Bioepoca – prima parte

(approfitto dell’ultimo degli incontri di “Introduzione alla filosofia”, costruito a partire dalle sollecitazioni di alcuni partecipanti, per fare il punto sul concetto di bioepoca, e sulla bruciante e connessa questione della bioetica).

Già l’uso della parola “epoca” accanto a bios (vita), ne orienta in una direzione precisa il significato: c’è un’epocalità, cioè l’apparire cruciale di un nuovo concetto di vita; ma “epoca” sta anche a dire che c’è l’emergenza di una temporalità e di una storicità: qualcosa di inaudito, che prima non era mai emerso, e che implica nel contempo qualcosa che è destinato a tramontare. Ci troviamo cioè, probabilmente, nell’epoca epochizzante per antonomasia – evo in cui si guarda alle cose nella loro determinazione storica e perenne mutabilità. Epoca transeunte del transeunte, che consuma il suo stesso consumarsi. Negazione della negazione.

Utilizzerò alcune parole-chiave per definire la costellazione concettuale da cui partire per una discussione etica del bios – una bioetica, come si suole ormai chiamare il nuovo orizzonte decisionale riguardante gli antichi estremi della condizione esistenziale: la vita, la morte, la nascita, la natura, la finitezza e l’immortalità. Alcuni concetti che è bene chiarire preliminarmente:

Conoscenza
Vita
Natura
Natura umana
Tecnoscienza
Etica/Politica

Si capisce subito come si tratti di una costellazione complessa, volta a raccogliere e a ragionare su categorie estremamente dense ed aggrovigliate, ma dalle quali è impossibile prescindere se si vuole diventare umani (e cittadini) consapevoli della bioepoca (che è anche epoca globale, cioè  coincidente in modo sempre più evidente, sia in termini spazio-temporali che geo-storici, con il pianeta tutto).

Conoscenza viene dal latino cognosco, a sua volta costruito sul greco gnosis (termine che deriva dall’indoeuropeo gignoskein). Trovo pregnanti due elementi di questo termine: innanzitutto la pluralità di significati (anche se strettamente apparentati) della parola greca (che riverbera in quella latina): non solo cognizione, ma anche riconoscimento, attestazione di identità, e poi, con chiara valenza giuridica, investigazione, inchiesta e istruzione di un processo.
La parola latina aggiunge poi quel significativo cum, come a voler sottolineare il mettere insieme: non certo alla rinfusa, quanto piuttosto attraverso una raccolta ordinata di tutti gli elementi indagati, prima dell’emissione del responso finale.
Questo è la conoscenza: una sorta di tribunale della ragione che raccoglie tutti gli elementi sparsi (senza ometterne alcuno) e li organizza in una sintesi finale. Una sintesi che però non può mai essere definitiva per sua natura, poiché di indagine processuale e diveniente si tratta (la verità come divenire di se stessa), e dunque interna alle vicende umane, non esterna e inattingibile.
In questioni come quelle bio-etiche, credo non basti l’in-formazione (che è appunto un venir formati dall’esterno), ma occorra decisamente la più ampia, rigorosa ed approfondita conoscenza di tutti gli attori ed elementi in gioco. Una conoscenza che non può non esser condotta in prima persona, pena un suo snaturamento.

Vita, natura, natura umana.
La difficoltà di questi concetti sta nel loro essere stati costruiti su una mediazione: richiedono cioè un certo livello di distacco e di “coscienza”, un guardare a se stessi uscendo da sé, distaccandosene: un animale o un vegetale (per quel che ne sappiamo) sono immediatamente viventi e naturali, e non si chiedono che cosa ciò voglia dire. Chiederselo, significa già operare una scissione, un distacco.

Apparentemente la risposta alla domanda “che cos’è la vita?” dovrebbe essere piuttosto intuitiva ed immediata. In realtà non lo è affatto. In genere è più facile definirla in contrapposizione a non-vita (inorganico, inerte, ecc.).
Riporto a tal proposito alcune frasi del fisico Erwin Schrödinger (interessante che si tratti di un fisico e non di un biologo), che pubblicò nel 1944 un famoso saggio intitolato proprio Che cos’è la vita? Nel differenziare tipicamente la crescita vitale – caratterizzata dal gene o dalla fibra cromosomica – dall’accrescimento per aggregazioni successive dei cristalli, Schrödinger utilizza l’insipida ma rigorosa definizione di “solido aperiodico”: la vita è costituita da solidi aperiodici!
Poco più avanti definisce gli organismi in relazione al loro equilibrio entropico; ed infine alla domanda “quando è che noi diciamo che un pezzo di materia è vivente?”, risponde un po’ tautologicamente “quando esso va «facendo qualcosa», si muove, scambia materiali con l’ambiente, e così via, e ciò per un periodo di tempo molto più lungo di quanto ci aspetteremmo in circostanze analoghe da un pezzo di materia inanimata”. Insomma la riproduzione e il metabolismo sono i caratteri specifici del vivente che lo differenziano da ciò che vivente non è – che è quasi come dire che la vita è vita perché è diversa dalla non vita (ed. Adelphi, pp. 106, 119-22).

Ancora più complicato definire che cosa sia natura (al punto che si potrebbe dubitare che dietro quel concetto ci sia qualcosa di definito e, soprattutto, di definitivo) – e qui ci avviciniamo ancor più al cuore della questione. Di nuovo, troviamo più semplice rispondere – a meno che non si voglia banalmente dire che natura è il mondo esterno oppure l’ambiente, e dunque tutto quel che ci circonda – in termini oppositivi: natura è ciò che non è cultura, naturale è ciò che resta al netto delle costruzioni culturali da parte della specie umana. Ma soprattutto natura è ciò che noi, di volta in volta, definiamo natura: il confine tra naturale e innaturale (e dunque tra normale e abnorme) è soggettivamente e storicamente determinato. Non è un caso che abbia richiamato la confusione tra piano naturale e piano morale (il naturale che diventa normale, e che proietta ciò che è a-normale come la sua propria ombra), poiché è l’elemento costante di ogni definizione di natura.
In realtà potremmo in ultima analisi sostenere che “natura” oggi significa qualcosa di molto diverso da quel che significava un tempo: non è più un ordine immutabile, retto da leggi assolute, con una sua interna armonia, un disegno complessivo, ecc. Potremmo anzi tranquillamente dire che “la natura” così intesa non esiste più.
Se poi passiamo a definire lo specifico umano – la natura o l’essenza umana – tale gioco contrappositivo si ripropone nella sua massima potenza ed estensione: umano è ciò che non è animale (o vegetale). Giorgio Agamben ha molto ben descritto questa mobilità umano-animale dei confini (ne ho parlato qui).
In verità tali scissioni sembrano più il riflesso di un nostro modo di intendere – di costruzioni teoriche soggettive – di quanto non sia effettivamente (oggettivamente) così.
Se ci pensiamo bene, sono proprio l’inorganico, il naturale, l’animale in noi a spaventarci: sembra quasi che non riusciamo ad accettare di essere parte dell’essere, della natura, del mondo animale – e dunque materia che deperisce (e si trasforma), istinto, bios e corporeità, alla stregua di ogni altro essere vivente. Vi aggiungiamo sempre il cappello (o la glassa) della spiritualità, come qualcosa di essenziale e di imprescindibile.
In sostanza, la nostra concezione della vita e della natura si rifa spesso a due pre-giudizi da denunciare risolutamente:
-una concezione finalistica della natura;
-una vera e propria gerarchizzazione ontologica,
secondo cui la specie umana sarebbe lo scopo ultimo dell’evoluzione, e il vertice della piramide destinato a dominare su tutto il resto. Pur in maniera diversa, tanto Spinoza quanto Darwin finiscono per smontare questo pregiudizio ideologico, mostrando come si tratti di un frutto della nostra fervida immaginazione. Diremmo oggi che si tratta di una chiara forma di antropocentrismo.
Come vedremo nel prossimo post, l’etica deriva in gran parte da queste concezioni di fondo (dall’ontologia, cioè dalla concezione dell’essere – che dunque è già da sempre eticamente orientata).

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