L’ARCOBALENO SUI TETTI

Mercoledì 6 Agosto 2008 by md

Questa sera, dopo una rinfrescante e mai così desiata tempesta, affacciandomi dal balcone ho avuto la sorpresa di uno splendido arcobaleno (che la fotografia non riesce purtroppo a rendere). Ho subito pensato, per associazione, a quel passo in cui Schopenhauer, facitore di meravigliose metafore, utilizza l’arcobaleno per descrivere la “forma del fenomeno della volontà”, ovvero la forma della vita:

“Il presente solo è la forma di ogni vita ed è anche però un suo dominio sicuro, che non potrà mai esserle rapito. Il presente, con il suo contenuto, c’è sempre; l’uno e l’altro stanno fermi, senza oscillare: come l’arcobaleno sopra la cascata. Infatti alla volontà è certa e sicura la vita, e alla vita il presente”. (Il mondo come volontà e rappresentazione, par. 54).

Nel passo successivo Schopenhauer indugia “esistenzialisticamente” (o leopardianamente) sulla vanità/fugacità delle singole vite umane: che cosa furono quei milioni di individui del passato? Che significato va loro attribuito - e, per estensione, che significato avranno le nostre vite e quelle che seguiranno? Ma soprattutto: io, qui e ora, in questo tempo e in questo spazio, che cosa sono, che senso ho? Nient’altro che sogno, è l’unica risposta possibile dal punto di vista metafisico della volontà (non a caso La vita è sogno di Calderon de la Barca è uno dei testi prediletti del filosofo tedesco). Che cos’è infatti la mia misera porzione di spazio e di tempo, la mia fugace costruzione individuale, se non il transeunte, l’inessenziale, l’illusione totale, a fronte di quell’unica devastante verità che è l’eterno presente della cieca volontà di vivere? E qui altre metafore vengono inanellate: la volontà diventa un “eterno mezzogiorno al quale non mai succeda la sera”; o il sole della vita che brilla di eterna luce meridiana.
Mi ha sempre colpito nel testo schopenhaueriano l’uso di queste radiose metafore giustapposto al “veleggiare verso il naufragio” che sottende tutta la sua concezione del destino umano; perfino lo spingersi estremo alle soglie del nulla, viene descritto come la “pace più preziosa di tutti i tesori della ragione, l’oceano di quiete, la profonda calma dell’animo, l’imperturbabile sicurezza e serenità”. Ma allora non c’è presente o meridiano che tenga: non solo il mio fugace arcobaleno sui tetti di questa sera, ma anche quello eternamente cangiante della cascata, ed ogni cosa, “questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee” è destinato ad essere nulla. O, con buona pace di Severino, a significare nulla. In una sera d’estate, con il pensiero che svagato vagola sui tetti, può anche capitare di pensarlo…

GEORGES LAPASSADE “CATTIVO MAESTRO”

Lunedì 4 Agosto 2008 by md

Pubblico molto volentieri uno scritto della mia cara amica filosofa Nicoletta Poidimani in ricordo di Georges Lapassade, sociologo, pedagogo, filosofo, etnologo, antropologo… scomparso a Parigi il 30 luglio scorso. Era soprattutto un libero pensatore, un “cattivo maestro” e un “agitatore” (un  “tornado” come dice Nicoletta che lo ha conosciuto e lo ha praticato e studiato a fondo). Teoria e prassi, agire e pensare, partecipare e osservare, intervenire, trasformare, esserci, desiderare… l’una cosa inscindibile dall’altra. Ma lascio senz’altro la parola a Nicoletta il cui scritto è, oltre che molto interessante, di grande utilità dato che in rete c’è molto poco se non quasi nulla: non esiste infatti la voce “Lapassade” in Wikipedia-Italia e persino la versione francese riporta un articoletto striminzito. Mi risulta che alcuni suoi testi siano stati pubblicati o ripubblicati da Sensibili alle foglie, Pensa multimedia e Besa; Dallo sciamano al raver. Saggio sulla trance è stato ripubblicato nel maggio di quest’anno da Apogeo; non ho invece trovato tracce di L’analisi istituzionale pubblicato l’ultima volta nel 1998 da Isedi.

***

In ricordo di Georges Lapassade, uno dei miei più importanti “cattivi maestri”

La sera del 30 luglio scorso mi è giunta la notizia della morte di Georges Lapassade. Non lo vedevo da qualche anno, e di recente, proprio in occasione di un seminario sull’analisi istituzionale in cui speravo di incontrarlo, mi avevano detto che le sue condizioni di salute si erano aggravate.

Lapassade è stato, con Luciano Parinetto, uno dei miei migliori “cattivi maestri”, e di questo gliene sono grata, perché da lui ho acquisito alcuni strumenti necessari per l’interpretazione e la critica dell’esistente, nonché per l’azione politica.

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FAMIGGHIA, ORO E RADICI

Giovedì 31 Luglio 2008 by md

Sono sempre stato piuttosto critico nei confronti dell’istituto familiare. Di solito evoca in me idee e sentimenti estranei: matrimonio, cattolicesimo, pannolini (e poi panni sporchi), parenti (e serpenti), piccinerie borghesi e carrelli del supermercato, orticelli da coltivare e conti in banca da preservare - insomma, tutto tranne l’amore tra due persone. Se poi si traspone tutto ciò nella mia amata terra siciliana, beh, si corre veramente il rischio del parossismo; che cos’è la mafia nella sua essenza se non familismo allo stato puro, condito di cannoli e piombo?

Ma veniamo al motivo di questo post di fine luglio, che in realtà non vuole parlare (né criticare o infangare il nome) di famiglia, bensì limitarsi a rievocare un piccolo fatto privato, avvenuto in Sicilia esattamente mezzo secolo fa. Come ci si possa sposare il 31 luglio da quelle parti senza morire soffocati, per di più con abiti non proprio leggeri, rimane per me un mistero. E solo Dio sa come si possa poi stare insieme per 50 anni, dopo un matrimonio combinato. Guardando le poche fotografie rimaste, cerco di immaginare l’atmosfera, i pensieri, le parole, i desideri, le paure e le speranze, il suono della fisarmonica, gli auguri di rito, le grida dei bambini, i vecchi con la coppola, l’odore di cannella dei bocconetti appena sfornati… le trame possibili da cui, forse, sarei nato. E ho come la sensazione che l’isola voglia tenersi ben stretti i suoi segreti.

Comunque, in quel giorno radioso di luglio di cinquant’anni fa, quelli che poi sarebbero diventati mio padre e mia madre, erano bellissimi!

IDEOLOGIE DELL’EMERGENZA

Lunedì 28 Luglio 2008 by md

Karl Marx considerava l’ideologia una sorta di deformazione ottica, una vera e propria costruzione teorica volta a distorcere e falsificare i rapporti e la realtà sociale. La “verità” della classe al potere che naturalizza ciò che è socialmente determinato, eternizza ciò che è in divenire, universalizza ciò che è particolare: una straordinaria macchina retorico-filosofica volta a giustificare il potere e le ingiustizie sociali. Molti trovano che Karl Marx sia ormai passato di moda, ma io penso che la sua concezione dell’ideologia sia più valida oggi di quanto non lo fosse ai suoi tempi (un mio amico disse una volta che in Marx ci sono verità che saranno vere soltanto dopodomani, altre che lo erano già ieri, alcune che non lo saranno mai…).
Si provi, ad esempio, ad applicare il suo concetto di ideologia a quanto va accadendo oggi nelle società occidentali, e nella italiana in particolare: il rovesciamento interpretativo che ne verrebbe fuori è impressionante. Lascio per ora da parte il tema (scottantissimo) della bioetica/biopolitica e della relativa ideologia della vita, per concentrarmi sulla questione più generale dell’emergenza. Da alcuni anni il potere (locale, nazionale, globale), con la complicità dei media da esso controllati, si manifesta in prima istanza nella prassi emergenziale del suo esercizio: emergenza clandestini/immigrati, emergenza terrorismo, emergenza ambiente, emergenza inflazione, emergenza petrolio, emergenza rifiuti, fino alle emergenze spicciole o stagionali (caldo, maltempo, inquinamento delle città, bullismo, zanzare, guidatori ubriachi, ecc. ecc.).

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CUPE VAMPE

Martedì 22 Luglio 2008 by md

Naturalmente le responsabilità per la macelleria bosniaca (e jugoslava in generale) non possono essere attribuite solo a singole persone. Ma nemmeno possono sciogliersi e annullarsi col pretesto della storia e del suo incedere oggettivo. Ecco perché l’arresto di Radovan Karadzic, uno dei maggiori responsabili di quell’atroce guerra, dell’assedio di Sarajevo, del genocidio di Srebrenica, della pulizia etnica, è comunque una buona notizia. In quella guerra si bruciarono anche le biblioteche - non solo i corpi ma anche la memoria, non solo gli alberi ma anche le radici, non solo la vita ma anche i segni e i simboli, affinché non rimanesse nulla, nemmeno l’ombra, delle culture e dei popoli nemici.

Ce lo ricordano i CSI con una canzone scritta nel 1996, subito dopo la terrificante pace che seguì alla terrificante guerra:

Di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
livida trema
brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano
che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna
s’alzano i roghi al cielo
s’alzano i roghi in cupe vampe
brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani
bruciano i libri
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri
s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe
s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe
di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura.

Cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l’ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino
bersaglio mobile d’ogni cecchino
bella la vita a Sarajevo città
questa è la favola della viltà.

La canzone è anche visibile e ascoltabile su youtube
Nella foto, l’incendio della biblioteca nazionale di Sarajevo.

L’APPUNTAMENTO

Domenica 20 Luglio 2008 by md

Leggevo qualche giorno fa in una di quelle saccentissime (e un po’ stucchevoli) rubriche scientifiche di non so più quale quotidiano, che i dolori e i lutti, per quanto gravi, vengono sempre superati e metabolizzati dagli umani entro un certo periodo. Seguivano esempi, tabelle e diagrammi con tanto di variabili e proiezioni temporali. Sarà, ma in qualche caso il tempo non fa bene il suo mestiere, visto che la ferita - di nuovo il vulnus - può anche non smettere di sanguinare. Si tratterà forse di casi-limite non rilevabili dagli strumenti e dagli istogrammi delle scienze statistiche del dolore…

E’ quanto mai inconsueto ed eccezionale che io pubblichi in questo spazio un racconto, ma ho voluto farlo lo stesso per almeno due ragioni: ha a che fare con la data odierna, il 20 luglio, che per me è una data insieme atroce e densa di simboli, nella quale hanno finito per sovrapporsi due eventi lontani nel tempo, che mi hanno lacerato l’anima; e poi, oltre a questo, mi sono reso conto che di racconto filosofico dopotutto si tratta, dove i temi della morte, della bellezza e della memoria convergono in un abbraccio soffocante, ma anche liberatorio come solo la scrittura sa fare. Spero che qualcuno lo apprezzerà…

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VULNUS (ovvero del filo spinato nei corpi e nelle menti)

Venerdì 18 Luglio 2008 by md

Vulnus è termine latino che significa ferita, e su cui è costruito il termine vulnerabilità: vulnerabile è tutto ciò che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, leso, colpito, percosso, offeso, tagliato, danneggiato, ecc. In questo modo vulnus sembra rinviare tanto all’azione del ferire (la causa, il colpo inferto da chi ha il potere e la possibilità di of-fendere), quanto allo stato del soggetto che subisce (l’effetto, la violazione del corpo, dell’anima, degli affetti, ecc., poiché il significato si estende anche agli aspetti psicologici ed emotivi). Avevamo già ragionato di questo (si veda il post Orrorismo), stabilendo che la vulnerabilità è un tratto caratteristico e permanente dell’umano in quanto tale, anche quando non è più inerme come lo sono i bambini. Proprio in questi giorni vado ragionando su fatti, diversissimi tra loro per contesto, tempi e luoghi, che però vedo “naturalmente” confluire sotto il cono d’ombra del concetto di vulnus. Li elenco brevemente e poi, come rocambolescamente sanno fare i filosofi secondo la definizione che ne dà Adam Smith, proverò a connetterli tra di loro in una parvenza di ragionamento.

-Parto da alcuni episodi cui ho personalmente assistito e che riguardano il comportamento della polizia italiana. Non ho l’abitudine di generalizzare, ma ho avuto a che fare diverse volte con dei poliziotti, non solo durante presidi o cortei (dove chi si ha davanti di solito è poco più di una marionetta luccicante e radiocomandata), ma anche (e persino) in situazioni conviviali, non certo per mia scelta, e in tutte le occasioni ho sentito uscire dalle loro bocche (o dal battere ritmico dei loro manganelli) solo parole d’ordine che definire fasciste è un eufemismo. Mi sono anche sorbito esibizioni di pistole che Freud avrebbe trovato segni lampanti di una qualche “perversione” sessuale. Recentemente ho poi assistito a una scena disgustosa durante un concerto a Milano: un ragazzo che aveva tentato di scavalcare una recinzione è stato inseguito da un energumeno in tenuta da guerra, ululante ed eccitato, con tanto di elmetto, manganello e denti digrignanti, e solo perché il pubblico presente ha cominciato a protestare si è evitato un pestaggio in piena regola. Qualcuno obietterà: sì, ma se vieni offeso, ferito, percosso, minacciato, violato - secondo la logica del vulnus - finirai per rivolgerti alla polizia, no? Certo, d’accordo, ma non posso non registrare la bizzarrìa per cui chi dovrebbe ripararti dai colpi finisce poi per inferirteli. E di fatti… veniamo al secondo punto.

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Aforisma 6

Mercoledì 16 Luglio 2008 by md

Gli umani si scervellano e si arrabattano alla ricerca di una definizione formale e stabile di “bellezza”, ma non si accorgono che ce l’hanno sotto gli occhi. Basterebbe osservare la varietà, al limite dell’impazzimento, delle forme naturali. Una morfologia ebbra della natura: questa è la chiave di volta del concetto di bellezza.

VIVA LA VIDA Y LA REVOLUCION

Lunedì 14 Luglio 2008 by md

And I discovered that my castles stand
Upon pillars of sand, pillars of sand

Anche se oggi è un po’ passato di moda parlare di rivoluzione, il 14 luglio rimane pur sempre una data importante che amo celebrare, e cui vorrei dedicare un brindisi. Ricordo che da bimbo il 1789 fu forse la prima data storica che memorizzai, e ricordo anche di averla immagazzinata una volta per tutte col trucco della numerazione progressiva. Fu forse da allora che subisco il fascino della parola “rivoluzione” con le idee e i termini connessi.
Crescendo, ho poi imparato che nelle rivoluzioni non è tutto rosa e fiori - anche perché scorre molto sangue (ma dove non scorre, sia nella storia che nel quotidiano?). Ma ancor più mi ha amareggiato il dover constatare che quasi (se non tutte) le rivoluzioni del passato sono state delle magnifiche promesse, degli inizi prodigiosi che (quasi) sempre finiscono per tradire le idee e i principi da cui sono sorte, e inevitabilmente sembrano destinate a degenerare. Letteralmente: a snaturare il senso della loro genesi. Dalla rivoluzione all’involuzione col blocco di ogni possibile evoluzione - sembra quasi una legge storica. Da un grande movimento orizzontale di popolo alla china di una qualche feroce dittatura o di un qualche ingessamento se non tradimento degli ideali. Questo non significa certo che non sia contento che le rivoluzioni siano accadute o che (speriamo) accadano ancora in futuro, è solo che sarebbe auspicabile che la loro forma venisse a sua volta trasformata e rivoluzionata. Una sorta di rivoluzione della rivoluzione! Gli è che le rivoluzioni, per loro natura, non sono certo programmabili, prevedibili o gestibili - se non in minima parte.

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HAIKU D’ESTATE

Sabato 12 Luglio 2008 by md

Mezzodì di piena estate;
la morte ci spia,
gli occhi socchiusi

Erba estiva:
dei sogni di gloria dei grandi guerrieri,
ora,
rovine,
e null’altro

Lucciole,
dalla gabbia
una ad una
trasmutano
in stelle

Minuscolo, un fazzoletto di giardino:
malata, vi cade,
immensa,
una foglia

Nel sopore della siesta, odo
battere e ribattere
un chiodo

(da Cento haiku, Guanda 2004; foto di ro_buk)