E la nave va

La nave dei folli_Bosch

Esistono metafore che escono da se stesse, fino ad autosfondarsi per fondare una realtà altra. D’altro canto è la radice stessa del verbo che regge la parola “metafora” ad avere un carattere transeunte ed uscente da sé: metaphero significa “trasporto, trasferisco”, ma anche “cambio, confondo, rivolgo, mi aggiro”. Metaforizzare è andare da un’altra parte – ma non è la parte dove si va quel che conta, quanto piuttosto il portarsi da quella parte, il trasferirsi, l’andare per l’andare, il cambiare di posto – un luogo che è collegato a tutti i luoghi.
Ecco perché i romanzi di Cormac McCarthy, tanto per fare un esempio di un autore che amo molto, pur utilizzando la strada come metafora della vita, finiscono per confondere i piani, e la metafora è la cosa stessa – e d’altro canto la vita è la strada dei viventi così come la strada è la scena essenziale della vita (degli umani in particolare). Ma quel che più conta è che è la vita stessa ad essere metafora di se stessa, poiché si autorappresenta (ed autofonda) come svolgimento, mutazione, movimento, perenne trasferimento di senso da sé a sé. E il senso – così come l’essenziale funzione simbolica della specie umana – funziona proprio così: si tratta in verità di una rete di significati, di simboli, di metafore, dove ogni luogo ed ogni parte richiama l’intero dispositivo (ciò che dis-pone le parti e i luoghi). Ogni cosa è cioè in relazione ad altro, e dunque, paradossalmente, è se stessa solo in quanto significa, allude, transita verso l’alterità. Ogni cosa è metafora ed ogni metafora è cosa.

Vi sono tuttavia potenze e gradi diversi all’interno di questo tutto-metaforico (ché altrimenti risulterebbe come la notte hegeliana nella quale tutte le vacche sono nere o i gatti bigi); differenze che si fanno sentire soprattutto nel campo dell’immaginazione estetica. A tal proposito, categoria particolarmente feconda è quel gruppo metaforico di significati che  – similmente alla strada – attiene proprio all’andare, allo spostarsi, al muoversi da un punto all’altro, allo svolgersi (della vita e dei significati): il camminare con le proprie gambe oppure lo spostarsi con mezzi diversi, siano essi la bicicletta, il treno, la carrozza, l’automobile o le navicelle spaziali (fino a quella straordinaria metafora autodissolventesi che è il teletrasporto).
A parte queste ultime – che ho potuto sperimentare solo con l’immaginazione – un’esperienza effettiva (e di un certo peso) del viaggio in nave, mi mancava. Ho finalmente potuto colmare questa lacuna con un viaggio di circa venti ore (dunque un breve viaggio, dati i tempi e i ritmi della navigazione) che mi ha portato da Genova a Palermo. L’ho vissuto in maniera immediata, senza pensarci granché, godendomi il lento scorrere delle ore della notte e del giorno, la vigilia dell’alba, i grigioazzurri del mare, la scia larga e profonda dietro di noi, l’attesa spasmodica dei primi profili terrestri dinanzi a noi, la luce, il sole, il vento, e – soprattutto – l’idea dell’andare per l’andare.
Solo a posteriori, e dopo alcuni giorni, mi sono sovvenuti tutti i pensieri e gli argomenti relativi alla potenza e alla complessità della metafora (del viaggio in generale, argomento che in questo blog è stato più volte trattato, e di quello in nave in particolare). Letteratura strabordante, da Omero a Dante passando per Shakespeare, Melville, Conrad fino a quella figura interessantissima che è la “nave dei folli” (a tal proposito segnalo il romanzo della scrittrice americana K.A.Porter, direttamente ispirato all’allegoria della Stultifera Navis, che tanta fortuna ebbe a partire dal XV secolo). Ovviamente molte arti visive, molto cinema (non sto nemmeno a citare dei film, tranne quello di Fellini che dà il titolo al post, e di cui ho un vaghissimo trasognato ricordo), fino all’evento in cui realtà e metafora tornano di nuovo a collimare e a fondersi perfettamente, nella simbolica e realissima tragedia del Titanic, un vero e proprio atto di apertura del secolo breve, a ridosso della guerra mondiale.
Purtroppo, tutto queso fascino estetico e letterario ha ormai dovuto cedere il posto alla contemporanea ambivalenza del viaggio in mare, che viene a sostanziarsi nell’ossimoro tutto mediterraneo di lussuose crociere (che però sono abbordabili anche dai “meno abbienti”) che incrociano navi di poveracci (quelli veri, i dannati della terra), manovrate da cinici nocchieri che non esitano a far naufragare corpi e sogni e speranze nel fondo di un’immensa tomba marina.

Sarebbe poi interessante – se non risultasse un poco lezioso dopo il richiamo ai côtés tragici – andare a vedere l’uso che del viaggio in mare fanno i filosofi. A memoria me ne vengono in mente due o tre: ovviamente Talete che apre le danze e su cui non occorre insistere; l’Hegel apologeta dell’anima marinara greco-occidentale, lanciata alla scoperta dei mondi (contro uno stereotipico immobilismo orientale: basti pensare ai cinesi per i quali «il mare è solo il cessare della terra», non certo il luogo dove qualcosa di nuovo ed ignoto possa cominciare, oppure il limite oltre il quale esercitare l’astuzia, il coraggio e le energie predatorie – però, chissà che cosa penserebbe un Hegel redivivo del “secolo cinese” che si va aprendo…); ed infine, pochi anni dopo il Titanic e durante la breve pausa che separa le due guerre mondiali, il non molto luccicante esito metaforico dell’esistenzialista Jaspers, che teorizza (e sperimenta) una vera e propria filosofia del naufragio.
Di nuovo la metafora si fa corposa e realissima, tanto che i naufraghi di Lampedusa rischiano davvero di diventare la cifra tragica della nostra epoca.

***

In ogni caso, la figura della nave aggiunge alla fenomenologia del mare qualcosa di ancor più fascinoso – o spaventoso: basti pensare a certe immense città viaggianti e al gigantismo che le caratterizza. Sarà stato un caso, ma la nave su cui ho vissuto per venti ore aveva un nome programmatico (oltre che inquietante): lei era La Superba!

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3 Risposte to “E la nave va”

  1. Carla Says:

    mi è molto piaciuta la chiusa, che può essere anche riferita, come metafora nella parola Superba, ad una donna 🙂

    Possiamo aggiungere alle mitiche navi la baleniera Pequod del capitano Achab?

    grazie …

  2. Giuseppe Ghigino Says:

    Mi unisco alla tua citazione del bel film di Fellini, una metafora nella metafora, dato che per il regista la realtà ‘concreta’ e come tale incatenata nel solo aspetto denotativo e strumentale della ‘coseità’ che ci fa tanto comodo – e che peraltro è una nostra invenzione recente – non è interessante, è interessante invece il ‘rimaneggiamento totale dei segni’: tutto infatti viene rifatto di sana pianta, anche le cose più banali e fruibili in un contatto ‘diretto’ che invece il regista non vuole. Non le cose ma i loro simboli, non la loro estensione concreta ma l’alone di indeterminatezza che le connota e dove ancora si inscrive il nostro margine – residuo – di libertà. Interessante l’allegoria del viaggio e dell’andare per andare. “Ogni cosa è metafora e ogni metafora è cosa”: ed ecco Hegel capovolto un’altra volta.

  3. md Says:

    Film che rivedrò senz’altro una di queste piovigginose sere…

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