Posts Tagged ‘scrittura’

Se 500 vi sembran pochi!

giovedì 10 marzo 2011

L’efficientissima bacheca delle statistiche di WordPress mi comunica in questi giorni (per lo meno mi comunicava fino a un secondo fa), che gli articoli pubblicati sul blog dalle origini ad oggi ammontano al numero di 500. Non so bene se impressionarmi e non ho la più pallida idea del significato di quel numero – sia quantitativamente (forse alcuni tomi, se dovessero essere stampati: ma perché mai farlo?), sia soprattutto qualitativamente, che è quel che m’importa di più. Non ne ho idea, soprattutto se volessi guardare ai 500 in termini complessivi, se non addirittura organici: che creatura ne verrebbe fuori? non sarebbe forse un mostro policefalo? o la figura di un ircocervo? giustapposizione di affastellate scritture compulsive? (‘sti cazzi! che terminologia barocca! ma cu è chistu ca scrivi? mischinu cu leggi…).

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Lezione spinozista 5 – “Ipse dixit” cum summa summae

giovedì 5 novembre 2009

Pagina dell'Ethica

1. Noi siamo natura, nient’altro che natura.

2. I desideri sono azioni, in quanto indicano la nostra potenza – passioni, in quanto siamo in balia del mondo esterno.

3. Le azioni, in quanto desideri razionali, sono sempre buone.

4. Fine ultimo e suprema felicità dell’uomo è la comprensione adeguata di sé e del mondo.

5. Cattivo è ciò che impedisce di godere razionalmente della vita.

6. Il male ha cause esterne.

7. La vita sociale, in accordo con la natura, favorisce la potenza di agire.

8. L’utilità propria è un supremo diritto di natura.

9. Niente è più utile all’uomo che un uomo guidato dalla ragione. L’eccellenza è l’educazione razionale.

10. L’inimicizia tra umani è la più temibile, perché in natura la più potente.

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Argento e nevi filosofiche

lunedì 3 agosto 2009

Forme di resistenza by chourmo

La bio-grafia è per certi aspetti una duplice scrittura: da una parte il dispiegarsi concreto della vita individuale, di quel più o meno originale percorso di vita e di autoplasmazione che ciascuno persegue (o dovrebbe o vorrebbe). Dall’altra è la riscrittura o la trascrizione o la rappresentazione di quel percorso: una sorta di romanzo di se stessi, di autonarrazione, che la gran parte degli umani per fortuna non scrive (già bastano e avanzano i narcisi pieni di sé, sempre pronti a pubblicare e concionare su ogni sciocchezza che li riguarda), ma che, a parere di alcuni, invece dovrebbe essere scritta. E’ ad esempio quel che pensa Romano Màdera, in quel piccolo gioiello filosofico che è il saggio La filosofia come stile di vita. Qui l’autore delinea una sorta di filosofia della biografia, o di biografia filosofica, volta ad operare una scelta tra costruzione biografica e smarrimento del sé nella serialità; la filosofia viene strettamente connessa al bios e concepita come ecumenismo biografico, fatto di dialogo, raccordo, comunicazione. La biografia così intesa è anche da leggersi come terapia (in senso lato) e valida alternativa tanto al determinismo genetico quanto all’ossessione identitaria e alla frammentazione post-moderna. Màdera profila quindi una sorta di “utopia bio-ecumenica” basata sull’autorealizzazione solidale.
La biografia, da questo punto di vista, non è soltanto un raccontare la propria vita (cosa peraltro a rigore impossibile), ma darne un verso, una direzione, un senso (più che un significato, dato che si rischierebbe di travalicare nel genere fantasy): un partire da qui per arrivare , un segnare alcune tappe, uno scandire il tempo, forse anche un progredire – con tutte le cautele del caso a proposito del termine “progresso”. D’altra parte è esattamente quello che succede con la scrittura: si comincia da qualche parte, si snocciolano parole, righe, pagine, capitoli uno in fila all’altro, fino ad una qualche conclusione. Inizio, fine – e in mezzo la storia, la trama, l’ordito, l’intreccio – che però la scrittura dovrebbe essere in grado di sbrogliare e ordinare.
Proprio quest’anno celebro le mie “nozze d’argento” filosofiche. Correva l’anno 1984, quando incontrai per la prima volta Philosophia.

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IL FRAMMENTO E IL SISTEMA

martedì 20 Mag 2008

Ho sempre amato l’aforisma come modalità espressiva. Sia per la sua forma linguistica – asciutta ed essenziale, ma anche allusiva e metaforica, un po’ come la poesia – che per la sua sostanza – il frammento di un sistema, ma anche il frammento che è come la spina in un sistema. In campo filosofico, da Eraclito a Nietzsche, molti hanno usato l’aforisma per queste sue capacità sintetiche e nello stesso tempo per la potenza evocativa. Proprio per questo l’aforisma è per sua natura sibillino – per quel suo dire e non dire, un po’ come la natura, che ama nascondersi (e di fatti, questo è un aforisma di Eraclito). Ma l’aforisma, a voler ben vedere, è in realtà ciò che definisce, delimita, determina (aphorismòs significa proprio “definizione”). Non a caso viene usato molto anche in campo filosofico-morale, per esprimere sentenze, norme di vita, massime. Come dire che l’aforisma è la definizione che definisce e che trova in sé la sua giustificazione, una sorta di circolo vizioso dell’autoreferenzialità e dell’autocompiacimento: io so, dico e definisco – e non do altre spiegazioni. Un’arma a doppio taglio dunque, che forse deriva proprio dalle caratteristiche del linguaggio, da quella sua capacità di essere duro come pietra e tagliente come spada – tutto sta nel saper utilizzare e disporre ad arte le parole e i concetti.
Ma come la mettiamo col sistema?

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