento (salvo alcune frange irredentiste, cui poi aderì anche Mussolini, schierato all’inizio contro la guerra; ma soprattutto in difficoltà di fronte alla lacerazione del fronte internazionalista – tant’è che alla fine la posizione ufficiale diventò “né aderire né sabotare”).
Le immagini scelte per le tessere, con una interessante torsione dello stile liberty, ci rivelano il profondo trauma di questo passaggio della storia italiana, foriero di successivi disastri, tra cui l’avvento del fascismo. La tessera del 1918 manca (forse perché 600.000 morti, per lo più proletari, urlavano il loro silenzio?), la tessera del 1919 è agghiacciante.

I bagni caldi e il poema della forza

Sempre la guerra incombe sugli umani. E sempre li trasforma in cose, meccanismi, strumenti inerti – nelle mani di altri. La guerra pietrifica, raggela – tiene lontana la vita da ogni forma di calore. Dedico queste parole altissime di Simone Weil, tratte da Iliade, il poema della forza (1940), ai costretti e stritolati dalla guerra, affinché possano ritrovare presto il calore che è stato loro sottratto.