Sedicenti blog e Medioevo 2.0

Venerdì 3 Luglio 2009 by md

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Sedicente blog filosofico: era stata questa l’espressione utilizzata qualche tempo fa da Vincenzo Cucinotta, in un commento sul suo Sito dell’ideologia verde, nel riferirsi al “mio” blog. Chiarisco subito che il termine non sembrava voler avere nessuna connotazione particolare, tantomeno negativa, anche se non ho potuto esimermi dal rimarcare, un po’ piccato, la stranezza di quel “sedicente”. Eppure, forse involontariamente, direi che quella qualificazione mostrava uno dei nervi più scoperti del mondo Web 2.0, in particolare della blogosfera. La parola “se-dicente” ci rivela il suo significato nel modo stesso in cui è stata costruita: “ciò che uno dice di sé”, l’autodefinirsi e autonominarsi, con la connotazione però negativa dello “spacciarsi per ciò che non si è”, “che si qualifica in modo abusivo”, come recita lo Zingarelli (ecco perché, mi perdoni l’amico Vincenzo, un po’ mi ero risentito).

Fabio Metitieri nel suo interessantissimo libro Il grande inganno del Web 2.0 uscito di recente per i tipi di Laterza, purtroppo in concomitanza con la sua morte improvvisa, indica come uno dei grandi problemi oserei dire “ontologici” dell’informazione in rete, proprio quello della validazione delle fonti.
Premetto subito che non dovrei essere molto contento di quel che in questo libro viene detto a proposito dello strumento blog e del mondo dei bloggher – dunque anche dello spazio che quotidianamente sto utilizzando da due anni e mezzo circa – dato che l’autore non perde occasione per criticarli e, talvolta, in modo piuttosto rude e impietoso, non sempre condivisibile. Autoreferenzialità, poca autorevolezza, diffusa pratica del copia-e-incolla, superficialità, ideologia nuovista, una rigida linkogerarchia – e soprattutto un mare di inutile e ridondante “fuffa”: queste in soldoni le caratteristiche principali della blogosfera. Mi verrebbe da dire: e come dargli torto? senonché significherebbe propriamente sputare nel piatto in cui sto mangiando.
Ma vediamo meglio, anche se per sommi capi, i punti più salienti delle tesi esposte da Metitieri (che, giova ricordarlo, si è occupato di Internet fin dal 1992, è stato giornalista, esperto di comunicazione e di biblioteche in rete – argomento quest’ultimo al quale sono oltretutto direttamente interessato).

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La repubblica delle salme

Mercoledì 1 Luglio 2009 by md

Viareggio

“Vado a prendere in mano la situazione”, così avrebbe detto ieri il presidente del Consiglio prima di recarsi a Viareggio. Non poteva utilizzare espressione più calzante e significativa, naturalmente a rovescio (Berlusconi è davvero un ossimoro vivente): da una parte la politica – non questo o quel politico, non questo o quel partito, ma la politica in senso lato, come governo, gestione e controllo razionale delle cose – che mostra ancora una volta la sua inanità, il suo volto sfatto e impotente. Dall’altra ci viene suggerita un’impossibilità e una fragilità, la nostra radicale esposizione, cioè, agli eventi: noi siamo davvero canne al vento, e poco importa, con buona pace di Pascal, se siamo canne pensanti; di fronte all’imprevedibile la razionalità piega il capo sconfitta, e arranca, e gli uomini e le donne in carne e ossa sono ancor più impotenti di quel potere politico cui pure hanno delegato il compito di proteggere le loro vite e di salvarli dal baratro.
Rimane il fatto che tra le rovine, nonostante tutto, si ripresenta sempre l’onnirisorgente volontà di sollevare il capo, di rimarginare le ferite e di ricostruire la tela spezzata – “riprendere in mano la situazione” appunto, possibilmente senza delegarla a soggetti avidi quanto inetti; ma soprattutto risorge la pietà, quella vera, senza pelose sovrastrutture: quel sentimento, cioè, che tiene insieme tutti gli esseri senzienti, che li fa essere un noi prima che un io o un tu. Pietà per i morti, i vivi, i morenti, i morituri, noi tutti e la vita stessa.

Aforisma 19

Domenica 28 Giugno 2009 by md

Se Dio non esiste, tutto è permesso? No.
Dato che io esisto, tutto è permesso? Nemmeno.
Poiché noi esiste, non tutto è permesso.

Specchio delle mie brame

Mercoledì 24 Giugno 2009 by md

Ragazza davanti allo specchio Picasso

Se è corretto ridurre la sfera umana alla sua essenza istintiva e primordiale – la cupiditas, il Desiderio, l’affermazione vitale che è insieme conservazione e aumento del proprio essere; ammesso (e non del tutto concesso) che sia un’operazione legittima, sorge inevitabilmente un problema etico e politico ogni qual volta tale nucleo della natura umana – che si ritiene, a torto o a ragione, indomabile – viene, per qualche motivo, posto sotto controllo. Cioè: viene fatto “ragionare” – in genere per essere ridimensionato e composto con le altre sfere vitali.
(Metto per ora tra parentesi la questione, non certo secondaria, della storicità dei bisogni e desideri: quel che desideriamo oggi o qui in Occidente è differente dai desideri del Seicento o di quel che resta del popolo indios Nambikwara).
Torno al nocciolo: finché cozzano le cupiditates di Tizio o di Caio – di singoli individui – poco importa (se non a Tizio e a Caio). Si tratterebbe tutto sommato di conflitti limitati e più o meno “naturali” (con le virgolette del caso). Il bellum omnium diventa devastante non quando gli individui sono sciolti, ma al contrario, quando sono associati. Dalla tribù all’impero, dal partito all’associazione mafiosa, dall’ultimo staterello alla potente nazione confederale, il problema è quello della cupiditas organizzata. In stato, in classe, in etnia o razza dominante, in genere, e così via. Di nuovo, poco importa la specificità di tali forme (se non agli stati, classi, etnie eventualmente soccombenti).

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Catalogo delle passioni: l’amore, l’odio e le loro geometriche fluttuazioni

Venerdì 19 Giugno 2009 by md

Gustav-Klimt-Il-bacio

L’ammirazione (admiratio), ci suggerisce Spinoza, è il fissarsi della mente su qualcosa che viene immaginato senza alcuna connessione con le altre cose. Sembra, cioè, che nell’ammirazione ci sia quasi una forma di paranoia, una concentrazione esclusiva sull’oggetto ammirato che ci fa perdere di vista l’intero o la realtà. Detto così non sembra qualcosa di buono, anche se poi nello Scolio a commento della definizione ci vengono suggeriti altri motivi di riflessione: la nostra mente, dice Spinoza, scorre normalmente sulle cose, si applica ad una molteplicità di enti, e non può non essere così; succede però che di tanto in tanto venga sorpresa da qualcosa di nuovo, su cui per qualche tempo indugia. E’ come se il normale corso venisse bloccato, e la mente, stordita da questa novità, venisse calamitata sul nuovo oggetto, e lì si sedesse fissa e immobile a contemplarlo.
In verità, questa esperienza sentimentale sembra riconducibile a quella dell’innamoramento, anche se Spinoza non lo dice. Anzi, chiude frettolosamente la questione dicendo che tutto sommato l’ammirazione non deve essere nemmeno annoverata tra gli appetiti fondamentali (che sono i soliti tre: letizia, tristezza e desiderio).
L’amore dovrebbe essere in teoria qualcosa di contiguo all’ammirazione. Se ne distingue perché “è una Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna”. Dunque, innanzitutto è una letizia, cioè qualcosa che ha il segno + quando accade (laddove l’odio ha il segno -). Vedo qualcosa di esterno a me e non mi limito a fissarlo, ma la sua visione causa in me una reazione: lo voglio possedere, perché ciò aumenta la mia letizia, cioè la mia forza vitale.

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Giustapposti rumeni

Giovedì 18 Giugno 2009 by md

petruQuando la potenza della unificazione sparisce dalla vita degli uomini, e le opposizioni hanno perduto la loro vivente relazione e reciprocità, e guadagnano indipendenza, allora sorge il bisogno della filosofia”.

(G.W.F. Hegel)

Non amo la cronaca. Nera, rosa o grigia che sia. Soprattutto per il modo in cui viene confezionata dai media e data in pasto ai propri famelici clienti media-dipendenti. Ma i fatti di cronaca sono anche dei segnali di quel che accade nella pancia della società. Pessimi segnali, in genere. Abominevoli e agghiaccianti in tempi recenti, come il 26 maggio scorso, in quel di Napoli. Ma poteva benissimo essere un altro giorno in un altro luogo.

Hegel utilizzava un termine tecnico-filosofico per descrivere quelle situazioni nelle quali viene a mancare la connessione dialettica tra le cose o le persone, il loro pulsante vivere in cor-relazione: giustapposizione, che nella lingua tedesca suona Nebeneinander, l’uno accanto all’altro – per dire di enti, concetti o individui irrelati, disgiunti, contigui ma sconnessi, come se si trattasse di monadi o atomi isolati. Questo termine non ha naturalmente alcuna connotazione etica particolare, ma è solo indicativo di un cattivo modo di intendere le cose. “Cattiva filosofia”, insomma.

Petru Birladeanu (o Birladeandu) povero fisarmonicista rumeno ucciso dalla camorra con la complicità di un bel po’ di gente che si trovava a passare di lì, era di sicuro in una posizione alquanto giustapposta rispetto al genere umano. Ma anche gli impietosi e cinici cittadini che non hanno alzato un dito per soccorrerlo appaiono piuttosto dissociati… Non so se la loro sia “cattiva filosofia” o vera cattiveria. Certo è un male banale, come è banale scostarsi e deviare lo sguardo, far finta di niente, fare spallucce, girare la testa da un’altra parte. Giustapporsi, appunto.

(E, giusto per non autoassolvermi, come ho fatto anch’io, dopo essere rimasto agghiacciato dal video, e con gesto spontaneo e automatico, sono subito passato a guardare o a fare altro…).

Lezione spinozista 4 – Schiavi delle passioni?

Martedì 16 Giugno 2009 by md

“Chiamo Schiavitù l’impotenza umana nel moderare e reprimere gli affetti; l’uomo infatti, soggetto ad essi, non è padrone di sé ma in preda alla fortuna in modo tale che a volte è costretto a seguire il peggio anche se vede il meglio”.

Così si apre la parte quarta dell’Etica, intitolata “La schiavitù umana, ossia le forze degli affetti”. Prima però di affrontare questa sezione cruciale dell’opera di Spinoza, dobbiamo ancora guardarci indietro e approfondire alcuni aspetti di quella sorta di “catalogo delle passioni” costituito dalla terza parte. Nelle ultime pagine di questa sezione, Spinoza ci fornisce infatti una vera e propria classificazione genealogica degli “affetti” (en passant, sulle stesse traduzioni e accezioni dei termini utilizzati possono nascere alcuni problemi: Spinoza utilizza affetto – il latino affectus – ma poi anche affezione, affectio, e passione, passio – in realtà l’uso di questi termini viene chiarito fin dall’inizio della terza parte, che si apre, come di consueto, con alcune preventive Definizioni).
Il nodo essenziale, come già abbiamo rilevato nella “lezione” 3, è il concetto di Desiderio – la Cupiditas – “essenza stessa dell’uomo”.

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Micromacro

Venerdì 12 Giugno 2009 by md

Europa_blog

Penso ci siano diversi livelli di lettura di quel che è accaduto nella tornata elettorale del 6-7 giugno. Naturalmente si deve partire dall’empiria, dai dati, dai flussi elettorali, ecc. – materia della quale non sono esperto e che in genere, oltre una certa misura, mi annoia. Ovviamente anche i dati empirici devono essere a loro volta  interpretati – e qui si innesca il solito gioco retorico tanto caro ai politici dell’omettere, edulcorare, indorare (specie le pillole più amare), stabilire piani di lettura, fare raffronti sottolineando quelli più congeniali, ecc. Tant’è: anche questa è “arte” politica.
Fatta questa premessa, mi pare che si possa in estrema sintesi ricavare che:

1. Il ducetto nostrano è stato (almeno per il momento) fermato nel suo progetto cesarista: il “prendo tutto io”, “ghe pensi mi“, “lasciatemi lavorare”, la demagogia populista e l’appello diretto alla “gente” e alle sue tasche, tutti quei marchingegni ammalianti e vellicatori che hanno funzionato molto bene in passato, appaiono mordere un po’ meno. Prima o poi i fatti e la retorica entrano in rotta di collisione;

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Siculo-lombardo (e un po’ africano)

Venerdì 5 Giugno 2009 by md

obama berlusconi1

Nacqui, casualmente, tra gli ulivi dei Monti Nebrodi. Migrai e mi ritrovai a vivere, altrettanto casualmente, in una pianura un po’ più a Nord. Mi sento quindi, dacché io mi ricordi, un po’ siciliano, un po’ arabo, normanno e africano, terrone, meridionale, un tantino lombardo e molto milanese (magari non proprio meneghino), mediterraneo, europeo, occidentale, umano e terrestre. Sono un miscuglio di tutte queste cose, e altre ancora.

Il filosofo della scienza Paul Feyerabend delinea nella sua opera di disarticolazione del metodo e di demitizzazione della ragione, un modello di società libera di tipo democratico-relativistico: “Una società libera è una società nella quale tutte le tradizioni hanno uguali diritti e uguale accesso ai centri dell’istruzione e ad altri centri di potere”. Non solo: una società libera deve essere fondata sulla scissione tra Stato e scienza, Stato e religione, Stato e (qualsiasi) ideologia – e dunque Stato e razza, Stato e cultura, Stato e civiltà, ecc. ecc. Durante una discussione pubblica Feyerabend dichiarò: “La società, lo Stato di cui parlo, sarà ben presto la Terra intera“.

Mentre l’afroamericano (occidentale, terrestre e tutto il resto) Barack Obama si impegna, per lo meno nelle intenzioni, a promuovere quel modello di società in chiave planetaria, il ridicolo-patetico ducetto italiano, con la complicità di una banda di razzisti ricolmi di livore, delinea in alternativa il suo: un modello sociale ad alto contenuto etnico e razziale, e a bassissimo tasso di intelligenza, prospettive e creatività. Un’ idea di Italia meschina, asfittica, esangue, autarchica, micragnosa, avida, chiusa, triste, rancorosa, impaurita, ricolma anch’essa di livore.

Et voilà, il piatto del futuro di questo paese è in tavola! Ingozzatevi tutti quanti: italioti, lumbard, camicie verdebrune, e gggente comune!

Il dittatore

Venerdì 5 Giugno 2009 by md

Stamane ho aperto le Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari. La prima faceva così:

Un punto piccoletto
superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava -
verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.

Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.