Si fotta la guerra (con tutti gli imperatori) – proprio oggi, a cent’anni esatti dalla prima fottuta guerra mondiale

lunedì 28 luglio 2014

intifada-4

A me Hamas non piace. È una specie di Comunione e Liberazione islamica con un braccio armato. Ma:
1. Non sono terroristi (non più di quanto lo siano i soldati israeliani).
2. Non hanno rapito i 3 ragazzi israeliani, usati strumentalmente dal governo israeliano – che lo sapeva benissimo – per condurre l’ennesima guerra contro i palestinesi (e non solo contro Hamas)
3. Hamas è il governo di Gaza. Hamas è l’esercito di Gaza. Hamas, ci piaccia o no, difende il suo popolo come può – con razzi, tunnel e quant’altro. Quegli altri hanno la bomba atomica e uno degli eserciti più potenti del mondo.
4. Hamas viveva una forte crisi di consenso sociale, fino a qualche settimana fa. Corruzione, incompetenza, nessuna prospettiva. Ora invece la popolazione di Gaza sta con Hamas. Un gran bel risultato per Israele, non c’è che dire!
5. In questo momento, se Israele vuole punire Hamas non può non punire la popolazione civile (e temo che la cosa non gli dispiaccia affatto).
6. Esistono due alternative: o Israele rinuncia alle sue politiche espansionistiche ed annessionistiche (con crescente frantumazione del popolo palestinese) oppure continuerà a disseminare uova di drago che prima o poi gli si ritorceranno contro.
7. È però ragionevole pensare che la gran parte delle forze politiche israeliane (così come Hamas) non vuole la fine della guerra. È la guerra a tenerli in piedi, a dar loro un’identità.
8. Ci vorrebbe un bambino che indicasse la nudità degli imperatori in campo. Ma quel bambino viene quotidianamente ucciso, ferito, traumatizzato. Così che non ci sia nemmeno l’idea di un futuro.

Cascàmi

venerdì 25 luglio 2014

Scrap_metalDella storia non si butta via niente (qualcuno dice che da essa non si impara niente). D’altro canto il verbo “buttare” è ambiguo, dato che - non esistendo il nulla – ciò che viene gettato via non sparisce, semplicemente si sposta, si disfa, si trasforma – residua da qualche parte. Il dimenticato Giambattista Vico aveva opportunamente coniato l’espressione di corsi e ricorsi per significare non solo che i residui non spariscono, ma che talvolta possono essere riesumati e riutilizzati. Tornare in vita – ricorrere, appunto. È probabile che la storia – ammesso che una cosa come “la” storia esista davvero – funzioni proprio così. Come succede col povero maiale, del quale non si getta via niente. E tutti i suoi cascami – talvolta mefitici – si trovano depositati da qualche parte (nello spirito? nella memoria? nel linguaggio? nella prassi quotidiana?), pronti ad essere riattivati come degli zombi al momento opportuno.
Si è pensato già altre volte che il nazionalismo, le ossessioni identitarie (etniche o altro), il bellicismo, il razzismo e varie altre fobie potessero essere collocati una volta per tutte in questi scantinati o soffitte della storia, e lì, depositati come cimeli, osservati da lontano, con la sufficienza e la superiorità intellettuale di chi, venuto dopo, abbia appreso la lezione e li consideri alla stregua di reperti museali.
Niente da fare. Crisi economiche o di valori, crisi sociali e quant’altro inducono sempre schiere più o meno ampie di apprendisti stregoni a riesumare quegli oggetti “spirituali” e a farli rivivere in tutta la loro spettralità.
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Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

martedì 15 luglio 2014

Grazie all’amico Marco Liberatore, collaboratore dell’associazione culturale Doppiozero, per il cui sito web sta tra le altre cose curando una nuova rubrica filosofica di pensiero critico contemporaneo, è comparso nel suddetto spazio online un mio scritto sui temi dell’animalità e della natura umana – temi spesso trattati sul blog, che ho cercato di risistemare secondo una prospettiva filosofico-critica più ampia, a partire dal recente testo di Felice Cimatti Filosofia dell’animalità.

Lo si trova a questa pagina:

http://www.doppiozero.com/materiali/soglie/animalita-nostalgia-delle-origini-o-concetto-progetto

scaryart

Una compenetrazione di anime

venerdì 11 luglio 2014

«Quando nel linguaggio corrente parliamo di amici e amicizie, in realtà alludiamo a frequentazioni e dimestichezze, allacciate o per un caso fortuito o per una qualche utilità, per mezzo delle quali le nostre anime comunicano. Nell’amicizia di cui parlo io le anime si mischiano e si confondono l’una nell’altra, compenetrandosi in modo così completo da cancellare e non trovare più traccia della cucitura che le ha unite. Se qualcuno si ostinasse a chiedermi perché lo amavo, sento che per spiegarlo non potrei rispondere altro che: Perché era lui, perché ero io» (M. Montaigne, Saggi, I, 27)

[Il lui a cui si riferisce Montaigne, è Étienne de La Boétie, amico che ricalca alla perfezione la definizione aristotelica di heteros autos, l'amico come altro se stesso]

È, dunque, la violenza!

lunedì 7 luglio 2014

il-caso-di-eddy-bellegueule

Ho letto di recente Il caso Eddy Belleguele, che pare abbia spopolato in Francia. Qualche tempo fa avevo letto, di John Williams, Nulla, solo la notte. Un accostamento improprio, data la lontananza geografica, culturale, tematica, stilistica. Eppure: sarà che ultimamente vedo e percepisco straniamenti ovunque, trovo che entrambi questi brevi romanzi – oltre al contenuto della violenza che li lega – siano caratterizzati proprio dalla loro forma straniante.
Nel caso dello scrittore americano, in maniera praticamente dichiarata ed oltranzista (come del resto era già avvenuto in Stoner): il sogno con cui il racconto di Williams si apre, è una lenta messa a fuoco del fenomeno straniante per eccellenza, un riconoscimento solo a posteriori che la figura al centro della scena non è un altro, ma io – eppure è come se fosse un altro, e “io” e “altro” si equivalgono proprio in questa fuoriuscita e deflagrazione del senso. Irrelatezza e separatezza – “guardandola, fu assalito di nuovo dalla coscienza dell’evidente ed essenziale separatezza di tutte le persone” – sono la cifra esistenziale dominante, in tutto quel che accade al giovane Maxley in una qualsiasi giornata californiana, dall’alba a notte inoltrata (i termini temporali della narrazione, che sono però i termini di una vita insensata ed irrelata).
Ma è il giovane scrittore francese Èdouard Louis Leggi il seguito di questo post »

L’aperto

venerdì 27 giugno 2014

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(La poesia di Rilke di cui pubblico qui sotto un ampio stralcio – la celebre ottava delle Elegie duinesi, che tanto ha mosso a riflessione i filosofi da Heidegger, seppure per opposizione, ad Agamben – è di per sé un piccolo ma densissimo saggio filosofico-antropologico come pochi altri. Mi sono limitato a trascriverne i passaggi e gli snodi essenziali, senza commentare, facendo semplicemente risuonare la parola del poeta, che qui non è affatto allusiva, ma anzi direi asseverativa. Quel che però ho cercato a lungo era un’immagine, un quadro, un simbolo, una qualche rappresentazione figurativa che corrispondesse a quella densità di pensiero e… alla fine mi sono arreso, era impossibile restituire un testo così attraverso un’unica immagine. Ho allora scelto il verso che trovo più angoscioso – Quanto è sgomento chi deve volare e proviene da un grembo – e l’ho legato al celebre quadro di Klimt che, a dispetto del titolo, evoca inquietudine se non addirittura orrore).

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Mieiku: un lampone a strisce in cielo

domenica 22 giugno 2014

Sun flower sunset weather 0059 blog

(si compie l’anno, si compie anche questa raccolta stagionale di mieiku: mancava l’estate, la stagione che più di ogni altra pare avere in sé i semi della morte, dell’estenuazione – il suo zenith, nel giorno del solstizio, è già subito un vertice di pienezza che declina; eppure nell’estate ci si rotola al sole e all’aria, ci si immerge in tutte le acque dove è possibile farlo e il corpo partecipa di una festa perenne dei sensi)

*

ciliegie e gelsi a macerare
lamponi e more a maturare
fiori e farfalle a danzare
un avvinazzato a cantare
spighe d’orzo a dorare
il viandante a

*

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Amletismi – 20

lunedì 16 giugno 2014

Si constata da qualche decennio un profondo cambiamento nella concezione del tempo (per lo meno in relazione a quella affermatasi in epoca moderna). Non siamo ancora in grado di comprendere se si tratti davvero di una trasformazione epocale o di qualcosa di passeggero. Si sostiene a tal proposito che invece di una concezione cronologica, sequenziale, causale, diacronica, se ne starebbe affermando una sincronica, in cui i fatti non avvengono più secondo un ordine evolutivo e temporale, ma starebbero tutti sul medesimo piano, come in una rete di contemporaneità che li tiene (o li frulla) insieme. Le ideologie della fine della storia, della comunicazione veloce ed immediata, della interconnessione in rete porterebbero abbondante acqua al mulino di questa nuova forma del tempo – un eterno presente senza più spessore, con un passato ed un futuro che si assottigliano e che vengono fagocitati in una contemporaneità pressoché assoluta.
In genere tali riflessioni hanno carattere critico, di preoccupazione se non addirittura di ripulsa. Ma se invece non fosse poi così male? Se anzi tale processo finisse per spostare l’asse dalla verticalità (delle cause e dei valori) all’orizzontalità (delle connessioni)? Dalla trascendenza all’immanenza? Dalle gerarchie all’uguaglianza? Da un’ottusa e guerrafondaia ideologia del progresso ad una pacifica coesistenza?

Sapersi tenere su corde leggere

lunedì 9 giugno 2014

magritte-lacordasensibile

Proprio mentre mi accingo a scrivere un saggio che vorrei immodestamente intitolare Il principio-straniamento, o qualcosa del genere, una graziosissima fanciulla che sta per dare la maturità mi chiede aiuto a proposito della cosiddetta “tesina” che mi dice di voler fare sulla leggerezza. Magnifico argomento, penso io, anche se di primo acchito non so proprio che consigli darle (ma anche dopo averci pensato un po’, non son mica certo di averle dato indicazioni utili). L’idea originaria viene dalla prima delle Lezioni americane di Calvino – “leggerezza intesa quindi come lucido distacco dalla realtà per non venirne assorbiti inconsapevolmente, ma non rifiuto della realtà” – così mi scrive la cara maturanda, che incrocia anche il concetto di ironia, concetto quant’altri mai filosofico, per lo meno da Socrate in poi. Non dovrebbe essere difficile, quindi, trovare un filo, un discorso, un pensatore adatti all’uopo.
Eppure, da Kant in poi, non è che mi sia venuto in mente granché: anzi, diciamocela tutta, e cioè che la filosofia contemporanea è parecchio pesante, e che ‘sti filosofi la leggerezza (ben intesa, s’intende) manco sanno dove stia di casa.

Anche se… a pensarci bene… per un altro verso… forse addirittura l’intera filosofia contemporanea (senza voler scomodare Severino), potrebbe essere spiegata proprio con alcune delle espressioni utilizzate da Calvino commentatore di Lucrezio e apologeta del suo tentativo di alleggerire la gravità materiale: “dissoluzione della compattezza del mondo”, “polverizzazione della realtà”, “la poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla”…
E di fatti, qualche filo qua e là – specie tra i filosofi irrazionalisti e spiritualisti, ovvero i distruttori della ragione, secondo l’epiteto lukacsiano – l’ho trovato, anche se non so cosa possa mai uscirne.

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Aforisma 85

domenica 8 giugno 2014

Cos’altro è il cogito cartesiano – ma anche l’io in tutte le salse – se non una immane, sistematica, prodigiosa opera di straniamento?


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