CRASH ECONOMICO-FILOSOFICO

Naturalmente il capitalismo non crollerà nemmeno questa volta. Ci vorranno decenni, forse secoli (personalmente spero meno) perché ciò accada, ma mi metto il cuore in pace: di sicuro non succederà nell’arco della mia vita. Così come è difficile prevedere se si tratterà di una lenta agonica decomposizione o di un crollo repentino. Ma è certo che prima o poi capiterà, dato che solo Dio (che, per chi ci crede e come ci ricorda il papa, è ben più stabile del denaro) o in alternativa cose come l’Essere o la Sostanza possono rivendicare per sé gli attributi dell’eternità o della perennità.
Lasciamo quindi perdere ogni sciocchezza profetica o vaticinante, e stiamo al presente (anche se, come mostrerò, sta proprio nel tempo uno dei nodi della “crisi”).

(A parte che bisognerebbe anche chiarire e determinare meglio: “crisi” per chi, visto che un pezzo di pianeta – sempre più a macchie – sta al di sotto o al di là di categorie quali “progresso”, “sviluppo” e, conseguentemente, “crisi”?).

Ma basta divagare. Ritengo marxianamente che questa sia una crisi squisitamente economico-filosofica (giusto per citare dei celebri Manoscritti di oltre 150 anni fa). Anzi, più filosofica, per non dire “metafisica”, che economica. Mi vengono a tal proposito in mente almeno tre concetti-chiave (ma sicuramente se ne potranno aggiungere altri). Li accenno brevemente:

1) Desiderio. L’imperativo categorico del capitalismo globale è desidero ergo consumo. Bauman ha ben spiegato in un articolo comparso qualche giorno fa su La Repubblica la natura del rovesciamento in atto.
Mentre un tempo i beni di consumo, le merci, gli oggetti, l’auspicato “benessere” si conquistavano con la fatica, dopo duro lavoro, oggi gli spacciatori globali del consumo facile hanno insinuato nella psicologia collettiva una logica invertita: è il desiderio (prima subdolamente vellicato e poi indotto a forza) ad essere esaudito all’istante. Perché aspettare? Ti do una bella carta di credito, ti do un mutuo secolare, ti finanzio qualunque cosa (non solo la casa o l’auto nuova, ma anche le vacanze, il divano liberty, qualche cassa di champagne e l’i-phone per tuo figlio… e, che so?, il nonno, la suocera o l’amante hanno anche loro qualche sfizio?). Certo, prima o poi i desideri bisognerà pagarli. E ora i nodi cominciano a venire dolorosamente al pettine, specie là dove questa neo-logica inversa si è generata e ha giganteggiato, gli indebitatissimi USA.

2. Tempo. Come accennavo poco fa, e come ho già sostenuto in altre occasioni, è il concetto di tempo ad aver subito una torsione, anzi un vero e proprio schiacciamento sulla modalità del “presente”. Subito, qui e ora. Che non è il carpe diem o la dèpense, il “vivi ora” senza pensare ad accumulare e ad arricchirti, il cogliere tutte le possibilità, il non risparmiarsi, ecc. Nient’affatto. E’ semmai il trionfo della dinamica del desiderio distorto dei consumi, la quale per reggersi ha bisogno di una metafisica temporale che annulli o appiattisca tanto il passato quanto il futuro. “Prima” è roba vecchia, anticaglie, serbatoi di immaginario cui attingere al più per rievocazioni cinematografiche o letterarie. Ma anche “dopo” non conta: nessuna responsabilità per le generazioni future, nessuna prospettiva di trasformazione o di cambiamento, e – per carità – nessuna utopia (del resto con le utopie, malamente intese, ci si è anche scottati pesantemente). Il presente e la simultaneità sono l’unico orizzonte temporale dotato di senso: l’imperativo del desiderio e della sua immediata soddisfazione ha bisogno di un perenne tempo presente nel quale consumare e consumarsi ad libitum. Ma anche qui saranno i limiti della biosfera a presentarci il conto. Già la “fine della storia” è stata abbondantemente smentita (dalle guerre, dall’11 settembre e ora da questo nuovo crash), ma sembra che servano lezioni più “pesanti” per invertire davvero la rotta. Lungi da me il catastrofismo, ma un bel po’ di catastrofi le abbiamo sotto gli occhi, accadono senza nessun bisogno di evocarle o ideologizzarle. L’empirismo e i “fatti” alla lunga ci riportano coi piedi per terra.

3. Alienazione. A proposito poi di “piedi per terra”, c’è un altro aspetto dell’economia e della crisi in atto che costituisce un enorme rimosso: leggo e sento dire costantemente che “l’economia finanziaria” è scissa, alienata, lontana da quella “produttiva” e “reale”; l’una malata, addirittura “tossica”, l’altra sana. Reale/virtuale, concreto/astratto, struttura/sovrastruttura. Altre categorie, queste, abbondantemente economico-filosofiche, come si può facilmente intuire. A parte che i nessi tra i due lati dell’economia sono piuttosto stretti ed inestricabili (qualcuno si ricorda la formuletta magica D-D’, sulla produzione di denaro attraverso il denaro? O, più banalmente: c’è qualcuno che può pensare che i banchieri avidi e gli speculatori stiano tutti da una parte e i bravi imprenditori e produttori di merci e innovazioni tutti dall’altra?). Ma a parte questo, quel che si dimentica è che ad essere davvero un “feticcio” e il non plus ultra dell’alienazione è la “merce” in se stessa. Sarò un ottuso e retrò’ marziano-marxiano, ma nessuno mi toglie dalla testa che le analisi di Marx sull’alienazione umana rimangano ad oggi valide ed insuperate – anzi per la precisione più valide oggi di ieri. E’ cioè l’intero sistema capitalistico a fondarsi sulla categoria di “alienazione”, dato che tanto le relazioni, quanto gli oggetti quanto l’attività umana diventano “merce”, “denaro”, “valore”. Il capitalismo è inevitabilmente un sistema totalitario, per cui ogni aspetto della vita, dei rapporti sociali, dell’esistenza, dell’essere diventa oggetto di valorizzazione. Le mammolette etico-politiche che parlano a tal proposito di “regole” sono semplicemente ridicole.

Non posso infine esimermi dall’emettere qualche conato finale:

-sul “linguaggio” e sulla “scienza” economica (qualcuno la definisce “triste”) che trovo di un pressappochismo al limite della parapsicologia – sento infatti parlare di “fiducia” (cioè “fede”), titoli tossici, tempeste, catarsi… categorie quantomai scientifiche ed oggettive, non c’è che dire!

-al papa che propone un’ontologia e un ordine di “valori” alternativi a quelli dell’oro dico: bene, bravo, bis! E’ quindi ora per la chiesa di prendere sul serio gli insegnamenti di San Francesco e di mollare tutti i privilegi fiscali, l’8 per mille, l’impero immobiliare romano, le banche vaticane, la compagnia delle opere, eccetera. Senza facile demagogia o discorsi da bar, bisogna però trarre le conseguenze logiche di quel che si predica…

-infine: un sonoro vaffanculo (mi si perdoni la scurrilità) a tutti coloro che da un ventennio a questa parte cantano e decantano le meraviglie del libero mercato, l’apologia del privato, la “deregulation”, l’abbattimento di quel costoso ferrovecchio che era lo stato sociale, i fondi pensione e quant’altro. Questi signori, d’ogni risma e fede politica, hanno proprio una bella faccia tosta: ci dicevano fino a ieri, tanto per fare un esempio, che il sistema pensionistico era insostenibile per le casse statali e ora cifre inimmaginabili vengono sborsate per salvare quelle fottute banche che proprio sui fondi pensione volevano speculare…

Ma meglio fermarmi qui, altrimenti potrei diventare ancora più volgare e più triviale di quella che Marx con qualche ragione, se non altro per averci dovuto convivere per una vita intera, chiamava “merda economica”.

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21 Risposte to “CRASH ECONOMICO-FILOSOFICO”

  1. Ares Says:

    Ares ^__^

    Grande md..grande!!!… che bello leggerti.

  2. redbeppe Says:

    concordo in pieno . vorei averti avuto come prof di filosofia alle superiori

  3. md Says:

    grazie Ares, grazie redbeppe!
    va da sé che il livello di scrittura si “innalza”, se così si può dire, con l’innalzarsi del livello dei lettori e della discussione; mi nutro letteralmente di voi: insomma, sono un cannibale!

  4. Hermes Says:

    … la questione sotto-posta ha molto a che fare con quello che io, anche nel post precedente, ho definito il delirio di onnipotenza dell’uomo … la natura/Physis, a livello biologico, sembra complessivamente perpetuarsi, utilizzando il piacere come strumento di supporto … ovviamente non tutti i piaceri sono uguali: leccare un gelato o altro non è qualitativamente assimilabile alle attività intellettuali o alla creazione artistica, per cui esiste comunque un problema di educazione al piacere e, quindi, bisognerebbe affrontare il tema del piacere come responsabilità individuale, come contro-consumo: partendo, ovviamente dalle scuole dell’infanzia …
    … la società capitalista è una società naturale non progettata a tavolino … … ma certamente ai tempi nostri sta operando scientemente per sostenere un mercato che solletica, ammicca, plasma i gusti, inflaziona le aspettative (pubblicità suadente che offre prestazioni da bordello): sostanzialmente surroga le carenze affettive dell’homo sapiens con oggetti (status symbol) che nell’inconscio rimandano ai sorrisi e alle carezze da sempre negate da genitori distratti e frustrati …
    … questo è purtroppo lo stato dell’arte in questa valle di lacrime …
    … Il mercato è un altro Assoluto che serve all’uomo per rassicurarsi (una titta) rispetto alla sua miserevole condizione …

  5. sandro Says:

    qual’ è la misura? la quantità giusta, la disponibilità di ricchezza necessaria a un individuo per poter vivere tranquillamente? i bisogni come vengono stabiliti? quale meccanismo regola il desiderio, la scelta è libera se siamo liberi? o dipende dalla nostra cultura,dai nostri costumi? diamo valore alle cose in funzione della nostra personale stima, ma fino a che punto il nostro senso critico ci protegge? insomma la sfera privata dove finisce? e dove inizia quella sociale? scusate! mi faccio ancora queste domande.

    un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può .(thoreau)

  6. sandro Says:

    Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno.
    (correzione)

  7. Hermes Says:

    ….. la capacità di valutare la qualità dei bisogni percepiti dipende esclusivamente dal soggetto percepiente … la società (centri di potere) tende ad imporre standard di valori a tutti … solo il singolo, adeguatamente sorretto dalla sua cultura, può discernere e, quindi, operare scelte …. esempio: l’orologio ha la funzione di farmi conoscere l’ora in un dato momento, quindi mi orienterò verso un tipo di orologio che al minimo costo mi consentirà di usufruire di quella funzionalità ….

  8. enrico de lea Says:

    bel post – e argomento assai deprimente – credo che dal punto di vista pratico s’imporrà il ritorno al tanto deprecato stato sociale di keynesiana memoria, allo stato seriamente regolatore e redistributore …. dappertutto, nelle nazioni serie, tranne che in Italia, dove si andrà (sul modello argentino) ad un federalismo-liberismo de noantri (o degli amici degli amici)…

  9. sandro Says:

    Mi chiedo, comunque in questo determinato momento storico, cosa è superfluo e cosa è necessario?<<<<<<<<<è logico che per chi sta morendo di fame, il neccessario è il cibo. Ma in una società grassa e opulenta come la nostra come discernere? L’orologio che costa meno ha le stesse funzioni di un altro,ma siamo sicuri di dargli solo un valore d’uso? Quando lo acquistiamo non consideriamo altre cose….. i ricordi l’estetica, e questo non lo facciamo anche in base alla disponibilità di danaro?
    é indispensabile avere un computer o si può tranquillamente vivere senza?
    Il nostro vivere quanto è legato agli oggetti? Sicuramente i bisogni sono sentiti in modo diverso da ogni individuo e mi rendo conto che è difficile
    stedere una classifica, e sono daccordo pienamente con chi ripudia con tutte le forze il capitalismo. Non credo però in una soluzione puramente politica, o di politica economica
    penso occorra cercare altre risposte.

  10. digito Says:

    lo so, lo so… “mai dire mai”. ma allo stato delle cose in cui siamo, il capitalismo non finirà. a me si apre una crepa nel cuore, nel dirlo… ma è così. siamo talmente avvinghiati al nostro sistema economico che non possiamo più farne senza. a meno di andare sull’isola dei famosi. intendo. cheppoi, la si può valutare, una soluzione simile. ma aspetto che la marini torni a casa 😉

  11. Hermes Says:

    Ma in una società grassa e opulenta come la nostra come discernere? L’orologio che costa meno ha le stesse funzioni di un altro, ma siamo sicuri di dargli solo un valore d’uso?

    Premesso che la nostra società è “grassa e opulenta” solo per una minoranza di persone, riterrei utile focalizzare il discorso sull’educazione … solo la formazione di cervelli “liberi” (qui l’approccio filosofico/psicologico risulta fondamentale, evitando quindi ogni indottrinamento forzoso e stimolando il pensiero logico-creativo) può consentire una propensione generalizzata al consumo degli oggetti sul mercato, basata sul loro valore d’uso… la mente non cloroformizzata dai valori in circolazione può agevolmente distinguere tra due capi d’abbigliamento, uno firmato ed uno no, ma sostanzialmente uguali, quale sia quello che viene incontro alle sue esigenze … solo consumatori/cittadini responsabili (consapevoli e non frustrati da inadeguatezze emotive) possono orientare il mercato verso la produzione d’oggetti anche tecnologicamente avanzati ma utili …
    …. la distorsione consumistica viene prevalentemente determinata dalla diffusione (studiata a tavolino) di oggetti che non vengono acquistati per quello-che-sono (oggetti nudi) ma per quello-a-cui-rimandano (richiami emotivi) cioè ad una “metafisica” che droga le coscienze ….
    …. il bambino se savalguardato dai messaggi pubblicitari tende a giocare con gli oggetti naturali che trova intorno a sè ( un ramo, un sasso, ecc.) e chiede agli adulti solo affetto e considerazione …

  12. md Says:

    @Hermes: sono totalmente d’accordo; c’è senz’altro da considerare la “funzione simbolica” degli oggetti, quello a cui rimandano, come giustamente sottolinei, al di là del loro valore d’uso. Bisognerebbe fare in modo che tale investimento simbolico sia il più possibile prodotto da soggetti consapevoli e non, come avviene oggi, del tutto eterodiretto. Del resto il bambino che “naturalmente” gioca con un sasso o un ramo compie un’attività quanto mai simbolica.

  13. Hermes Says:

    @Md: Bisognerebbe fare in modo che tale investimento simbolico sia il più possibile prodotto da soggetti consapevoli e non, come avviene oggi, del tutto eterodiretto ..
    .. a mio giudizio esiste una consapevolezza “naturale” del bambino (un a priori) che occorrerebbe pre-servare dall’inquinamento dell’ideologia dominante … il ruolo attivo dei genitori e della scuola in questo senso sarebbe determinante … la nostra attuale situazione collettiva in fondo ha qui le sue radici: degrado culturale, analfabetismo di ritorno, mancanza di memoria storica, ritorno della sofistica (a questo servono gli avvocati che siedono in parlamento), intesa come difesa del “verosimile” (specchietto per le allodole) rispetto al “vero” cioè al fatto incontrovertibile … facciamo gli scongiuri: l’abisso è dietro l’angolo …

  14. sandro Says:

    daccordissimo!
    chiaro, che chi non ha da mangiare, non si pone certo le domande , che si pone chi ha la pancia strapiena.
    l’uomo primitivo, dopo aver pensato a mangiare, si ornava con ossa sassi colorati perline varie, secondo voi è una peculiarità dell’uomo, oltre al fatto di fabbricare utensili per la quotidianità, desiderare oggetti a cui dava solo un valore estetico/simbolico e di potere? O è solo una distorsione culturale?
    scusatemi! vi ringrazio per la vostra pazienza

  15. Hermes Says:

    sandro: è una peculiarità dell’uomo, oltre al fatto di fabbricare utensili per la quotidianità, desiderare oggetti a cui dava solo un valore estetico/simbolico e di potere? O è solo una distorsione culturale?

    … parlando di uomini necessariamente si entra in una dimensione culturale; dimensione che rese “straniero” l’homo sapiens nel suo habitat naturale…
    … fu la nascita del logos (pensiero/linguaggio) a creare la dicotomia cultura-natura e, quindi, l’artificio (l’uso dell’arte) … il mondo venne così progressivamente addomesticato, plasmato inesorabilmente ad immagine e somiglianza degli interessi delle classi emergenti (mentre in natura le gerarchie hanno solo una funzione di tutela della comunità)… ed i simboli vennero ideati per attestare e consacrare il dominio dei pochi sui molti …
    … la Poiesis (la produzione artistica e non), che, rettamente intesa, nobilita l’uomo, viene “distorta” quando la si utilizza per far sì che la distribuzione delle risorse converga sulle tavole dei “soliti noti” …
    … probabilmente l’origine di questo fenomeno (degenerativo) risiede nell’inconscio dell’uomo; è lì che si annida quello che io definisco il suo delirio d’onnipotenza …

  16. Ares Says:

    Ares ^__^

    Poesis ?????…. che vuol dire ?…

    ..e che c’entra la produzione artistica con la ridistribuzione?

  17. Ares Says:

    Ares ^__^

    Intendi l’arte come abilità creativa, espressa attraverso mezzi tecnici?..

    la poesis..?

  18. BASILIO FARANDA Says:

    ciao bello questo articolo
    è la dimostrazione che la verità prima o poi torna a galla assieme alle merdate che ci hanno insegnato contattami su facebook BAS

  19. md Says:

    @Ares: in effetti la “poiesis” almeno come la intendeva Platone è molto più vicina alla categoria di lavoro, o comunque di “attività” in generale;

    ciao Basilio, cerco di non allargare più di tanto la mia “vita virtuale”, ma prometto che ogni tanto farò un salto anche su facebook (ho visto che in questi giorni se ne fa un gran parlare…)

  20. Chiara Lo Cascio Says:

    A proposito di capitalismo e fretta vi consiglio questo video:

  21. Ridda « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] nodo della speculazione (l’eterna astrazione del denaro e del capitale di cui avevo parlato qui). Certo che la ridda nostrana le batte tutte, visto che naviga ancor più a vista di quanto non […]

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