Trilogia del lato oscuro – 2. Il male

martedì 2 febbraio 2010 di md

Nord Salento. Per oltre un  anno un tredicenne è stato sistematicamente violentato, tormentato, perseguitato, minacciato di morte da un gruppo di sei ragazzi tra i 14 e i 17 anni, un ventunenne e un adulto di 56 anni.

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Pistoia. Le due lavoratrici dell’asilo nido picchiavano, maltrattavano, urlavano, ingozzavano, afferravano per i capelli e chiudevano negli armadi i bambini loro affidati  – che in alcuni casi avevano 8-10 mesi.

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Se volete vedere la malvagità umana in tutta la sua purezza, ingegnosità e disinvoltura, la troverete in uno shuttlebox. E’ uno strumento di tortura inventato da R. Solomon, L. Kamin, e L. Wynne, psicologi di Harvard… Io credo che  in quegli esperimenti si possa vedere un istruttivo distillato della malvagità umana.

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Ho sempre cercato di rigettare il concetto di male, o per meglio dire la sua connotazione metafisica e sostanzialistica. Si tratti di fenomeni storici complessi come il nazismo, dei ricorrenti genocidi o delle innumerevoli guerre, oppure dell’ultimo atroce fatto di cronaca nera, come i due riportati sopra – tendo sempre a cercare spiegazioni, cause, motivi, e ad inquadrare i fenomeni entro una cornice di leggibilità e determinabilità razionale. Certo, esistono fatti nefandi, persone che commettono azioni malvagie, ma ammettere qualcosa come il male in sé, il male assoluto, mi disturba.

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Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione

mercoledì 27 gennaio 2010 di md

Io contengo moltitudini
(W. Whitman)

Ci immergeremo nelle tenebre. Con la speranza di uscirne. E il solo modo per farlo è di tenere ben dritta la barra della ragione, in quello che si annuncia come un attraversamento della parte oscura dell’umano – che non è soltanto di alcuni singoli, ma di tutta la specie, una vera e propria modalità del suo essere.
L’orrore di cui parlava Adriana Cavarero in un suo libro, dev’essere scandagliato per intero là dove si trova, sul volto agghiacciato e agghiacciante di Medusa, senza tema di scoprire un frammento di sé in quella bocca spalancata e su quegli occhi torti.
Cominceremo, oggi che è giornata di memoria, dall’ossessione identitaria, e proveremo, in poche (insufficienti) righe e mosse, a schizzarne genesi e fenomenologia. Nientemeno!

1. Ossessione per l’identità, identità ossessionata: non si vive senza identità, ma le ossessioni che (spesso) la attraversano ci portano a battere selve e sentieri oscuri. Eppure tanto l’una quanto le altre sembrano essere dei dispositivi biologici innati. L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati; mentre le ossessioni sono i riflessi psicologici e sociali dell’ancestrale paura dell’alterità. Ma è proprio da questo intrico bioantropologico che provengono i problemi.

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Ludwig, Giacomo e le pene di Haiti

sabato 23 gennaio 2010 di md

(Era mia intenzione intitolare questo post E’ come un giorno d’allegrezza pieno – utilizzando il celebre verso leopardiano. Poi c’è stato il terremoto di Haiti, e le parole, i pensieri, le intenzioni, come sempre, si sono curvati sotto il peso di un altro umore…)

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Ho avuto la fortuna di assistere agli inizi dell’anno all’esecuzione della Sesta sinfonia di Beethoven: una sorta di rito augurale e propiziatorio. Nota anche con il nome di Pastorale, era stata tra l’altro utilizzata in uno degli episodi del magnifico film di animazione musicale Fantasia (tra i più memorabili della Walt Disney, che non ha prodotto solo danni all’immaginario collettivo).
Quel che colpisce di questa straordinaria sinfonia è la serenità, la perfezione formale, la godibilità melodica. Il mondo che ci circonda – nella fattispecie la natura nella quale siamo immersi – viene rappresentato musicalmente attraverso i registri della bellezza e della soavità: sonorità idilliache, alquanto stridenti con altre cui Beethoven ci ha abituato (va registrato oltretutto che mentre lavorava alla sesta, in contemporanea componeva la quinta, e le due sinfonie vennero eseguite insieme per la prima volta nel 1808).
Tutto è così liscio e perfetto, ricolmo di bellezza e di gaudio, di dolcezza e di festosità; tutto, tranne quell’episodio di pochi minuti verso i tre quarti dell’esecuzione (il IV movimento), quando si scatena il temporale. Leggi il seguito di questo post »

Aforisma 25

mercoledì 20 gennaio 2010 di md

Perché non io?
Perché è casuale. Perché io non esiste. Perché solo noi esiste.
E a rigore nemmeno: solo l’essere è, ha senso e consistenza.

Bentornato Marx!

venerdì 15 gennaio 2010 di md

Un mio caro e (per me) determinante professore universitario – Emilio Agazzi, docente all’epoca di Filosofia della storia alla Statale di Milano – soleva dire, presentando le sue lezioni su Marx, che ciclicamente c’è qualcuno che suona la campana a morto per il pensiero marxista (o, più precisamente, marxiano). Da un paio di decenni quel qualcuno è diventato schiera. E, si sa, nella maggior parte dei casi si è trattato di cicisbei e sicofanti del neoliberismo (che pure ha fatto un bel crack di recente), che non hanno mai letto nemmeno una riga del Capitale o dei Manoscritti economico-filosofici. E che rimasticano ideologemi triti e ritriti, confezionati quando va bene dalle “filosofie da cucina” di hegeliana memoria.

Ecco perché accolgo con grande piacere la recente uscita di un libro del giovane filosofo Diego Fusaro (ne ho parlato qui qualche anno fa, a proposito di un suo interessante saggio su Epicuro), significativamente intitolato Bentornato Marx! L’autore ha fatto circolare in questi giorni in rete, una sorta di antipasto del libro in 11 tesi (giocando con il numero di quelle celeberrime di Marx su Feuerbach), che riporto qui sotto con la sua gentile autorizzazione, e che mi trovano pressoché concorde su tutta la linea.
Il mio assenso va in particolare alla rievocata (e anch’essa bentornata) teoria marxiana dell’individualità, nient’affatto riducibile (come vorrebbero i detrattori in malafede) al collettivismo livellatore: anzi, è semmai la concezione “onnilaterale” dell’individuo a fare di Marx il principale e davvero libertario antagonista  alternativo all’omologazione capitalistica e alla riduzione lateralissima di ogni cosa, persona e relazione a merce.
Naturalmente la mia adesione non è incondizionata, poiché non ho ancora letto il testo. Ma se il buon giorno si vede dal mattino…

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I dannati dalla terra

mercoledì 13 gennaio 2010 di md

L’esterno e l’interno, il centro e la periferia, la linea netta dei confini, il gioco delle identità – tutto oscilla e si confonde quando a cedere e a sbriciolarsi sono le case, i corpi, i volti, i destini.
E questo è un lato, quello della buona intenzione fraterna e leopardiana. Abbarbicati come i cespi di ginestra ad un’unica fragile condizione, esposti ai quattro venti e ai morbi maligni, sul fianco roccioso dell’unica montagna.
Poi però c’è l’altro lato, il lato oscuro della luna; il divenire di quelle linee filo spinato e muri invalicabili; l’inferno sotto il grattacielo di Horkheimer; e la vita che si sfalda e si decompone sulle dune sabbiose del deserto – perché altro non c’è, quasi sempre sottratto, a lasciare terra impoverita e dannati. Dannati della e dalla loro stessa terra.

Ciascuno faccia allora qualcosa. Ne basta una, una soltanto.
Doni dei soldi, se crede.
Dica una preghiera, se crede.
(Sono entrambi dei, ma meno potenti di quanto appare).
Accenni a un gesto pietoso.
Dica una parola. Ne basta una, una soltanto.
E pensi – almeno una volta nella vita – alla povera gente di Haiti.

I dannati della terra

sabato 9 gennaio 2010 di md

Dal momento che si vieta la contro-violenza agli oppressi, poco importa che si muovano dolci rimproveri agli oppressori (del tipo: equiparate dunque i salari o, almeno, fate un gesto; un po’ di giustizia, per favore!)” – così Sartre nel 1965.

Come può uno stato degno di questo nome pretendere per sé il monopolio assoluto della forza, se poi non riesce a garantire pari diritti, legalità, sicurezza a tutti i suoi cittadini – e soprattutto a quei non-cittadini, quelle nude vite, che sono per loro natura i meno garantiti, i più violabili, i più esposti alla violenza e all’oppressione?

Tanto più che non c’è quasi articolo della dichiarazione universale dei diritti umani che non sia stato violato; il fondamento della nostra costituzione repubblicana distrutto; il volto della democrazia e della civiltà irrimediabilmente deturpato.

Nei fatti di Rosarno di questi giorni (e delle Rosarno  sparse un po’ ovunque, reali e potenziali) emergono tutti i nodi cruciali della nostra epoca relativi ai diritti, all’esistenza, alla vita, al lavoro, alla dignità, alla cittadinanza, al rapporto con la terra e le risorse, al consumo, alla sussistenza, alle ingiustizie, alla libertà e all’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Se non verranno affrontati e risolti quei nodi, le Rosarno del pianeta diventeranno migliaia e finiranno per metterlo a ferro e fuoco.

E nessuno può chiamarsi fuori a nessun livello: il governo (criminale e razzista, nel linguaggio, negli atti, nel suo stesso dna), l’opposizione, il sistema informativo, i sindacati, i movimenti, i cittadini di Rosarno governati dalla mafia (spiace per i rosarnesi solidali, che certo ci sono), tutti noi cittadini normali, noi che compriamo al mercato le arance e le verdure raccolte dagli schiavi e dai “negri”…

Ma chi è violato nella sua dignità ed essenza umana e non ha nessuna garanzia di essere tutelato, ha il diritto assoluto di ribellarsi, senza se e senza ma.

Discuteremo domani se le jacqueries non portano da nessuna parte, sono controproducenti e suscitano altro razzismo. Se sono forme deviate e perdenti di lotta di classe. Se è violenza che porta altra violenza. Se, se, se…

Domani. Oggi non voglio sentire altre ragioni: sto dalla parte dei “negri” e degli schiavi che affermano il loro elementare diritto ad esistere.

Catalogo delle passioni: i talenti dei generosi e dei depressi

venerdì 8 gennaio 2010 di md

Mi ritrovo sempre più spesso a raccomandare ai ragazzi che frequentano la biblioteca dove lavoro, di cercare di essere più generosi. Lo trovo più importante di qualsiasi altra predica, anche perché può essere facilmente comunicato attraverso la prassi e l’esempio (con il che, però, ci si espone ad una precisa responsabilità e ad una facile verifica sul campo). Intendo quel termine – generosità – in maniera un po’ generica: una disposizione di apertura al mondo in senso lato, intesa a volersi mettere in gioco, a dare senza necessariamente ricevere nulla in cambio. Un flusso che va dall’interno all’esterno e che richiede di essere pronti ad impiegare se non addirittura a “sprecare” i propri talenti. Forse il termine che più si avvicina a quel che intendo è il francese dépense, concetto utilizzato ampiamente da Bataille (e traducibile all’ingrosso con un bruttissimo “dispendio”, oppure, con un giro di parole, “non badare a spese”), volto ad indicare quella sfera pulsionale contraria alla dinamica dell’utile e dell’accumulazione (non solo capitalistica).
Nel caso però dei giovani cui mi rivolgo (che sono determinati e in carne ed ossa, e non i rappresentanti generici dell’intera quanto fumosa generazione dei 12-20enni), si tratta ancor più di invitarli a vincere l’inerzia e la pigrizia da cui sono costantemente attanagliati, dovute più che al possesso delle cose accumulate, al loro uso/abuso, e forse anche alla mancanza di esempi convincenti. Prede anche loro, come tanti adulti, di una sorta di diffusa e sistematica accidia – uno dei sette vizi capitali, se non erro!
Sì, perché chi dovrebbe insegnar loro la “generosità” – la disposizione positiva nei confronti del mondo, lo spendersi, l’uscire da sé, l’ampliarsi, l’entrare in relazione, ancor prima del “donare” – è sempre più spesso a sua volta attanagliato da una sorta di sentimento contrario, anche se non simmetrico, che Spinoza identifica in maniera molto precisa nella sua Etica e che definisce abjectio.
La difficoltà sta da una parte nel tradurlo in qualcosa di concettualmente comprensibile per noi adulti (molto meno per loro che ancora non lo sono, né vorrebbero esserlo mai), e dall’altra nel metterlo socialmente ed eticamente alla prova all’interno del discorso che sto qui imbastendo. Ma partiamo dal testo, come sempre, e ricominciamo dall’inizio.

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Aforisma 24

martedì 5 gennaio 2010 di md

Solo alla morte non c’è rimedio. Anche se talvolta lo è.

Oashita

venerdì 1 gennaio 2010 di md

un filo di fumo
disegna adesso
il primo cielo dell’anno

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capodanno:
tra cielo e terra
inizio d’armonia

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andiamo a letto!
il capodanno
è cosa di domani

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il Grande Mattino
tra i pini soffiano
venti antichi

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capodanno:
nel cielo sereno si parlano
i passeri

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