Livor verde

Dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior

Il leghismo è programmaticamente quanto di più lontano e avverso alla mia mentalità, al mio essere sociale, politico ed antropologico. Sia nei suoi connotati ideologici: razzismo, familismo, machismo, etnocentrismo, conservatorismo; sia nei suoi tratti psicosociali: fobia, rancore, livore, cieco e bieco egoismo, piccineria piccolo-borghese; sia nelle sue manifestazioni politiche: contiguità con le peggiori destre italiane ed europee, costruzione di figure abominevoli di nazisindaci (veri e propri borgomastri in camicia brunoverde), alleanza strategica con il berlusconismo; sia per gli aspetti folclorici e la sua sbandierata incultura: le barbe verdi, i raduni e i riti, le ampolle, le corna, la barbarie da incubo (più che sognante), l’invenzione di piccole patrie inesistenti. Insomma: non c’è una sola cosa che abbia a che fare con il leghismo che non mi provochi forti conati di vomito, sia fisico che spirituale.
Detto questo, cercherò di mettere tra parentesi i miei conati (l’effetto sulla pancia dovuto al loro costitutivo ragionare con la pancia), e proverò a schizzare qualche riflessione generale sulla questione settentrionale che la Lega ha utilizzato come volano per la sua ascesa, e su cui rischia – sperabilmente presto – di rompersi le luccicanti corna barbariche.

1. Comincio con un frammento biografico. Ricordo una violenta discussione a proposito della Lega risalente a oltre vent’anni fa, in una situazione a dir poco surreale: mi trovavo in Sicilia e una mia cugina terrona ma milanesizzata da decenni – per di più simpatizzante del PCI – se ne uscì sbraitando come un’ossessa, in mezzo alla strada, con espressioni del tipo “è ora di finirla con tutti questi negri, bisogna metterli nei forni, e solo la Lega può fare pulizia”. La guardai basito per un minuto buono e solo a quel punto cominciai a realizzare davvero quanto potesse essere socialmente ed antropologicamente (prima che politicamente) pericoloso il leghismo in ascesa.

2. Quell’episodio costituiva una cifra da cui trarre alcuni elementi essenziali di quel che stava succedendo nella pancia sociale: a parte l’incedere dell’antipolitica e dell’antistatalismo (caratteri peraltro permanenti dell’italiano medio affetto da sempre da un basso tasso di civismo), emergeva con chiarezza una profonda frustrazione sociale che andava oltretutto a dispiegarsi in una gerarchizzazione del prospettato riscatto etnico-sociale: c’è sempre qualcuno che sta più a sud di te, e cui prima o poi attribuirai la colpa per la tua insicurezza sociale… (Nicoletta Podimani ne aveva opportunamente parlato nel suo scritto Il partito delle fobie).

3. Naturalmente a tutto questo vanno aggiunti gli elementi materiali che qualcuno ha – io credo furbescamente – definito “questione settentrionale”:
-il conflitto crescente tra produzione e sistema politico, nonostante l’affarismo tangentaro di epoca craxiana;
-gli squilibri economico-sociali a livello nazionale, mai sanati;
-la modificazione della composizione di classe, con il passaggio post-fordista e le nuove forme di lavoro fintamente autonomo e in realtà più che mai eterodiretto;
-i processi di globalizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro;
-i flussi migratori del tutto funzionali al nuovo sistema produttivo;
-il crescente sradicamento e la devastazione dei territori;
-l’individualismo e l’egocentrismo funzionali all’avvento dell’iperconsumo;
-la mai risolta inefficienza dello stato e degli enti pubblici – con la successiva privatizzazione o svalorizzazione di ciò che è comune.

4. Sul fronte politico vi è quindi stata la devastante saldatura delle 2 B, in concomitanza con il crollo del vecchio sistema partitico e con la crisi delle ideologie novecentesche: una nuova versione populistico-personalistica della forma politica si installava al potere con l’alleanza (pur altalenante) Bossi-Berlusconi, che oltretutto stabiliva i suoi due pilastri elettorali fondamentali negli estremi siculo-lombardi (e qui fanno la loro comparsa sulla scena il sistema mafioso da una parte e la Compagnia delle opere dall’altra, che di certo non se ne erano stati con le mani in mano).

5. Sappiamo bene come l’era del berlusconismo (resa tra l’altro possibile dal nulla politico e progettuale della sinistra riformista ri-nata morta dal funerale della Bolognina, e dal deludente corso della sinistra radicale, più che rifondata ri-frammentata) abbia imbambolato e paralizzato gran parte del paese, che si è risvegliato solo di recente dalla sua narcolessia, quando la crisi economica ha finito per mordergli il culo, mentre gli occhi stavano puntati ai culi di plastica e alle tette siliconate, ai nani, ai maghi e alle ballerine di Mediaset.

6. Nel momento in cui il re e il reuccio sono nudi e il collante ideologico va in frantumi, rimangono sulla scena i nodi materialissimi che si pretendeva di risolvere con nuove cacce alle streghe, fobie ed ossessioni securitarie: le questioni son tutte lì, ed anzi appaiono aggravate dalla dittatura finanziaria globale. I segmenti sociali finora tenuti insieme dalla Lega potrebbero non avere più alcuna sponda politico-ideologica, trovarsi privi di rappresentanza, ed essere pronti ad implodere o ad esplodere. Ma anche a decomporsi e frantumarsi. Tanto più che la classe dirigente che il padanesimo ha espresso si è rivelata ancor più gretta e inefficiente delle precedenti. Ancor prima della débacle scandalistica di questi giorni, bastava dare uno sguardo alle realizzazioni effettive dopo decenni di amministrazione locale (e alcuni anni di partecipazione a quella nazionale):  tutta la retorica sulla difesa del territorio ha prodotto il nulla più assoluto, e interi pezzi di Padania sono diventati piuttosto immensi e tristi centri commerciali.

7. Non so bene come completare questo mosaico, poiché mi mancano svariate tessere (e poi non ho il dono della preveggenza). Certo, se guardiamo alla storia europea del Novecento, la piccola borghesia in crisi fa venire in mente scenari piuttosto inquietanti (il fatto che il collante ideologico dell’anticomunismo sia per ora sfumato, non toglie che il sistema non sia in grado di produrre fobie ad hoc). Soprattutto però manca sulla scacchiera un elemento essenziale della possibile svolta ed eventuale risoluzione della crisi (o per lo meno di una sua normalizzazione): il linguaggio e la funzione della politica – che in Italia ha sempre visto il primato a sinistra – sono totalmente esautorati e fuori scena, mentre tecnocrati, banchieri e affaristi ricoprono tutti gli scranni decisionali. I leghisti faranno bene a deporre i loro forconi e ad appendere nell’armadio le loro camicie verdi – ma occorre vigilare affinché un nuovo uomo forte, santo o unto non scenda ancora dai cieli dell’ideologia a raccogliere le bandiere dell’insicurezza e del livore. O che dopo il leghismo e il berlusconismo non arrivi l’epoca del grillismo e del vaffanculismo (peraltro più contigui che di rottura).
A rivoluzionare la scena saranno solo le istanze del conflitto sociale e i bisogni individuali, al netto delle ideologie securitarie e dell’iperconsumo, organizzati o disorganizzati che siano. (Gli è che in Italia succede spesso che quando un blocco socio-politico si decompone, anziché far da letame allo sboccio di un qualche nuovo fiore, i suoi miasmi finiscono per favorire la nascita di inediti mostriciattoli purulenti…).

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27 Risposte to “Livor verde”

  1. Carlo Says:

    @Md
    Questo “post meditato, limato in ogni parola” descrive analiticamente lo stato della “pancia” del paese (glorificata dal populismo degli ultimi anni). E’ la biografia di un paese che non ha un’identità culturale condivisa, un collante ideologico (valori non negoziabili) che lo possa far progredire verso (si fa per dire) un radioso avvenire. Un paese ancora non formato, frammentato, embrionale, dove gli “individui” viaggiano in ordine sparso, ossessionati dal loro “particulare”. Tutti imprecano contro un governo “ladro” (padre-padrone) che viene percepito da sempre come estraneo e insensibile. Pochi si chiedono cosa possono fare per il loro paese e molti pretendono senza dare alcunché. Il declino in atto è probabilmente irreversibile, all’interno di un declino gigantesco della civiltà occidentale. E’ la “fine dei tempi” dell’homo sapiens , di evangelica memoria, che sta maturando? E’ il “fattore” biologico che bussa alla nostra porta, chiedendoci di lasciare il campo da gioco perché i tempi supplementari sono inesorabilmente terminati, all’alba del XXI° secolo? Una cosa è certa: l’immenso patrimonio culturale che l’umanità ha accumulato nel corso dei millenni, questo sì, vanto della nostra specie, non si è adeguatamente sedimentato nella struttura connettiva neurale della stragrande maggioranza degli esseri umani (certo non per loro volontà). Gli esclusi dai processi di evoluzione del pensiero astratto (logica) e relativistico (dubbio sistematico) sono miliardi e creano un corto-circuito esiziale per la sopravvivenza della “razza” umana.

  2. carla Says:

    ps, non è Simone Weil il bel primo piano sulla destra, se ci metti sopra il mouse si scopre che non hai cambiato il nome 🙂
    ciao!

  3. md Says:

    @carla: grazie, è rimasta traccia del precedente link, ora lo correggo

  4. emiliano Says:

    Caro md il tuo commento è avvolto in clima di austera e tetra profezia e se non ti conoscessi penserei all’espressione di una concezione organica ed etica dello stato; a una visione del mondo (perdona l’imperdonabile offesa) di destra, da fisiognomica del decadimento e del tramonto quasi di spengleriana memoria…
    Come spesso è interessante leggerti.

  5. md Says:

    @emiliano:
    scusa ma non riesco proprio a vedere dove io abbia indicato un esito da “stato etico” alla crisi, visto che semmai indico nel conflitto sociale – dunque nell’impossibilità organica di uno stato di cose fissato una volta per tutte – l’unica via d’uscita, che ci preservi oltretutto da un nuovo avvitamento (questo sì) a destra, con nuovi grilli, unti e inviati dalla provvidenza.
    E’ semmai il paese che ha deciso di autoavvolgersi nel “clima austero e tetro” del berlusconismo e del leghismo. Peraltro insieme barbarici ed inconcludenti. Ed è ciò che il mio post tenta di fotografare.
    Bisogna poi decidere se l'”atmosfera spengleriana” stia nel paesaggio sociale fotografato o nel mirino.

  6. emiliano Says:

    Si nel paesaggio fotografato. Però anche il conflitto sociale hegelianamente parlando è germe di risoluzione. Io poi sono costretto a volgere l’obiettivo anche sulla attutita austerità e tetraggine dell’attuale tecnocratismo governativo attorno al quale è il silenzio assordante di tutti i comodi rivoluzionari moralmente indignati dal nefando Berlusconi. E poi pensa anche a questo: Mediaset non è solo il frivolo ma è anche ad esempio la leggerezza di una genuina denuncia come “Le iene”. Pensa a quello brizzolato che entra nella coltre dei raduni vip e adotta il linguaggio della volgarità dirompente; o alla Carlucci che tira i capelli all’inviato che la incalza in merito al suo non aver pagato i collaboratori parlamentari pur percependo soldi ad hoc…
    Poi sono rimasto colpito dal tuo individuare la “grazia” della cultura come appannaggio dei pochi; poiché i molti ovviamente sono traviati dalla televisione…Non so’, certamente la discussione è ampia e queste sono alcune mie contrarietà.

  7. emiliano Says:

    Scusa md c’è un errore; mi sono riferito al post di Carlo, pensando fosse il tuo. Equivoco da blog!

  8. md Says:

    @emiliano: ok, allora lascio che sia Carlo, se vorrà, a rispondere…

  9. Carlo Says:

    @emiliano

    L’umanità è uno scherzo della natura.Tutto imploderà a breve (decenni, un secolo, due?) chissà!
    La cultura accumulata (preziosa come l’acqua di fonte) non riuscirà a salvare l’homo sapiens. L’deologia muscolare che domina il mondo, dietro la maschera della democrazia formale, nasconde un progetto patologico devastante: consentire a pochi di arricchire, destinando i molti alla sofferenza, all’accattonaggio e, infine, alla morte per inedia.
    Il berlusconismo (campo di studio per entomologhi) era solo una pagliuzza nell’occhio del “genere umano”. Un trave abnorme si aggira nei territori del pianeta: l’estinzione biologica………

  10. emiliano Says:

    Come volevasi dimostrare; se non è tetro decadentismo questo! Leggerezza storicistica? Mistica escatologica tradotta in pessimismo?

  11. rozmilla Says:

    Se …. Dotto, Gongolo, Eolo, Cucciolo, Brontolo, Mammolo e Pisolo … sono i sette nani.
    Ergo: non possiamo essere tutti Biancaneve 😉

  12. filosofiazzero Says:

    Gli uomini di cultura, cosiddetti, vorrebbero più cultura, per i giovani, ovviamente, dichiarano, per la loro formazione mentale,
    che ci porti a una svolta, che, l’è, dice, ripetono, solo tramite la cultura, e la ricerca, si capisce, maremmadiavola, che si addiverrà a un rinnovamento socio-antropologico, al difuori delle logiche, dicono, queste, stesse parole, delle oligarchie plutocratiche, dominanti il pianeta, questo, comunque, a ogni modo, pianetucolo, sempre più caldo, o più freddo, boh? fino a essere nulla….

  13. xavier Says:

    E’ ormai piuttosto lungo questo periodo di forti e continue suggestioni allo smarrimento, volte ad un “che fare?” ormai privo risposte, fermo alla constatazione di un presente quasi senza futuro, e al più in attesa della catastrofe.Leggo di “ideologia muscolare che domina il mondo”, di rischio di “estinzione biologica”, di possibile “fine dei tempi”. Son cose che sento dall’inizio della guerra fredda (a volte la vecchiaia é un dono), servite puntualmente anche come spiegazione della caducità delle umane cose, e dell’impossibilità di cambiare il mondo, dato che quello “scherzo della natura” che si chiama umanità, resterà sempre quello che é, e nulla servirà a salvarla. Rispetto e ascolto con rispetto: Ma non condivido. Personalmente lo chiamo nichilismo. E invece si può, e si può riuscire, con tenacia, col tempo, con la forza delle idee, con il senso di responsabilità individuale. Si può anche perdere sempre, si passa il testimone ad altri, altri faranno. Ogniqualvolta si abbassa il livello dello scontro sociale, però, saltan fuori le crisi più o meno epocali che servono al capitalismo per rilanciarsi e rafforzarsi, anche a costo di guerre e delle loro conseguenze, dato che ahimè “esso” è ben più dinamico che parassitario, e le lezioni della storia le apprende benissimo, ed é bravissimo nel guardare avanti senza star troppo a leccarsi le ferite, quando si riesce a infliggergliene. Ma non é infinito, per fortuna. Buon 25 aprile a tutti. Comincio da oggi.

  14. filosofiazzero Says:

    A fare che?

  15. xavier Says:

    …ad augurare buon 25 aprile!

  16. filosofiazzero Says:

    A me non mi piace nessuna ricorrenza di nessun genere.
    L’importante è:
    1) “tenacia idee responsabilità personale” come ha detto Xavier
    2)essere pronti, se fosse il caso, e allora, forse, ci si potrà riscattare da una esistenza di tarme scolarizzate.

  17. Carlo Says:

    Non c’è nessuna “mistica” nei processi biologici. I dinosauri si sono estinti per una semplice questione pratica: non riuscivano a sopravvivere. Questo “pianetucolo” può benissimo fare a meno di noi, esseri cerebralmente alterati dal delirio di onnipotenza. Non è una questione di “decadentismo”, ma di declino inarrestabile per sovrappopolazione ed esaurimento delle risorse naturali.
    Personalmente non lo chiamerei nichilismo, caro Xavier , ma sano realismo. Le lotte sacrosante degli emarginati fin’ora, purtroppo, non sono approdate a nulla di strutturato e non avranno il tempo (non parlo di tempo evangelico, me ne guardo bene, ma di tempo biologico) di dare “frutti”.
    Lottiamo pure nel presente (ognuno ha modo di disporne) per i problemi contingenti degli “ultimi”, ma per favore non parliamo più di “sole dell’avvenire”. E’ alle nostre spalle. Per sempre.
    Buon 25 Aprile a tutti.

  18. xavier Says:

    E’ vero, Carlo, non c’é nessuna mistica nei processi biologici: la mistica infatti è una creatura dell’umano pensare, come tante altre, fra le quali il cosiddetto “sano realismo”, in politica tradotto quasi sempre con l’ “arrendersi all’evidenza”, finendo col diventare ancor più realisti del re. Il che, in fondo, non è altro che una sorta di alibi per le incertezze e la sfiducia che ci affliggono in certi momenti della storia: nulla di grave finché sono passeggeri, più arduo allorchè si finisce davvero col crederci. Beninteso non ho ricette né tantomeno intendimenti pedagogici, mi vien da ridere solo a pensarci, tuttavia nel mezzo di alcuni frangenti sian passati quasi tutti, con buona pace del “tutto e subito” che si pretendeva con ingenua e puerile franchezza qualche lustro fa. L’importante é uscirne con convinzione, pur restando con i nostri dubbi e le nostre paure: che diavolo, siamo umani! Un saluto.

  19. luca ormelli Says:

    «Che diavolo, siamo umani!». Appunto.

    Saluti, L.

  20. Carlo Says:

    @Xavier
    “Arrendersi all’evidenza” non è sinonimo di “arrendersi e basta”. Non è necessariamente un alibi per le incertezze e la sfiducia (dato psicologico) che ci affliggono. Il “sano realismo” ha a che fare la “razionalità”, con il riconoscimento che ogni progetto esistenziale ha i suoi limiti intrinseci e invalicabili. Marx, in primo luogo, era un sano realista. Vide nella condizione materiale degli esseri umani la radice di ogni ideologia, ma non mise ben a fuoco cosa fosse la “cifra” antropologica. Pensò ad un processo dialettico puramente teorico, che non teneva conto della dimensione biologica e psicologica dell’uomo. Analizzò bene, poi inciampò nei processi sociologici. Non ci affidò un manuale operativo (con note attuative), ma solo i contorni di un’utopia. Sappiamo tutti come è finita: homo homini lupus. «Che diavolo, siamo umani!». E’, a ben pensare, una strana esclamazione questa, che si presta alle più estemporanee interpretazioni. Significa che siamo “imbecilli” oppure che siamo “troppo furbi”? o ancora, ed io propendo per questa tesi, che dobbiamo arrenderci ai nostri “limiti” (biologici, psicologici, cognitivi)? Certamente siamo destinati a progettare “in piccolo” su cose a “portata di mano”. Salviamo colui che ci è prossimo (vicino), ma scordiamoci di salvare l’umanità.

  21. rozmilla Says:

    @md:

    Dal momento che in un precedente commento (Aforisma 52) hai parlato di rivoluzione, e visto che non capita spesso di poterne parlare, bisognerebbe cercare di chiarire cosa s’intende per rivoluzione. Ieri ho pescato in un commento due idee basilari, che riporto a braccio. Innanzitutto si dovrebbe fare una differenza fra rivolte e rivoluzioni, dopodichè le seconde avrebbero “come condizione il concetto di progresso, quindi l’instaurazione del “nuovo” pensato come “migliore” perchè in grado di trasformare le strutture (trascendentali*) che costituiscono nel tempo il soggetto e le comunità.” Nota: ho messo tra parentesi “trascendentali”, perché è un concetto che per una plebea come me rimane ancora un concetto poco chiaro; ma se rimanda soltanto a ciò per cui “nella coscienza esistono le condizioni di ogni realtà”, allora è elementare Whatson. Dopodichè se tali strutture non si trasferiscono dall’invisibile al visibile e reale … che cacchio di rivoluzione è? Fumo?
    Ma per come la vedo io, ogni cambiamento può essere chiamato “rivoluzione”, anche un cambiamento che conduce al peggio.
    Infatti faccio notare che potremmo parlare di rivoluzione anche quando parliamo di rivoluzione neoliberista. E bisogna ammettere che loro ce l’hanno proprio fatta. Mi pare che qualcuno quella liberista l’abbia chiamata contro-rivoluzione, ma dato che una vera rivoluzione non c’è mai stata, perché s’è sempre visto il capitale e la finanza avanzare come su un’autostrada spianata nella foresta di Sherwood, e c’è stato solo il nulla o quasi ad opporvisi, mi sa che se non si comincia seriamente ad essergli contro, finirà per sotterrarci tutti, questo è il fatto. Purtroppo è anche un fatto che in Italia la “sinistra” non c’è. Dov’è ?
    Sarà che nella situazione in cui ci troviamo ora, con vuoto di politica e caos economico, una situazione che per certi versi potrebbe spaventare, nello stesso tempo potrebbe dar da sperare nella rinascita di qualcosa di nuovo, proprio perché c’è il vuoto e il caos. Ma come sarà questo nuovo? Non è detto che sarà il meglio o quello che speriamo. No, di solito non succede così, e non è mai successo.
    Mi dispiace doverlo ammettere, ma imboccando la strada dell’Euro e dell’Europa unita, la situazione ha cominciato a sfuggirci di mano, e non siamo stati più padroni in casa nostra. Ci hanno fottuto la sovranità popolare, e ora siamo al soldo dell’Europa e in caduta libera. E stranamente, come diceva Pippo, vista dall’alto “una discesa somiglia ad una salita”.
    Per come la vedo io le rivoluzioni non si fanno nelle piazze. O meglio, può darsi che le piazze possano servire (casomai) per spazzare via il vecchio regime che ha provocato danni immensi, ma le nuove idee ed energie dovranno venire ed essere dei giovani. E se vogliono un futuro si devono creare, perché ora come ora non c’è.
    Ma soprattutto mi auspico che ci sarà del “neo”, non sia come un neo posticcio sulla faccia di una damina del settecento.
    Ergo: bisogna partire dalle condizioni reali in cui ci troviamo.
    Vale a dire: finché non risolviamo la crisi attuale, non potremo nemmeno immaginare di realizzare alcun progresso né miglioria. Perché tutte le azioni che potranno essere intraprese, non saranno che al ribasso.

  22. md Says:

    Già, un tempo “rivoluzione” aveva proprio il significato che Carlo esclude risolutamente al termine del suo ultimo commento: o per lo meno, se non proprio “salvare l’umanità”, certo si immaginava di poter redistribuire alle moltitudini i beni spirituali (libertà) e materiali (giustizia) tradizionalmente in mano ad oligarchie più o meno ristrette. Dopo alcuni secoli di rivoluzioni sociali più o meno fallite, ci ritroviamo di fronte una situazione in cui a rivoluzionare i rapporti sociali e le mentalità sono piuttosto le oligarchie (i capitalisti) che le moltitudini. Del resto Marx aveva visto come proprio la borghesia – e ancor più di questa il sistema capitalistico – avesse nel proprio dna la spinta a rivoluzionare di continuo il mondo sociale, produttivo, tecnologico. Il gioco di “socializzare” tale spinta (anziché “privatizzarla”) pareva nell’800 se non semplice certo più che possibile.
    Ridisegnare oggi il profilo di una possibile rivoluzione (che per essere tale dev’essere globale – che è esattamente quel che pensavano i rivoluzionari sovietici della prima ora) appare un compito immane. Sette miliardi di umani, interessi confliggenti, un pianeta sotto pressione, oligarchie che appaiono invincibili, un’ideologia dominante (quella del mercato) che sembra non abbia rivali… e, tanto per cambiare, l’impressione che tutto ciò sia “naturalmente determinato” (ecco perché, pur cosciente dell’importanza della “biologia”, guardo con sospetto ogni biologismo).
    Mentre non lo è: alla critica che pensare di “salvare il mondo” sia una fede ed un’illusione, rispondo semplicemente che anche il pensare che sia destinato alla “perdita” è un argomento che non ha una solida base razionale.
    Non controlliamo tutte le sfere della determinazione, ma nemmeno ci sono sfuggite tutte di mano, anche se qualcuno ce lo vuol far credere.
    Non si tratta né di ottimismo, né di realismo (e nemmeno forse di nichilismo), ma di guardare ai rapporti tra noi e le cose, sapendo che (almeno in parte) possono essere modificati. Mondi contingenti che danno luogo ad altri (e diversi) mondi contingenti. Via stretta? No, strettissima. Ma sapere che c’è è già qualcosa.

  23. filosofiazzero Says:

    Rozmilla:
    dici: “loro” ce l’hanno fatta (e credo tu intenda nel corso degli anni e non solo di questi ultimi). Allora ti chiedo “loro” chi? Noi?

  24. xavier Says:

    Chissà come mai ad ogni fase più o meno acuta che il capitalismo attraversa, e dalla quale riemerge sempre rinnovato e allo stesso tempo caparbiamente identico, per molti é in arrivo l’apocalisse: speranze in grande azzerate, speranzielle in piccolo… così così. E alla fine meglio aprire gli occhi sulla realtà per quello che é, così va il mondo e così sono gli umani, purtroppo. Amen. Però questo “così va il mondo” nessuno é mai riuscito a spiegarmelo in maniera convincente, un po’ per miei limiti, lo so, un po’ perché è davvero difficile: quand’anche un argomento venga suffragato dai fatti, non é raro che tutto si rovesci in poco tempo a dimostrarne il contrario, regole ed eccezioni si combinano spesso entro le stesse dinamiche, e, mi si scusi l’ovvietà, non vi è ancora scienza, filosofia e tantomeno religione che ne venga a capo in modo definitivo. Meno male, sai che noia a saper già tutto prima ! Mi consolo blandamente allorchè penso alle menti sopraffine che ho avuto modo di conoscere, o leggere, o ascoltare nella mia vita, e alle enormi stronzate che, insieme alle cose intelligenti, ho poi capito andavano affermando. Di interpretazioni che, interpretando, si autointerpretavano interpretandosi si potrebbero scrivere volumi e volumi, Quindi non mi va proprio di spiegare il mondo a nessuno.. Più “modestamente” penso sia il caso di pensare in grande a partire da ora, prima di finire col credere che rattopparsi i calzini sia il massimo delle pretese che potremo permetterci.

  25. rozmilla Says:

    @ filosofiazzero: se correggo “loro” con “esso” va meglio? – dove per “esso” s’intende il capitalismo finanziario eccetera. Anche se mi sembra che per avanzare, l’esercito ha bisogno di comandanti, funzionari, apparati e soldati (soldati: ovvero che stanno al soldo). Ma chi, volenti o nolenti, può permettersi di non stare al soldo?

    Eppure: “ … dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile. La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso , o per suo ordine, o con la sua complice passività…” (Salvemini 1947)

  26. filosofiazzero Says:

    E quindi, o che gli infinitamente più responsabili si levassero dalle palle, o che i contadini sardi, o lucani, o marsicani, ci pensassero loro a levarli di torno. Intanto, noi, cucuzzoli infarinati di quel briciolo di cultura che è la sola cultura da noi ritenuta plausibile(vedi il sole 24 ore) resteremo in attesa (attiva!)o che avvenga il cambiamento antropologico (sic!) (ma iin che direzione?) o sprofonderemo ulteriormente nei nostri librini, miscellanei, per trovarvi nutrimento da darlo poi digerito, da noi, ai lucani ai sardi e a quanti coi forconi in mano.

  27. filosofiazzero Says:

    ….a parte il fatto che “qui”, tra “noi” , pastori sardi nessuno, contandini zero!!!

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